Su Bruno Corbi, Gianbattista Pitoni ha scritto un libro; Francesco
Avolio ne ha fatto, da par suo, un’attenta esegesi; Gianni Cantelmi ha
portato una sua testimonianza sul filo della memoria e dell’affetto.
Per dare risonanza a quel che è stato scritto, Gianbattista ci ha
convocato a questo incontro con un invito che contiene un
selezionatissimo sommario, ripreso dal frontespizio e dalla 4° di
copertina, che suona così:
“Bruno Corbi, combattente per la libertà, la denuncia di Krusciov dei
crimini di Stalin, le rivolte operaie di Poznan e Budapest, le lotte
all’interno del PCI, il clamoroso dissenso degli intellettuali, le
dimissioni di Antonio Giolitti, le epurazioni, i dibattiti parlamentari,
i minuziosi resoconti della stampa, la storia di un uomo coraggioso che
aveva il difetto di ragionare con la sua testa”.
Io, questo sommario, lo avrei formulato così:
Bruno Corbi, un uomo coraggioso che rompe con gli agi della borghesia
avezzanese, che dà il suo contributo di idee e di azione alla
cospirazione antifascista e alla Resistenza da cui nascono la
Costituzione repubblicana e l’Italia democratica; Bruno Corbi, un uomo
impegnato nelle battaglie del dopoguerra in difesa dell’ordine
democratico e dei diritti dei lavoratori, che ha una funzione di rilievo
nell’epopea contadina e popolare per liberare il Fucino dal dominio
dei
Torlonia, che entra in conflitto col burocratismo centrale del PCI, che
non ha mai indossato la casacca dell’ex.
Perchè dico questo? Innanzitutto perchè credo che Bruno Corbi, per
mettersi al riparo da “incursioni” sulla sua vicenda politica e umana
che avrebbero potuto delineare significazioni diverse da quelle che gli
erano proprie, ha scritto due libri: Saluti fraterni (la speranza),
Scusateci tanto (l’amarezza).
Solo due libri come per dire: io sono quello che risulta da queste
pagine. Ed è interessante notare, leggendo queste pagine scritte dopo
l’allontanamento dal PCI, quanto sia limpida, fervida, appassionata la
riconferma di tutte le idealità che lo avevano portato in carcere sotto
il fascismo, alla cattura e alla condanna a morte nella guerra
partigiana, alla responsabilità di dirigente nelle battaglie del
dopoguerra.
Per sintetizzare al massimo questa mia testimonianza, voglio dire che
essenzialmente tre sono le lezioni che la frequentazione di Bruno Corbi
mi ha lasciato nell’animo:
LA PRIMA – in un partito che ha al centro – come
conquista del pensiero critico, come elaborazione teorica e come
obbiettivo della prassi – l’alta idealità di liberare gli sfruttati per
liberare l’intera società, non bisogna degradare la limpidezza della
propria militanza a tornaconti personali che
hanno visto taluni, in certi momenti, scannarsi tra di loro per una
candidatura; e Bruno – per dirla col Marcantonio di Shakespeare era “uom
d’onore”; e Bruno, la candidatura. rifiutò.
LA SECONDA – nella scelta etica, culturale, politica, preservare sempre
il nucleo essenziale che motiva la nostra appartenenza, perchè il
divenire della storia di compie col cammino delle idee che gli errori
umani, e talvolta i crimini, possono solo ritardare;
LA TERZA – in Scusateci tanto Bruno riporta, presa da
un libro che gli aveva regalato in carcere Vittorio Foa, un pensiero di
Gianbattista Vico: “Per varie e diverse che sembran traversie, ed erano
in fatti opportunità”. Ecco: una scelta attraverso cui, tuffandoci nelle
“traversie” – e che traversie! – si coglie l’opportunità di compiersi
come uomo che vive la quotidianità come parte della storia con in mente
il futuro.
Bruno non ha fatto in tempo a leggere la risposta che il compagno Josè
Saramago, Premio Nobel, ha dato a un giornalista che gli chiedeva se
essere comunista nell’era telematica avesse ancora un senso. La risposta
( che avrebbe lenito i rovelli di Bruno) fu questa: dimmi se è finito
lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; se sono finite le guerre di rapina
per spartirsi le ricchezze del mondo; se sono finite le offese e le
umiliazioni dei più deboli; se, dove, e in che misura, è stata
realizzata la Carta Universale del Diritti Umani, e poi dimmi se ho
ragione a essere e rimanere un vetero.
Certo: Bruno Corbi non si proclamò mai vetero, ma rifiutò sempre
l’etichetta di ex. E lo dice esplicitamente nella famosa “lettera ai
lavoratori comunisti abruzzesi” dopo la radiazione:
“Ho la ferma convinzione di aver servito, anche in questa circostanza,
la vostra, la mia causa. Se, invece, qualcuno vorrà cacciarmi nel novero
dei traditori, vi prego, compagni lavoratori, di non aggiungere la
vostra palata di fango sul mio nome e sulla mia coscienza di onesto
comunista”.
Concludo. In considerazione che non mi ha mai affascinato il disinvolto
trasmigrare sotto diverse bandiere col rischio di finire anch’io più
volte ex; e in considerazione, altresì, che ho sempre privilegiato
collocarmi tra coloro che amano le sofferte meditazioni per cercare –
per dirla con Calvino – quel che inferno non è in questo mondo infernale
nel quale straripa la filosofia del pensiero unico, della
globalizzazione alienante, delle multinazionali totalizzanti, del
capitalismo selvaggio e del liberismo senza regole, voglio parafrasare
il titolo del secondo libro di Bruno Corbi dicendovi: scusatemi tanto
se, parlando da vetero, ho inquietato la coscienza di quanti serenamente
si godono lo spettacolo di questa Italia dove il respiro dell’onestà
patisce la coltre opprimente delle straripanti, e ben protette, cosche
affaristiche elevate a pratiche di Stato. E rimando alla vostra cortese
meditazione questo bel verso di una tenera poesia di Pierpaolo Pasolini:
Bandiera rossa/ cerca di esistere/ perchè guardandoti/ l’ultimo povero/
possa sorridere.
Romolo Liberale
Vi sono momenti nelle cose del mondo, che le parole,
quasi a sfidarsi tra di loro, sono tanto effimere quanto necessarie. Il
concetto, correlato alla parabola umana – da secoli indagata e mai
approdata a certezze definitive – è lo stesso, ma si divide tra gesto
consolatorio e pensiero che ha radici nelle scontate ragioni del destino
di ognuno di noi.
Mi passavano per la mente queste inquiete
riflessioni, quando mi è pervenuta – portata da una folata di
smarrimento e di angoscia – la notizia luttuosa per la quale oggi, in
questa ora, ci troviamo qui.
Non ricordo perché, quando 28 anni fa, scrivendo la prefazione ad una
raccolta di poesie di Tiziana, decidemmo di assumere come chiosa
esplicativa della lettura della raccolta, alcuni versi di Walt Whitman
che suonano così:
Ti offro un canto perché quando dovrai veramente venire tu possa farlo con passo sicuro.
Se è vero che in questi versi, come dicono i critici,
vi è tutta la vitalità di Whitman, è anche vero che nei versi di Tiziana
quel vitalismo è vivo, palpitante, voglioso di ombre e chiarori,
modulato a volta con voce sommessa, a volte col grido indignato di chi
denuncia le insolenze di quel cavaliere capriccioso che chiamiamo
destino.
Eccoci, quindi, a te Tiziana. Avrei voluto
domandarti tante cose in merito alle avventure del tuo spirito, agli
affanni dei tuoi giorni, ai passaggi angusti e alle porte spalancate del
tuo cammino, alle gioie provate e alle gioie negate, alle cavalcate dei
tuoi pensieri e agli approdi delle tue ansie e dei tuoi aneliti.
