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I CANTI DELLE LOTTE DEL FUCINO (E NON SOLO)

 

   Tra tutte le forme di presenza nel movimento di riscatto dei contadini del Fucino, un ambito importante spetta ai canti popolari nati nel conflitto con la Eccellentissima Casa Torlonia che inglobava, e in modo soffocante, la proprietà della terra, della Banca, dello Zuccherificio. Ma va detto subito che, fin dai tempi più lontani, tutte le comunità umane che davano vita ad associazioni, partiti, sindacati, leghe, confraternite, sodalizi, circoli, forme organizzate per testimoniare, proclamare, diffondere e difendere le proprie idealità, hanno fatto del canto corale una sorta di “colonna sonora” ispirata alle motivazioni dello stare insieme. Ogni pellegrinaggio era ed è accompagnato da canti. Così è dei cortei politici, delle manifestazioni di pace, delle mobilitazioni sindacali, finanche delle competizioni sportive le quali quasi tutte hanno gli inni di squadra. E aveva ragione Herder quando affermava che “un popolo che canta è pur sempre un popolo che si confessa”. Così come ha ragione il saggio Berchet, attento studioso della origine e della funzione dei canti popolari, quando affermava che “uno trova una canzone, cento l’ascoltano e la ripetono, la cantilena udita dai suoi parenti la madre la ricanta ai suoi figlioli, questi la insegnano ai nipoti”. E il Berchet si domandava poi: “Quando viene l’uomo letterato – cioè il sacerdote della cultura dotta – e se la fa ripetere e ne ferma i caratteri scritti, chi può dire per quante bocche siano passate quelle cantilene?”. E non c’è dubbio: il canto passa di generazione in generazione narrando fatti e sentimenti che sovente si elevano a documento di storia. I canti popolari, in particolare quelli di lotta, contengono sempre, da una parte la forza della denuncia delle offese e delle negazioni cui i “subalterni” sono costretti, e dall’altra aneliti di liberazione e di emancipazione. E’ vero anche che una parte importante nei canti popolari hanno gli inni religiosi che a loro volta si dividono tra inni di gaudio e di ringraziamento per la condizione felice di cui si gode e inni di supplica per uscire da situazioni di angustia e di pena. In molti di questi canti, specialmente in quelli in cui viene evocata la sofferenza del Calvario e della madre afflitta, si riflette la concreta esperienza esistenziale di quanti vivono nei patimenti, nella disperazione, nel pianto.

 

   Se è vero, dunque, che il canto ha sempre accompagnato il cammino dell’uomo nella realtà del tempo che gli è dato, non potevano mancare a questa esperienza i cafoni del Fucino. E così è stato fin dalla prime attività produttive nel Fucino prosciugato quando – e siamo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento – il medico-anarchico Francesco Ippoliti, di S. Benedetto dei Marsi, dopo aver fondato un circolo denominato “Il Progresso” , scrive un inno per i soci nel quale queste due prime quartine dicono da sole le alte idealità che motivano la nascita del sodalizio:

 

     Viva il sole del progresso

     Viva l’anima ribelle;

     E’ spuntata già la stella

     Che ci porta libertà.

 

     Nella via del dovere

     Ci conduce un denso amore;

     Sia la nostra patria un fiore

     Di giustizia e libertà.

 

   Ma dove il medico-anarchico si rivela uomo quanto mai legato alle sofferenze e alle speranze del mondo contadino, è nel successivo Canto dei Contadini del Fucino che testimonia come basta un canto per descrivere e tramandare la condizione umana e sociale di una comunità di zappaterra. Il Canto si compone di ben 23 quartine, tutte ben costruire metricamente, e rapportate nel ritmo alla musica del celebre Inno dei lavoratori di Filippo Turati da poco apparso e già largamente presente nelle adunanze dell’appena nato partito socialista. Ne riportiamo solo qualche quartina per dire quanta fedeltà ai travagli contadini esprime il Canto dell’Ippoliti:

 

     Con la zappa in su le spalle

     con l’aratro sempre avanti

     ce ne andiamo tutti quanti

     la dimane a lavorar.