Non rimane che cercare risposte in quel che dicesti,
registrando, in quel REGISTRAZIONI di 28 anni fa. Ti bastava poco per
sentirti te stessa. Ti era amica la luna che civettava con le nuvole e
tu, incantata, le parlavi per dirle: “Ti ringrazio luna/per la gioia che
mi dai/ venendomi a trovare”. Ti facevi bambina per fare della luna,
con la tua immaginazione lirica, il giocattolo dei tuoi sentimenti. Poi
sei cresciuta, e rileggo di quella Marsiglia dall’odore orientale e tu,
impertinente, le rimproveravi il suo blaterare in francese; rivedo con
te quei cieli di Roma che,vestendo la tua anima, andavano a passeggio
nella notte unendosi alle tue notti; avverto con trepidazione quel
meraviglioso ritrovarsi che fu come uscire dal buio e tuffarsi nella
luce sfolgorante del sole; ti penso in quel sentirti vento e tempesta,
aria leggera e lievità di neve, per sentirti così dentro l’universo. E
torna ancora la luna, la tua luna, amica e confidente nelle notti
silenziose, custode gelosa di un mistero che pulsa dentro i tuoi anni; e
medito quell’addio, un saluto che si fa presagio, un presagio che si fa
testamento, un testamento che si fa in ognuno di noi tempio di memoria a
cui tornare sovente col carico del nostro affetto; con la gioia di
averti avuta figlia, sorella, amica; col dolente rammarico del tuo
viaggio verso orizzonti da cui – lo ha cantato il poeta – “non v’è
viaggiatore che torni”.
Ti sei nutrita e fatta di quel che hai visto e,
vedendo, hai capito. Ce lo dicesti 28 anni fa. Depositasti nello
scrigno dell’affetto che ci univa quel lontano saluto che oggi si fa
testimonianza che vola nelle altitudini dello spirito. Dicesti così,
come oggi ce lo ripeti:
Ho visto molto
e capito alcune cose ma oggi
è un anniversario
ho chiuso con la vita.
Ho aperto nelle tue REGISTRAZIONI quella pagina. E’ stato come aprire
una finestra in un radioso mattino di primavera, quando il risveglio
delle terra ci inonda di colori e di profumi. E’ stato come vederti
passare splendida, tenera, dolce e tuttavia fugace. Ora non mi rimane
che ripeterti con le parole del poeta:Ed è subito sera!. E’ dentro la
lunga sera che ci lasci che verremo a cercarti come favilla di luce.
Addio, Tiziana. Addio da me e da quanti sono venuti qui per dirti che
non ti dimenticheremo mai.
Romolo Liberale
Ho vissuto di persona la parabola politica e umana di Bruno Corbi per una serie di circostanze le quali, mentre consolidavano le comuni scelte ideali e politiche, alimentavano forti sentimenti di amicizia. Debbo a Bruno il fatto che io, giovanissimo, entrai a far parte del gruppo dirigente della Federazione Comunista dell’Aquila. L’incontro con Bruno risale al 1° Maggio 1945, quando il futuro parlamentare del PCI venne a S.Benedetto dei Marsi, mio paese, per tenere il comizio alla Festa dei Lavoratori. Io fui incaricato di aprire il comizio e lo feci con una prolusione, tanto acerba quanto appassionata, in cui erano mischiate idealità socialiste, pensieri mutuati da letture anarchiche, qualche cenno alle entusiasmanti vittorie dell’Armata Rossa, richiamo a qualche passo del “Manifesto dei Comunisti” che avevo appena finito di leggere.
Bruno fece un comizio di
cui ricordo ancora due espressioni che mi fecero molto riflettere: “Le
masse popolari hanno fatto irruzione nella storia d’Italia”; “Ora
pensiamo a liberare l’Italia dal nazifascismo, domani ci occuperemo del
problema monarchia o repubblica”. Finito il comizio Bruno mi disse:
“Domani vieni a L’Aquila a fare il funzionario di partito”.
*
Il comunista Bruno Corbi, segretario della
Federazione dell’Aquila, era molto amato nel partito e molto stimato
anche dagli avversari. Nelle manifestazioni pubbliche, in particolare
nei comizi, ricercava spesso il contraddittorio di piazza nei quali
riusciva molto efficace. La sua popolarità era immensa. Non se ne faceva
un vanto, ma tutti sapevano che era stato condannato a morte dalla SS
naziste per la sua militanza comunista e per l’attività di partigiano.
Riuscì a fuggire dal Castello dell’Aquila e il racconto dell’avventurosa
fuga è ben riportato nel suo primo libro “Saluti fraterni”.
L’Espressione “saluti fraterni” veniva correntemente utilizzata a
chiusura di lettere e circolari tra compagni o comparti della
organizzazione di partito. Il prestigio di cui godeva Bruno Corbi
trascendeva gli aspetti più politici e aveva un riferimento essenziale
nella sua origine sociale: i contadini, gli operai, la gente umile,
ripagavano con affetto chi generosamente, pur essendo figlio della
borghesia avezzanese, si spendeva molto in difesa degli emarginati,
degli sfruttati, dei meno abbienti. Dall’altra parte, l’appartenenza di
classe non si smentiva: la borghesia non condivideva la scelta di Bruno,
non di meno ne ammirava l’intelligenza, l’impegno, la onestà
intellettuale, l’etica con cui sapeva corrispondere agli ideali che ne
ispiravano la militanza.
*
Bruno Corbi fu organizzatore e
comandante partigiano, fu parlamentare, fu impegnato partecipe delle
lotte popolari in Abruzzo e, in particolare, quelle che contribuirono a
liberare il Fucino dal dominio dei Torlonia. Come parlamentare alla
Costituente e poi come deputato alla 1° e alla 2° legislatura, dette un
contributo di rilievo. Al parlamento non fu mai un numero, ma una mente
pensante e partecipe come dimostrano le sue iniziative e i suoi
discorsi. Non dimenticherò mai gli eventi che, nel 1958, portarono alla
sua uscita dal partito. Essenzialmente per insistenza della Federazione
dell’Aquila, era stata messa in gioco la sua ricandidatura nelle
elezioni politiche di quell’anno. La Federazione del PCI di Avezzano,
invece, si era dichiarata in maggioranza a favore della riconferma di
Bruno nelle liste elettorali. Per dirimere il conflitto di posizioni tra
la Federazione dell’Aquila e quella di Avezzano, fu indetta una
riunione congiunta dei due direttivi presso la Direzione del partito a
Roma. Io facevo parte della delegazione di Avezzano. Nel corso del
dibattito i compagni dell’Aquila criticarono Bruno Corbi per la sua
insofferenza per la disciplina di partito e per lo spirito “piccolo
borghese” che caratterizzava il suo comportamento. Non si fece alcun
cenno ai fatti di Ungheria, anche se tutti sapevano di certe riserve di
Bruno sulle posizioni del partito in merito a quei tragici avvenimenti. I
compagni di Avezzano, in maggioranza, cercarono invece di portare
l’attenzione sullo stretto legame che aveva Bruno con la base del
partito e con le
masse popolari e sottolinearono il contributo
che egli aveva dato in tutte le iniziative e le lotte promosse dal
partito. Dopo un lungo e sofferto dibattito, si arrivò finalmente alle
conclusioni tratte da Giancarlo Pajetta. Ricordo quasi testualmente le
sue parole: “Compagni, abbiamo discusso e ci siamo chiariti. Il compagno
Bruno Corbi starà in lista e vi starà per essere eletto. Il compagno
Corbi è invitato domani mattina in Direzione per stendere con noi e
firmare un comunicato sulle conclusioni di questa riunione”. Uscimmo
dalla riunione che era quasi mezzanotte e mentre scendevamo la scale io
notai che Bruno, anziché essere sollevato per le positive conclusioni,
era invece notevolmente turbato. Capii che stava meditando di non
presentarsi all’incontro della mattina dopo. Gli chiesi – e lo feci
anche per continuare a capire e discutere – se con la sua macchina
poteva accompagnarmi presso parenti in un rione di Roma dove passare la
notte. Mi accompagnò e lungo il viaggio mi disse: “Domani non andrò
all’incontro e ho fondate ragioni per non andarci”. Gli dissi che lui
non poteva ripagare così la generosità con cui i compagni di Avezzano si
erano impegnati in sua difesa. Seppi qualche giorno dopo le ragioni del
suo gesto. Bruno riteneva che la sua inclusione nella lista dei
candidati sarebbe stata sabotata da una parte notevole del partito per
cui alla soddisfazione di essere in lista. sarebbe seguita la beffa
della trombatura. I compagni che lo avevano sostenuto rimasero moto
amareggiati; i compagni che lo avevano osteggiato potevano proclamare
che, col suo atteggiamento, Bruno aveva ancora una volta dimostrato il
suo orgoglio piccolo borghese. Radiazione o uscita dal partito? Bruno
aveva deciso di uscire, ma la regola interna è che gli organismi
dirigenti dovevano adottare un provvedimento sanzionatorio. Fu la
radiazione la quale, a differenza della espulsione che non ammette il
rientro, consente a militanti radiati di rientrare nel partito. Uscita o
radiazione, va detto che Bruno Corbi, anche rimanendo fuori della
organizzazione, ha continuato a mantenere buoni rapporti, a tutti i
livelli, con compagni sia di base, sia responsabili in posti di
direzione. Ogni qualvolta Bruno cveniva ad Avezzano, non mancava mai di
cercarmi e, spesso, era mio ospite per il solo piacere di conversare su
cose di comune interesse.
E va detto anche che ha sempre rifiutato la
psicologia dell’ex e non ha mai accettato inviti a partecipare a
incontri, convegni, manifestazioni di segno anticomunista.
Romolo Liberale
E’ vero. Dopo la scomparsa di Vittorio, i nostri
sentimenti trepidano tra quell’angosciante “la morte è solo morte” con
cui Federico Garcia Lorca piangeva l’amico Sanchez Mèjas e quel
consolatorio “la morte è la scalata per vedere gli Dèi” a cui i rimanda
il celebre testo egizio sul destino dell’uomo.
Viviamo questa trepidazione come la sanno
vivere le amicizie nate e maturata da lontane seminagioni nella
confortante convinzione che anche per il pensiero – come dicevamo
sovente con Vittorio – c’è un tempo per arare e un tempo per mietere.
E Vittorio ha molto arato, ha aperto solchi lunghi e
profondi, ha seminato a profusione. Molti hanno mietuto nei prati delle
sue seminagioni e molti continueranno a farlo per cogliere l’essenza del
suo intelletto e della sua umanità. Si, credo di aver detto giusto,
perché in Vittoriano, intelletto e umanità si ricomponevano in una
testimonianza che aveva al centro il suo rigore di ricercatore e di
critico, ma sapeva compiere delicate incursioni nella poesia, nella
esegesi d’arte, nelle inquietudini politiche, nei rabbuffi umani.
Quando il prof. Angelo Sabatini, assumendo e
comunicandomi il doveroso assunto di rendere omaggio alla figura e
l’opera di Vittoriano Esposito in questa prestigiosa aula consiliare, mi
disse di tentare un profilo di Vittorio nei suoi rapporti con la
politica, pensai subito che tanto era nota e ricca la sua opera di
scrittore, quanto riservata, sobria, discreta quella parte del suo
vissuto in qualche modo rapportabile all’impegno politico.
Nelle conversazioni che talvolta, quasi con pudore, facevamo sulla
politica, trovavo che Vittorio, nel tempo, si era lasciato alla spalle
gli ardori giovanili per le idealità socialiste intese come militanza,
per approdare ad una concezioni del socialismo che fu chiamato, tra la
fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, socialismo umanitario.
Vittorio, a differenza di me che rimanevo ancorato alle implicazioni
libertarie sul piano culturale e sociale del socialismo scientifico di
ispirazione marxiana, Vittorio, per indole e per acquisizioni culturali,
era più vicino all’umanitarismo sociale riconducibile a personaggi –
cito a caso – quali Arturo Graf, Domenico Gnoli, forse Guido Gozzano, ma
innanzitutto Giovanni Pascoli, specialmente quello del periodo
messinese durante il quale il poeta ebbe la ventura di conoscere
l’ardente, romantico, poeta dell’anarchia Mario Rapisardi, cantore della
libertà e apostolo del riscatto delle “plebi tradite e maledette”.
Il filtro decisivo per approdare al filone del socialismo umanitario,
Vittorio lo trova non solo nelle pagine siloniane, ma anche negli
incontri personali con Ignazio Silone che avvenivano, a Celano, in casa
Carusi dove Agostino, il fratello di Filippo che della cafonitudine
fucense fu il primo a rivendicare il riscatto, li accoglieva con
dovizia di attenzione e di affetto.
Queste conversazioni erano poi destinate a lievitare in meditazioni,
acquisizioni, convincimenti che collegavano l’ansia di sapere a quella
febbrile attività di critico in cui, il sapere acquisito e filtrato nei
conversari col Maestro, si trasfondeva in pagine e pagine che nello
scorrere degli anni rappresentano un nutrito corpus sulla personalità di
Silone vista in tutte le dimensioni, ma innanzitutto in quella della
comune e convinta confluenza in valori nei quali il sociale e l’etica
religiosa si compongono in una testimonianza di fervida presenza e
partecipazione.
Quante volte, con Vittoriano, abbiamo celiato su quel “cristiano senza
chiesa” e quel “socialista senza partito” che poi, vista la stanca
ripetizione che ne facevano quelli che dello scrittore di Pescina
avevano letto poco o nulla, fece esclamare a Silone conversando con Luce
d’Eramo: “Non l’avessi mai detto”. Ma Vittorio aveva fatto sue le
implicazioni di quella equazione. E sentiva come sue le angustie provate
da Silone in una chiesa insufficiente a dare risposte alle moltitudini
attraversate da troppe ingiustizie, emarginazioni, negazioni; e in un
partito (direi più partiti) nei quali le idealità del riscatto sociale
rimanevano solo scritte nei proclami e, quel che è peggio, soffocate
nello scadimento etico e nelle sconvolgenti pratiche autoritarie. Al
cospetto di tutto ciò, Silone prima e Vittoriano poi, trovano rifugio in
quel filone del pensiero socialista nel quale confluiscono i principi
della solidarietà universale e elementi dell’etica cristiana. Un
socialismo e un cristianesimo, direi, più di sentimento e di cuore che
di tessere e di bandiere. E’ in questo quadro che matura la grande
utopia siloniana, che Vittorio non tarda a far sua, di una società in
cui non le leggi dei poteri scritte nei codici, ma la legge dell’amore
scritta nei cuori salverà l’umanità.
Quando, con Vittorio, osservavo che la dissacrazione tout court delle
istituzioni civili, politiche, religiose conducevano a quell’anarchismo
di coloritura contadina di cui aveva parlato il nostro Mario Pomilio, e
sottolineavo che il pensiero dell’uomo si fa storia solo se cammina con
la spinta dei fermenti sociali e con le forme organizzate della società,
egli un pò si adombrava. Poi concedeva: “Certo. Ma non emarginiamo gli
spazi dell’utopia”.
Ricordo come Vittorio si compiacesse, in occasione di incontri
culturali, di riportare ai presenti, in una sorta di immedesimazione, il
ritratto che Silone faceva di suo padre quasi a suggerire un modello di
comportamento nei rapporti con le istituzioni. “Mio padre – diceva
Silone – fu uomo d’ordine non di anticamera; fu uomo di chiesa, non di
sacrestia”. Vittorio si infervorava quando diceva questo, sì che dava la
sensazione di essersi calato egli stesso nella dimensione etico-civile
che Silone riconosceva al padre. E Vittorio, per come l’ho conosciuto,
non fu mai cristiano dei rituali domenicali, ma cristiano meditante, e
spesso sofferente, della quotidianità. E non fu mai un petulante dietro
la porta della “stanza dei bottoni” nella quale un potente troneggiava
distribuendo sorrisi, promesse e pacche sulle spalle.