     Con l’inverno sotto il gelo

     nell’estate al sol cocente

     sotto l’acqua che repente

     col sudor ne va a bagnar.

 

     Nel cammin lontan lontano

     or la polvere c’imbratta,

     ora il fango ci maltratta

     senza speme di gioir.

     Pane duro e pudrid’ acqua

     ci nutrisce e insiem c’infetta,

     il ricolto invan si aspetta

     la famiglia per nutrir.

 

     Nei caffè, concerti e danze

     e nei circoli pomposi

     con dei balli lussuriosi

     passa il tempo il reo signor

     Con le lacrime e i sudori

     che versiamo da mane a sera

     ei discaccia tutta intera

     la sua noia e il greve umor.

 

     Lui piacer, gioia, contento,

     cibo e vino e amore accorto,

     noi dolor, pene, sconforto,

     duro pan e scarso vin.

     Trascorrendo così gli anni

     noi coloni ed operai

     sempre al ciel mandiamo i lai

     finchè morte giunge alfin.

 

   Il primo ventennio del secolo XX vede nascere nel Fucino, insieme a sezioni socialiste, circoli anarchici e Camere del Lavoro, un vivace movimento di lavoratori della terra che trova nelle leghe contadine lo strumento organizzativo di rivendicazioni e di lotta verso le quali sovente si rivolge l’attenzione di personalità  di estrazione culturale. Abbiamo detto del medico-anarchico Francesco Ippoliti, ma vanno ricordati l’insegnante don Antonio Jatosti, l’avvocato Ernesto Trapanese, l’avvocato Filippo Carusi, l’avvocato Pietrantonio Palladini, il giovane Secondino Tranquilli che poi vorrà chiamarsi Ignazio Silone per una sorta di assimilazione ideale col santo-soldato Ignazio di Loyola e col condottiero marso Poppedio Silone.

   Se fu Filippo Carusi a formulare per primo nel 1917 la parola d’ordine “Via Torlonia dal Fucino, la terra ai contadini”, fu il movimento di lotta nel 1950-51 a realizzare il vaticinio di tutte le generazioni contadine riassunte nelle parole dell’avvocato socialista. E laddove imperava e spadroneggiava il principe assoluto,

un altro principe, quello collettivo fatto di una comunità di contadini, irrompe sulla scena sociale portando il nuovo che, a metà esatta del secolo scorso, segna e muta la storia della nostra terra. Ricca è la lezione sociale, politica, umana delle giornate conosciute come “epopea contadina e popolare” caratterizzate da quello che fu definito “sciopero alla rovescia”. E ricca è la fioritura di canti nati nell’ardore di quella lotta che vide il coinvolgimento di tutta la sub-regione marsicana, tanto che la nuova parola d’ordine fu: “Per la rinascita della Marsica, via Torlonia dal Fucino”. I canti nascevano spontaneamente a dimostrazione della fertile fantasia popolare che sa sublimare i momenti della sofferenza e talvolta della collera, con la gioia liberatrice delle canzoni. I contadini non sapevano di musica, e per i loro canti di lotta erano portati a parodiare le canzonette allora in voga o le arie che nei raduni festosi e perfino nelle cerimonie  religiose avevano ascoltato e cantato tante volte. A proposito di parodie, ho memoria, mutuata da lontane letture giovanili, di un certo Spartacus – pseudonimo certamente ispirato al condottiero che seppe fare di una masnada di schiavi un esercito di combattenti per la libertà contro Roma – che sotto il fascismo scriveva canti politici parodiando inni e canti del suo tempo come, per esempio, sull’aria di Cara piccina era venuta fuori un canto-appello per dire:

 

 

     Fuggite schiavi la malinconia

     perchè incomincia la felicità.

     Sullo sfacelo della tirannia

     nasce l’aurora della libertà.

 

   E non manca la frecciata contro il militarismo guerrafondaio:

 

     L’imboscato guerrier nazionalista

     innaffia i suoi pollastri col Bordò

     e il povero soldato trincerista

     son tanti giorni che non si sfamò.

 

   E ce n’è anche per le lascivie della “grassa” borghesia:

 

     La pallida figliola della via

     sui marciapiedi il corpo trascinò.