Talvolta, ma solo negli scritti, essenzialmente quelli giovanili, le
riflessioni di Vittorio si facevano grido che egli affidava a ritmi di
preghiera. Questi tre versi ne danno il segno: “Non posso torturarmi
alla visione/ di fanciulli languenti tra gli stenti/ e fanciulli giulivi
tra i balocchi”. Il pensiero corre alla tenera Mendica dell’inquieto
Guerrini la quale, pallida e macilente, nel fango della via, implora la
pietà della gente per tacitare i morsi di una fame dalle ore troppo
lunghe. E insiste Vittorio. Ne è testimonianza la sofferta lirica nella
quale, dialogando idealmente con Dio sui mali del mondo, così gli parla:
“Ente che in sé il mio cuore tanto brama”, ma “non ti credo/ perché
dovunque io guardi, non ti vedo”. E’ il grido esasperato di chi vuole
che il suo Dio sia più presente in un mondo attraversato da offese,
ingiustizie, umiliazioni. E poi, quando nella lirica “Svelati, mio Dio”
leggo il verso “Ma se davvero esisti/ se vuoi il mio bene, svelati”, mi
pare di udire la disperata invocazione di Aleksander Zinoviev “Padre
mio, ti supplico e piango: cerca di esistere”.
Nonostante ciò – riporto una confessione di Ninetta – la domenica
Vittorio indugiava a seguire la messa per radio. Era un modo tutto suo,
intimo, riservato, di assolvere ad uno dei doveri cristiani. E non so
dire se quella sete “delle preziose perle di sudore” del Cristo e delle
“molte lacrime calde, roventi” di Maria sulla via del Calvario – evocate
da Angelo Melchiorre nel documentario – sia stata saziata nello spirito
di Vittorio. So solo che i rovelli spirituali di Vittorio hanno sempre
avuto tempi sofferti e lunghi.
Vi è dunque una correlazione tra politica e religione nella parabola
umana e spirituale di Vittoriano Esposito. Ho sotto gli occhi una delle
più pensate fatiche di Vittoriano, quella dal titolo “Ignazio Silone e
la rivolta del terzo fronte”. Nell’appassionata introduzione, Vittorio
scrive: “Silone, per tutta la vita, ha ingaggiato battaglie
interminabili contro le cosiddette istituzioni, identificabili
soprattutto nei partiti, nello Stato, nella Chiesa”. Ogni citazione che
Vittorio fa del pensiero di Silone, ha sempre il senso di una
condivisione in cui la dimensione politica diviene un assioma a cui
conformarsi. Più avanti Vittoriano, volendo definire meglio il senso
della rivolta siloniana contro l’azione alienante dei poteri, è ancora
più esplicito. “Silone – scrive – immaginava un terzo fronte non solo
tra dittatura e libertà, ma anche tra democrazia formale e democrazia
integrale, tra socialismo “parlamentare” e socialismo “umanistico”...
A volte. come deve essere tra amici che si stimano, ci concedevamo,
conversando, qualche reciproca impertinenza. Quando gli dicevo che tra
me e lui la differenza stava nell’essere lui siloniano e io silonista, e
che volevo intendere che egli, per convinzione e per affetto,
condivideva in toto l’opera di Silone, mentre io cercavo con essa un
rapporto più dialettico, Vittorio scuoteva la testa in un garbato gesto
di riserva. Un giorno mi spinsi a dire anche a lui che io, in quanto
autodidatta, avevo il privilegio di non subire i condizionamenti
dell’accademia. Osservò con calma, ricordando come anche lui aveva
iniziato da autodidatta il suo lungo viaggio nell’universo delle
lettere, che anche chi ha alle spalle l’accademia può essere un uomo
libero. E debbo riconoscere che le scelte di Vittorio erano libere, non
meno delle mie.
Ho finito. Ho tentato, e solo tentato, e l’ho fatto
rivisitando le sue “sudate carte”, di disegnare alcune coordinate
dell’essere politico e dell’essere cristiano, di colui che conosciamo
più come saggista e critico. Mi rimane solo riportare a voi i tre righi
che chiudono la introduzione al volume su “Silone e la rivolta del
terzo fronte”: “L’essenza del messaggio di Silone – scrive Vittorio -
sta tutta qui. Non per nulla qui riconduce la proposta conclusiva di
questo lavoro, forse l’ultimo dei miei studi siloniani, per una
interpretazione “personalistica” del suo pensiero”. La data è quella
del luglio 2007. A distanza di quattro anni, quel forse è
caduto. E in
quell’ultimo,figlio amaro del dramma che lo
consumava, c’è la premonizione della fine. Ma l’ultimo dei suoi volumi
conferma come il pensiero del Maestro e il pensiero del discepolo, si
fondono in una unica, limpida, generosa testimonianza a cui riandare per
capire le turbolenze che hanno attraversato il secolo (e che secolo!)
che abbiamo salutato dodici anni fa.
Romolo Liberale
Tu lo vedevi lì, nel suo “ritiro” di Pineto, come una sorta di patriarca
intento a colmare il suo tempo di quel che maturava nel suo pensiero in
una mescolanza di richiami matematici, spunti lirici, impegno d’arte su
cui sapeva calare una straordinaria manualità per le minute cose del
quotidiano. Un giorno lo trovavi chino a cesellare la sua ultima poesia e
un altro giorno lo trovavi giù, nel giardino-orto, a potare un ulivo;
un giorno lo trovavi a mettere a punto qualche dettaglio dei suoi
racconti di vita e un altro giorno a definire linee e colori di un
quadro perchè meglio esprimesse il rapporto dell’uomo col suo tempo e
con le vastità cosmiche; un giorno lo trovavi a cercare la giusta
parola vernacolare e l’esatta grafia per rendere viva la sonora parlata
di “Ponne” e un altro giorno lo trovavi a riordinare un traballante
pollaio; un giorno lo trovavi a meditare sulle implicazioni di quelle
“Galassie” che tanto lo avevano impegnato come cattedratico poi finite
in un suo bel volume di aforismi in versi e un altro giorno lo trovavi a
curare il suo orto perchè meglio testimoniasse la sua antica passione
contadina; un giorno lo trovavi nel suo studio a riordinare ritagli di
riviste e giornali e un altro giorno lo trovavi su, in soffitta, a
destreggiarsi con insospettata perizia con una sega elettrica per dare
compitezza ad una sua idea costruttiva.
“Vieni” – mi telefonava. “Vieni, abbiamo tante cose da dirci”. Ed io,
limitatamente al tempo di cui disponevo, andavo. Era una cascata di
memorie e di riflessioni: l’evocazione della memoria non era mai
patetica, ma attivamente finalizzata a misurare quanto passato c’era nel
nostro presente. E anche il presente – a sentirlo – aveva già i
germogli del futuro per il quale investire una grande speranza: essere
la condizione umana e sociale nella quale l’uomo possa “giustificare”
alla propria coscienza tutte le ragioni per cui si è uomini.
Mario mi appariva sempre più come una sorta di proiezione leonardesca
dell’uomo, così ben descritta dal suo amico Lucio Lombardo Radice nel
bel volume “L’Uomo del Rinascimento”. Era affascinante l’immagine
dell’uomo del futuro liberato da tutti i condizionamenti che lo fanno
limitato e incompiuto. E vedevo in Mario un virgulto dell’ “uomo
compiuto” se è vero che nella proiezione dell’essere rinascimentale, il
contadino e l’astronauta, il musicista e l’artigiano, il pescatore e il
matematico, lo studioso di fenomeni astrali e il curatore del filo
d’erba, possono convivere per testimoniare che sì, è vero, questo è
l’uomo che il tempo più maturo dell’umanesimo ci darà.
Ecco perchè le lunghe conversazioni con Mario non avevano mai delle
conclusioni.. “Quel che non è detto, lo diremo” – era la nostra magica
parola d’ordine. Poi lo salutavo; e mi portavo dentro l’immagine di quel
piglio con cui egli cercava di saziare la sua terza età, avanzante
verso la quarta, quasi col passo di chi si affretti perchè da quella
“memoria ricca e colta” che gli riconosceva Lionello Leonardi,
scaturisse, come monumento sacrale, una testimonianza viva e che viva
sarà per sempre.
Avevo letto di lui il lungo racconto, propostoci tra una compiaciuta
ironia e una dissacrazione della vita alienante della città, in cui il
professore diviene campagnolo: un evento che segna il divario del
trasporto affettivo tra il tempo amoroso dato alla campagna e il tempo
professionale dato all’insegnamento. Scrissi per il volume una
prefazione e mi accorsi che, nel corso della stesura, ogni passaggio mi
rivelava un aspetto inedito della personalità di colui che, per tanto
tempo, mi ha dato e mi ha chiesto amicizia.
“Mi sento una madia antica/ ove un bimbo annaspi invano/ alla sua fame”:
sono i versi che sintetizzano quel continuo annaspare perchè l’antica
madia contadina, divenuta madia della sapienza, non si rivelasse troppo
avara. E avara non fu. E non lo fu il tramonto del suo sole perchè aveva
la luce dello splendore, anche se li ragge erano ‘indurate de suspire.
Romolo Liberale
Il battesimo di Magdi Allam
Ci hanno insegnato che per un convertito si fa più festa in cielo tra gli angeli che in terra tra gli uomini. Io non so se le trombe angeliche hanno riempito di suoni osannanti le altitudini celesti quando, in occasione della Pasqua del Signore 2008, in San Pietro e in un sol colpo, Benedetto XVI ha battezzato, cresimato e comunicato il giornalista Magdi Allam.
Ignoro – anche se ho qualche dubbio – cosa è avvenuto in cielo, ma so
quel che è avvenuto in terra. E in terra è avvenuto che una conversione
la quale, secondo l’insegnamento evangelico dell’umiltà e dell’intimo
sentire poteva essere contenuta nei canoni di una sobrietà che meglio si
addice allo spirito cristiano, è stata data in pasto ad una
spettacolarità mediatica che ha scatenato, per i simboli che vi sono
dentro, una reazione a livello mondiale che non accenna a placarsi.
L’intento era quello – prendo in prestito una locuzione di mons. Bruno
Forte tratta dal suo messaggio augurale per la Pasqua pubblicata su “Il
Centro” - della “cattura del consenso”. Cosa è accaduto invece? E’
accaduto che le voci più avvertite impegnate nel dialogo interreligioso,
prestigiosi esponenti di correnti di pensiero in occidente e in
oriente, ma anche personalità vicine alla sede dello spettacolo, se
hanno commentato con accenti diversi l’evento, su due cose sono
concordi: la legittimità della scelta cattolica del personaggio; la
necessità di salvare il dialogo tra cristiani e musulmani.
Se è vero che ogni gesto implica un simbolo e un fine, non c’è dubbio
che quel che è avvenuto in Vaticano durante la Pasqua 2008, rimarrà
nella storia con tutte le conseguenze che quel gesto comporta. Ha detto
bene l’attenta Afef Jnifen (“La Stampa” – 28.3.2008): “No, lui vuole soltanto alimentare i conflitti, infiammare lo scontro di
civiltà per cercare di passare alla storia come simbolo e come
vittima...E’ diabolico...Allam ha troppo astio dentro di sé, mi auguro
che ora dopo il battesimo trovi pace interiore”. Come non è concepibile che nel più alto tempio della cattolicità si
compia un gesto che ha implicazioni diaboliche, così non è ammissibile
che lo spirito di un vero cristiano trabocchi di astio. Lo spirito del
vero cristiano deve traboccare di carità, di amore, di umiltà.
Allam, invece, non ha scelto umilmente una chiesuola di paese, un
parroco di campagna, un altare povero e disadorno, la compagnia di gente
semplice. La cornice e i personaggi miravano ad altro; e l’altro sta
nel lancio di un messaggio quanto mai inquietante in merito al rapporto
tra culture, religioni, civiltà che la storia ha disegnato in modo
diverso. La “vetrina” del Vaticano, la sontuosa cerimonia officiata dal
Papa, la coreografia suggestiva di per sé e arricchita dalla nutrita
presenza cardinalizia, non credo abbiano conferito allo spirito del
convertito un tasso maggiore di cristianità. Anzi, per quel che sappiamo
sulla importanza che il Vangelo assegna al sentimento dell’umiltà
(“beati i poveri di spirito”), forse la grazia del Signore sarebbe stata
più copiosa se cercata nel mite raccoglimento della semplicità e della
riservatezza.
Le parole con le quali, ormai quotidianamente, Magdi Allam è costretto a
difendere il gesto proposto al mondo come manifesto e finalità di un
assunto di rottura, sono lontanissime da quel che documenta la storia. E
la storia documenta che non l’astio, non gli anatemi, ma l’alto
contributo dato dal pensiero laico e illuminista ha aiutato la Chiesa a
conservare “quell’orizzonte di speranza e di impegno” richiamato nel
messaggio pasquale di Bruno Forte. Mi pare di poter leggere nelle parole
“speranza” e “impegno”, anche un invito alla Chiesa di continuare a
liberarsi delle ignominiose scorie del suo potere temporale maturate al
grido di guerra “Dio lo vuole” e che le dichiarazioni del giornalista
battezzato sembrano riproporre in questo inizio del XXI secolo.
“Est modus in rebus”, ci è stato ancora insegnato. Lo spettacolo
allestito per la conversione del giornalista che si è purificato
dell’inquinamento islamico, ha superato ogni ragionevole misura tanto
che, sotto la spinta delle preoccupate reazioni della cultura laica, ma
innanzitutto dell’Islam moderato, Padre Lombardi, autorevole portavoce
della Santa Sede, ha dovuto dichiarare: “Accogliere nella Chiesa un
nuovo credente, non significa sposare le sue idee”. Basta questo per
ripetere con giubilo: “Roma locuta, causa finita”?. Mai dimenticare che
la storia è impertinente: talvolta si vendica delle ipocrisie.
Romolo Liberale
ra nell’aria la contrapposizione tre la ragione tout court e la ragione di papa Ratzinger. E la contrapposizione ha assunto la forma di una contestazione in uno dei “santuaru” del sapere quale è l’Università “La Sapienza” di Roma. A scatenarla è stata l’annunciata visita del pontefice al prestigioso ateneo romano che avrebbe compreso anche il momento “alto” di una “lectio magistralis” nel corso della quale il capo della cattolicità e vescovo di Roma avrebbe esposto i suoi principi in fatto di etica allo scopo di promuovere – come ricorda Gian Enrico Rusconi in un suo bel saggio –“la religione cattolica a fattore di integrazione sociale e, quindi, a surrogato di religione civile degli italiani”. C’è chi, legittimamente, ritiene che pretendere ciò è troppo: un troppo che si aggiunge al già troppo concesso dalla generosità dello Stato laico alle continue richieste delle gerarchie vaticane. A farsi carico della contestazione non sono solo i firmatari, per lo più docenti, della petizione con cui si chiede di porre qualche argine alla invadenza della Chiesa nella sfera pubblica e mediatica investendo delicati settori come i rapporti familiari, la sessualità, la libertà della ricerca scientifica.
E è proprio nel versante della scienza che si sono levate più imperiose
le voci discordi e che hanno visto anche la discesa in campo di
consistenti gruppi di studenti universitari i quali, riducendo all’osso
il proprio ragionare laico, hanno proclamato: “Se il papa può parlare, e
parlando invoca il dialogo, perchè si nega al dialogo?”.
Ma nella contestazione tornano in evidenza fatti, momenti, personaggi
che ormai sono simboli storici di quella che il Concilio Vaticano II ha
definito “colpe della Chiesa” di cui depurarsi. E Giovanni Paolo II ha
speso buona parte del suo pontificato a chiedere perdono per i torti che
la Chiesa ha disseminato nel tempo lungo in cui si è fatta istituzione e
ha esercitato il potere temporale.
Il pensiero laico è alla ricerca del perchè della distanza tra la
rivendicazione ratzingeriana della giusta condanna di Galilei, sostenuta
quando era ancora cardinale, e il coraggioso “mea culpa” di papa
Woytila che riconosceva l’esigenza di “un apposito studio per riparare
al torto a lui recato”. E che torto! Galilei fu isolato fino alla morte
facendogli tintinnare sotto gli occhi, quotidianamente, gli strumenti
della tortura usati dalla Santa Inquisizione; gli fu imposta l’abiura di
una verità scientifica che ha aperto strade immense alla conoscenza
dell’universo; ci mancò poco che non andasse a far compagnia, sul rogo, a
Girolamo Savonarola, a Giordano Bruno, a Jan Huss e a quanti
proclamavano altre verità acquisite in nome della libertà di pensiero.
Ora il papa ha deciso, (“motu proprio?”), di non andare all’Università.
Ma sono in molti a domandarsi se la richiesta di impedire al papa di
andarvi, sia sostenibile in un contesto culturale nel quale da più parti
si invocano il confronto e il dialogo. Il sottoscritto ha sempre
sostenuto che nel rapporto con chi ha opinioni diverse dalla propria e
usa l’intolleranza per farle prevalere, la cosa peggiore è rispondere
con gesti di pari intolleranza. La sfida più nobile rimane sempre quella
di essere, sul,piano etico e nel comportamento pratico, migliori dei
nostri contraddittori. Un dato di merito sta nel fatto che i laici, i
non credenti, gli atei, non hanno mai promosso crociate, inquisizioni,
guerre di religione, torture e roghi per liberi pensatori o donne
ritenute streghe. La cultura laica, forte delle proprie ragioni, deve
dimostrare che non ha assolutamente bisogno di intolleranza, negazioni,
scomuniche: si lasci l’eredità di questi disvalori a chi pensa di
perpetuarli in un mondo che, per fortuna, è sempre più aperto ai ricchi
fermenti del sapere libero, della ragione, e, in senso più generale,
della cultura umanistica. Qualora il laico, il non-credente, o il
diversamente-credente, dovesse scadere in un atteggiamento di arroganza,
di supponenza, di alterigia mentale, correrebbe il rischio di rivelarsi
pari, se non addirittura peggiore, del proprio contraddittore. Gli
antichi, saggi a non finire, dicevano: “Melius abundare quam deficere”.
Ecco, dunque: meglio la generosità laica che lascia ad ognuno la libertà
di esprimere le proprie idee e che si attivi un rapporto dialettico per
fare in modo, se possibile, che si concordi sul fatto che tutte le
opzioni morali, così come le convinzioni, hanno pari dignità. Il che è
in chiaro contrasto con l’ossessiva rivendicazione di possedere verità
assolute e “non negoziabili”.
E’ un peccato che a Benedetto XVI sia negato il podio prestigioso
dell’Università “La Sapienza”: un discorso di più, dopo i tanti già
fatti e i tanti da fare, non avrebbe cambiato il corso della storia. Ma
sia vigile la cultura laica perchè il “disegno identitario”, con la
pericolosa impennata integralista, non porti il verbo ratzingeriano
nello spazio pubblico che, nello Stato italiano, è regolato dalla
Costituzione repubblicana che è, nello stesso tempo, democratica e, in
quanto tale, laica. E che tutti debbono rispettare.
Molto ha scritto Vittoriano Esposito. E molto è stato
scritto sul suo lungo impegno di critico letterario a monte del quale,
insieme ai suoi studi che possono ben definirsi “sudate carte”, vi sono
le sue raccoltine di poesie giovanili le quali, a distanza di tempo,
sembrano vagare per i giardini della cultura timidamente, in punta di
piedi, con un’aria di pudicizia che dicono da quali pensamenti, e da
quali affanni, sono nati i versi venuti a noi nel tempo amaro in cui
avvertiva il pervicace persistere di antiche offese all’uomo gridando
che “v’è modo e modo di tradire Cristo”. E mi sembrò di capire che per
Vittoriano, come per me, il più perverso tradimento di Cristo si ha
quando si pretende dall’uomo non una sapienza ragionata, ma una sapienza
comandata.
Ci eravamo conosciuti a Celano, il paese
dove Vittoriano dalla “cafonitudine” contadina muoveva i primi passi
verso una tale maturazione culturale che oggi lo indica tra le voci più
prestigiose in Abruzzo, in Italia, con non poche attenzioni anche
all’estero. Eravamo giovanissimi e divenimmo amici, complici, insieme,
il comune essere figli di contadini e l’essere ammaliati dalla poesia.
Prima che lo frequentassi assiduamente come Vittoriano Esposito, lo
avevo conosciuto come Amato Amans. E tanta fu la suggestione di questo
alato pseudonimo con cui Vittoriano firmava le sue poesie, che quando pubblicai il mio volume “Parole all’uomo” mi piacque includere la lirica che gli avevo dedicato solo per dirgli
“ti voglio bene/ perchè mi piacciono i tuoi
sentimenti chiari/ e le tue
parole di seta”. E vagheggiavo, nella lirica, di accoglierlo nella mia
casa di figlio di cafoni solo per dirci amici e brindare con un
bicchiere di vino rosso: così, con limpida semplicità, come fanno i
contadini da secoli. E correva l’anno 1963...
Qualche anno prima, esattamente nel 1956 - che nella memoria della terra
marsicana rimane l’anno fatidico della “grande nevicata” – ci eravamo
cimentati in una rappresentazione di eventi della storia che si erano
fatti motivo di teatro. Quel che facemmo può annoverarsi tra ciò che
oggi, per via del disincanto del tempo e una più matura temperanza
riflessiva, chiamiamo generosa spregiudicatezza giovanile. Vittoriano,
dopo le infuocate e vittoriose giornate che segnarono la sollevazione
popolare del Fucino contro il dominio dei Torlonia, aveva scritto una
piéce che riprendeva i motivi del movimento popolare che portò un popolo
di affittuari sfruttati alla conquista della terra. Era accaduto che
durante l’inverno della “grande nevicata” era approdata a Celano una
compagnia di guitti che davano spettacoli nel teatro locale. I teatranti
davano la sensazione di considerare Celano una sorta di rifugio dove,
contando sulla solidarietà del paese, sopravvivere alla miseria, al
freddo, alla fame. Non avevano un gran repertorio e il rischio era
quello di “esaurirsi” nella ripetitività. Ebbi allora l’idea di proporre
a quello che ritenevo essere il “capocomico”, uno spettacolo su
tematiche fucensi. E’ così che proposi la messa in scena della piéce
“Fucino, conca di passione”, scritta da Vittoriano e che io avevo letto
qualche settimana prima. Ebbi l’improntitudine di improvvisarmi, per
dare una mano ai teatranti, metà regista e metà suggeritore. La
generosità con cui realizzammo lo spettacolo fu largamente ripagata: un
successo strepitoso. E fu così che l’unico dramma scritto da Vittoriano
conobbe la dignità della scena.
Vittoriano abitava, in quegli anni lontani, nel rione celanese detto di
Campitelli, alla periferia sud del paese. Avevo conosciuto qualche mese
prima un agente librario dal nome altisonante per la evocazione d’arte e
di cultura che comportava: Giorgio Vasari. Era di origine siciliana, ma
il Giorgio Vasari che avevo in mente era il colto biografo di artisti, e
artista egli stesso, della Firenze rinascimentale. Ognuno, quindi, può
capire il mio interesse e la mia curiosità per un nome così celebre
portato da un ignoto siciliano, ma il Giorgio venditore di libri - che
talvolta accennava a civettare una qualche atavica parentela con
l’illustre toscano - seppe dirmi solo che il nome che portava gli
pesava molto; e che non sapeva se il casato dei Vasari era sceso dalla
Toscana in Sicilia o dalla Sicilia risalito alla Toscana. E’ con questo
personaggio che un giorno ci presentammo a casa di Vittoriano per
proporgli l’acquisto della grande Enciclopedia Universale Vallardi. Io
già l’avevo acquistata e, per aiutare l’agente librario che era divenuto
mio amico, mi spesi molto a magnificare il contenuto e l’elegante
fattura dell’opera. Quando dissi che l’agente librario veniva
dall’Aquila, sfidando i rigidi inverni marsicani, per “diffondere il
sapere”, Vittoriano decise di acquistare, a rate, l’Enciclopedia della
Vallardi che, con i suoi caratteri in oro su copertina a sfondo scuro,
ancora fa bella mostra di sé nella sua ben fornita libreria. Ancora oggi
mi domando se la generosità del suo gesto fu ispirata più
dall’interesse culturale per l’opera o da sentimenti di solidarietà nei
confronti di un uomo il quale anche sfidando il passo di Rocca di Mezzo
e sopportando pioggia, freddo e neve – veniva con una moto, con ai lati
grossi borsoni carichi di libri, a portarci il pane del sapere.
Venivano alla luce, intanto, le poesie di Amato Amans: quelle della
raccolta “Primavera di un’anima”; quelle di “Cuore e speranze”; quelle
di “Palpiti di un solitario”. Alcune di queste poesie le avevo già lette
su un periodico dalla vita stentata che ebbe il destino delle cose
belle, ma di breve durata: “Il semaforo delle idee”. Mi piacque il
titolo che Vittoriano volle dare a questa rivista innanzitutto per le
implicazione che comportava. Erano, quelli, anni di grandi fermenti
ideali e il “semaforo” rappresentava il punto di incontro, di confronto,
di riflessioni e di scelte. Ed erano gli anni in cui io partecipavo ai
rovelli delle idee col mio essere giovane comunista e Vittoriano vi
partecipava col suo essere giovane socialista su cui si riflettevano i
primi, e decisivi, motivi di condivisione dell’etica e delle idealità
siloniane che poi ha coltivato per tutta la vita.
I nostri nomi si sono poi incontrati su altre importanti pubblicazioni
che accoglievano voci e testimonianze che la Marsica del dopoguerra
stimolava per dare un senso alla meditazione sul passato e all’impegno
sul presente. La palestra culturale era “l’Albatro” di Angelo Tirabassi
seguita qualche anno più tardi da “Il Dialogo” di Memmo Pinori.
Questi rapidi riferimenti indicano la fervida sorgente da cui è
scaturito il fiume dell’impegno letterario lungo il quale il poeta Amato
Amans lascia il posto al critico Vittoriano Esposito. Lungo questo
fiume spiccano opere di grande significazione che vanno molto al di là
della Marsica e dell’Abruzzo e che danno il segno della vastità
dell’impegno critico che ha informato tutto il suo lavoro lasciandoci il
rammarico che, per avere un critico, abbiamo perso un poeta; quando
invece era, ed è, nostra convinzione che, per quel che conosciamo,
potevano ben convivere le armonie del canto e il rigore della critica.
Di quanto ha scritto Vittoriano voglio solo citare alcuni titoli
particolarmente significativi: “Problematica esistenziale in Cesare
Pavese” (1965); “Struttura e significato della Divina Commedia” (1968);
“Pirandello poeta lirico” (1968); “Profilo di Adriano Grande” (1970);
“Poeti Marsicani –Storia e Antologia” (1971); “Introduzione a Giacomo
Leopardi” (1972); “Muzio Febonio” (1973); “Pavese poeta e la critica”
1974; “Interpretazione di Flaiano” (1975); “Ritratto di Antonio Silveri”
(1976); “La poesia di Vincenzo M. Rippo” (1979); “Poeti del Trentino”
(1988); “Poesia, non poesia, antipoesia del Novecento italiano (1992);
“Poesie inedite di Giuseppe Tontodonati” (1993); “Vita e pensiero di
Ignazio Silone” (1993); “Silone novelliere tra ironia e angoscia”
(1994); “Segni di scrittura: aspetti e temi della poesia di Vito
Moretti” (1994); “L’altro Novecento della poesia italiana” - Vol.I –
(1995); “La poesia femminile in Italia” (1997); “La poesia etico-civile
in Italia” (1997); “Veniero Scarselli – saggio critico e antologia”
(1997); ”Silone vent’anni dopo: ricognizioni e prospettive critiche”
(1998); “La poesia etico-religiosa in Italia” (1998); “Poeti, storici,
giuristi celanesi” (1999); “La Commedia dantesca tra fede e dissenso”;
“La poesia centro-meridionale e insulare” (1999); “Ignazio Silone ovvero
un ‘caso’ infinito” (2000); “Panorama della poesia dialettale
abruzzese” 2001).
Voglio ribadire che questo è solo un limitatissimo
elenco della ponderosa produzione letteraria di Vittoriano Esposito. E
voglio aggiungere che il corpus più nutrito del suo lavoro, rimane
quello riferito al pensiero e l’opera di Ignazio Silone. Posso dire,
senza tema di smentita, che se c’è uno studioso che ha scandagliato in
tutte le latitudini (morali, etiche, politiche, letterarie) l’opera di
Silone, questi è Vittoriano Esposito. Il quale – vale sempre ricordarlo –
ebbe la ventura di conoscere lo scrittore di Pescina nell’immediato
dopoguerra, in casa Carusi, a Celano, dove, negli anni che seguirono la
prima Guerra mondiale e durante il fascismo, aveva operato l’avvocato
Filippo Carusi che gli fu compagno nelle prime giovanili esperienze
politiche e che divenne personaggio di grande prestigio del socialismo
marsicano e abruzzese. Silone si recava a Celano in visita ad Agostino
Carusi, fratello dell’avvocato, il quale perpetuava gli ideali
socialisti del fratello. Silone, quasi a voler recuperare dopo gli anni
di esilio un contatto fisico con il mondo dei cafoni fucensi. Si
intratteneva in lunghe conversazioni un po’ per ricordare fatti e
compagni della militanza trascorsa e un po’ per capire come andavano le
cose nel Fucino dopo le lotte popolari che avevano portato alla
liquidazione della rendita parassitaria dei Torlonia. Penso che da
questi incontri siano nata l’acuta osservazione siloniana secondo cui -
per sintetizzare il segno dei tempi e le figlianze della storia - i
cafoni che una volta si lamentavano per la tassa sul macinato, ora si
lamentano per il prezzo dei carburanti agricoli. E’ in casa Carusi che
Vittoriano conobbe Silone e fu un incontro decisivo per le scelte di
Vittoriano: il rapporto di conoscenza dilagò nella stima, nell’affetto,
nella condivisione ideale e nella giovanile militanza socialista. Fu una
sorta di folgorazione che doveva trovare nella riflessione critica e
nella ponderosa produzione saggistica, la testimonianza di quanto
influsso hanno avuto sul giovane studioso prima e sull’uomo maturo poi,
quelli che comunemente chiamiamo “valori siloniani”.
Sull’opera di Vittoriano Esposito esiste un ricco fluorilegio di
considerazioni e apprezzamenti da parte di voci altissime della cultura
italiana. E non solo. Un’opera, quella di Vittoriano, la quale, pur
spaziando in un vasto panorama generale della puntualizzazione critica,
trova nelle pagine dedicate a Silone motivo non solo di rigorosa
ricerca, di attenta analisi, di appassionato approfondimento, ma anche
partecipazione fervida, convinta, determinata all’impegno di quanti
avvertono la responsabilità, insieme culturale e etica, di difendere lo
scrittore dalle accuse infamanti di aver intrattenuto rapporti
spionistici con la polizia segreta fascista. Nei suoi scritti dedicati
al tema, Vittoriano, pur ancorando il suo pensiero e le sue deduzioni
alla rigorosa lettura dell’opera siloniana, non manca di esprimere viva
indignazione per il tentativo di vedere una “rottura” della personalità
dello scrittore di Pescina tra quel che risulta dal complesso della sua
opera e quel che sarebbe “nascosto” in alcune lettere a personaggi
dell’OVRA mussoliniana. Vittoriano, collegando la difesa della memoria
di Silone alla diffusione della conoscenza dei valori che la sua opera
trasmette, ha al suo attivo un nutrito curriculum di conferenze,
dibattiti, incontri in Italia e all’estero perchè, oltre la parola
“scritta”, anche la parola “detta” potesse concorrere ad esplicitare più
estesamente il contenuto e il senso dei suoi saggi. Ê da questa
esigenza che nasce, tra l’altro, la promozione e la realizzazione del
periodico “Quaderni Siloniani” - organo del Centro Studi “Ignazio
Silone” per la costituzione del quale il sottoscritto rivendica
umilmente qualche merito – di cui è stato ideatore, attivo animatore e
condirettore responsabile prima con Luce d’Eramo, ora con Giuseppe
Tamburrano. Si ripete così, nel versante siloniano, l’esperienza
generosa, anche se di breve durata, della promozione della rivista
“Abruzzo Letterario” che per alcuni anni ha raccolto importanti
testimonianze dei fermenti culturali nella regione abruzzese.
Voglio concludere questo profilo – certamente molto al di sotto del
vasto patrimonio critico-letterario correlato al nome di Vittoriano
Esposito – rilevando quanto siano presenti nelle sua vita di uomo di
cultura, quegli affetti familiari che un pensatore come Bertolt Brecht,
semplificando al massimo, amava definire “sentimenti domestici”. Sia
l’Esposito di Amato Amans, sia l’Esposito di Vittoriano, in una serie di
pubblicazioni hanno voluto esplicitare vivissimo affetto per quanti, in
famiglia, condividere le gioie e le ansie della vita e del tempo che
per essa ci è data. Basti citare solo le seguenti dediche: A tutti i
miei cari; Ai miei genitori; A mia moglie; A mia figlia. Penso che Amato
Amans – un pseudonimo che evoca un attivo scambio d’amore tra chi ama
ed è amato – quando è maturato letterariamente in Vittoriano Esposito,
ha continuato ad accompagnare amorevolmente quelle che più avanti -
permettendomi un richiamo leopardiano - ho chiamato “sudate carte”. E
Vittoriano ha sentito fortemente quanto siano importanti, nelle fatiche
dello scrittore, il conforto, il sostegno, la solidarietà, l’amore
innanzitutto di chi gli sta vicino.
Per l’anniversario della visita
pontificia nella Marsica
Una attenta meditazione per cogliere gli aspetti
peculiari di un pontificato, non può prescindere dai documenti papali
nei quali sono più direttamente riflesse la volontà e l’opera di chi fu
chiamato a reggere le sorti del soglio di Pietro. E in occasione
dell’anniversario della visita di Papa Wojtyla nella Marsica, la memoria
corre essenzialmente a due documenti che meglio caratterizzano il
magistero di questo pontificato: uno è quello su "Memoria e
riconciliazione” nel quale la Chiesa riconosce “le colpe del passato”;
l’altro è l’enciclica “Centesimus annus” che, in celebrazione del
centeneario della “Rerum novarum” propone importanti riflessioni sulle
“cose antiche” e le “cose nuove” in merito al valore del lavoro umano
se è vero – come dicono le più accreditate scuole sociologiche – che
“l’uomo sarà quello che il lavoro lo avrà fatto” che poi è un concetto
che richiama molto il pensiero di Paolo di Tarso.
Nelle enunciazioni in merito alle “colpe del passato”, alla
“purificazione della memoria” e alla “richiesta di perdono” per giungere
alla riconciliazione, Papa Wojtyla sottolinea come “giudizio storico e
giudizio teologico vengono ad integrarsi”. Solo così la Chiesa , in
quanto “soggetto teologico” è abilitata a “chiedere perdono”.
Quella che potremmo definire “tridimensionalità” del tempo – passato,
presente, futuro – potrà aiutarci a comprenere quali e quante tragedie
pesano nella memoria della chiesa del passato; quali sono gli ancoraggi
del presente che consentono di separare con nettezza le colpe e i meriti
della Chiesa; quali sono i presidi sociali e spirituali perché il
futuro sia preservato da ritorni oscurantisti ora che la Chiesa ha
proclamato che “riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di
coraggio” che “schiude per tutti un nuovo domani”.
Mi sia consentito di introdurre, a questo punto, una considerazione
tutta marsicana. Papa Wojtyla, nella sua visita ad Avezzano, se rese
omaggio al “laborioso popolo marsicano” artefice della riforma agraria,
fu certamente informato della portata di quell’evento che segnò la
rinascita della nostra terra. Non sappiamo se fu informato di come si
espresse il potere torloniano nel Fucino: avrebbe saputo, così, che il
dominio Torlonia derivata la sua forza dalla ricchezza propria, dal
prestigio in quanto principe nero dell’aristocrazia romana in Vaticano,
dall’appoggio del fascismo di cui era munifico sostenitore. Sia questa
l’occasione per ricordare che il processo di liberazione dei contadini
fucensi è stato compiuto contro un casato quanto mai famelico e quanto
mai legato alle strutture vaticane. E questi blasonati come principi
neri di Santa Romana Chiesa, che hanno dissanguato per circa un secolo
migliaia di affittuari fucensi, non hanno mai trovato una pur minima
sanzione da parte della Chiesa, per cui sarebbe giusto - come dice
Giovanni Paolo II nel documento “La Chiesa e le colpe del passato” – un
atto che riconosca il male perché si compia la “purificazione della
memoria”.
Nell’enciclica “Centesimus annus” di Papa Wojtyla vi è un’affermazione
lapidaria: “Esiste un qualcosa che è dovuto all’uomo perché è uomo”.
Crediamo che questo prezioso “qualcosa” sia innanzitutto la dignità.
Laddove la globalizzazione selvaggia, il liberismo sfrenato, il pensiero
unico dell’assolutismo mercantile, creano turbe di defraudati di ogni
diritto, si compie il più atroce dei delitti: la negazione della dignità
umana. Perché sia posto un argine a questi mali che inquinano il mondo,
Papa Wojtyla ricorda le parole di san Tommaso d’Aquino in merito
all’uso dei beni di cui la società dispone: “L’uomo – diceva Tommaso –
non deve possedere i beni esterni come propri, ma come comuni”. E’ segno
che il fascino delle società comunitarie ha radici antiche. Ma si
calcolino i secoli che sono trascorsi dalla parole del santo di Aquino e
si giudichi qualli tragedie hanno segnato la storia quando spiriti
eletti hanno tentato di costruire ordinamenti sociali, economici,
giuridici che prevedevano la messa in comune dei beni, del lavoro, della
fruizione.
Va detto anche che Karol Wojtyla è il papa dell’era telematica e dei
grandi viaggi. Egli ha largamente utilizzato le immense opportunità
offerte dall’una e dagli altri. Ed è accaduto che proprio in virtù di
queste opportunità largamente usate, l’umanità ha assistito ad una
drammatica sfida: da una parte, a Roma, tra le colonne del Bernini, si
parlava di un Dio della pace; dall’altra, a Washington, risuonava la
voce di un Dio della guerra. Con la voce di Roma, vi era quella dei
popoli di tutti i continenti; con la voce di Washington, vi era la
pervicace volontà dei potentati degli armamenti e del petrolio. Se vi è
un doloroso dato di amarezza nel cuore del Papa, questo è dato dalla
sconfitta subita contro chi ha messo in pratica l’aberrante principio
della “guerra preventiva” accompagnata dalla sacrilega baldanza del “Dio
è con noi”.
Uno dei meriti di questo pontificato – un merito che passerà alla storia
come uno dei più alti – è quella di aver evitato che si scatenasse un
conflitto tra religioni e civiltà. Questo è molto, ma non è tutto perché
se è vero - come dicono i più avveduti politologi – che i conflitti
futuri non esploderanno a motivo di rivalità religiose, ma semplicemente
a motivo di disparità sociali, allora occorre mettere mano alla
eliminazione di tutto quanto concorre a creare le crescenti povertà nel
mondo. “La chiesa – è stato detto – deve saper ascoltare tutte le voci”.
Ma non basta ascoltare: occorre capirle, perché talvolta a parlare è
“l’altra Chiesa”, quella che si fa carico delle negazioni cui sono
condannate le moltitudini; quella che connette fede e diritti umani;
quella che ha trovato, tra l’altro, nella Teologia della liberazione una
delle espressioni più autenticamente cristiane e che è stata ridotta al
silenzio. Perché deve essere una eresia proclamare che “nessuna reale
liberazione può avvenire dall’alto” e che la lotta di liberazione non
può essere solo “per” loro, ma “con” loro ?
Giovanni Paolo II ha introdotto nella terminologia religiosa il concetto
di “strutture di peccato”. Sia consentito a un laico quale è il
sottoscritto di recepire la portata umana e sociale della enunciazione
sostenuta dalla conseguente considerazione secondo cui “l’uomo non può
sottomettere la terra e dominarla in maniera efficace adorando nel
contempo gli idoli quali il denaro, il potere, la reputazione,
considerati beni a sé stanti e non strumenti per servire ogni uomo e
tutti gli uomini”.
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