     La grassa e sensuale borghesia

     per un tozzo di pane la comprò.

 

   E la parodia spazia sull’aria dell’Inno del Piave per narrare che:

 

     La Neva trasportava verso il mar di Pietrogrado

     il motto di Lenin chi è ricco è ladro.

     E il motto volando per i mari e continenti

     destò dal sonno gli schiavi dormienti.

     E valicò gli Urali ed il Cremlino

     e giunse fino a Monaco e Berlino.

     Qui sventolando la bandiera rossa

     Spartaco diè il segnal della riscossa.

     E cadde ma alla notte sulla Sprea

     qual immenso falò la salma risplendea.

 

     Oh quanto ne fu fertile il terreno

     e non soltanto sulla Sprea e sul Reno!

     Ben disse il duce degli Spartachiani:

     malgrado tutto sarà mio il domani.

     E l’eco ripetè a tutta la terra:

     tra oppressi ed oppressor

     non pace mai, ma guerra.

 

Perfino dai cameroni coatti, ingannando la polizia che  nelle isole di confino vigilava sui deportati, si levava un canto sull’aria della canzone fascista Giovinezza, giovinezza, parodiata con:

 

     Bolscevismo, bolscevismo,

     tu sei il vero socialismo.

     Bolscevismo. bolscevismo,

     tu ci dai la libertà.

 

In una raccolta di canti anarchici, ho trovato un Inno del Primo Maggio, dovuto alla passione del romantico apostolo-poeta dell’anarchia Pietro Gori. Il canto è modulato sul Coro del Nabucco di Verdi. Il poeta immagina Il Primo Maggio come la Grande Pasqua del mondo del lavoro affratellato dalla sofferenza insieme agli aneliti di riscatto. Ed ecco la romantica invocazione che ho potuto recuperare nel testo integrale:

 

     Vieni, o Maggio, t’aspettan le genti

     ti salutano i liberi cuori.

     Dolce Pasqua dei lavoratori

     vieni e splendi alla luce del sol.

 

     Squilli un inno di alate speranze

     al gran verde che il frutto matura,

     alla vasta ideal fioritura

     in cui freme il lucente avvenir.

 

     Disertate, o falangi  di schiavi,

     dai cantieri, da l’arse officine,

     via dai campi, su dalle marine,

     tregua tregua all’eterno sudor!

 

     Innalziamo le mani incallite

     e sian fascio di forze fecondo.

     Noi vogliamo redimere il mondo

     dai tiranni dell’ozio e del l’or.

 

     Giovinezze, dolori, ideali,

     primavere dal fascino arcano,

     verde Maggio del genere umano:

     date ai petti il coraggio e la fé!

 

     Date fiori ai ribelli caduti

     con lo sguardo rivolto all’aurora;

     al gagliardo che lotta e lavora;

     al veggente poeta che muor!

 

Un illustre esempio di parodia canora, è costituita dai celebri Carmina Burana con cui dei chierici vagantes adattano parole e arie a canti di chiesa per denunciare nel medioevo licenziosità e corruzione delle istituzioni religiose e civili. L’antico e originale manoscritto, conosciuto come codex buranus e conservato nell’abbazia bavarese Bura Sancti Benedict, ha ispirato le godibili pagine musicate da Carl Orf   che imitano magistralmente le arie, e in alcuni passaggi i suggestivi moduli salmodianti, con cui i chierici vitaioli e goderecci cantano le loro esperienze conventuali nei quali, come dice Piervittorio Rossi, è sempre presente la triade “donna, taverna e dado” per dire amore, vino e gioco.

    Da questo filone di idealità e di partecipazione nascono i canti che accompagnano, nel Fucino, lo “sciopero alla rovescia”. Ed ecco che, sull’aria del famoso Tango del mare nasce il canto O padron, vieni giù. E sì, perchè:

 

     All’alba se ne vanno gli operai

     a Fucino alle strade a lavorare.

     E se il padrone non ci vuol pagare

     saremo noi padroni di quelle strade.

 

Si tratta delle strade di quel comprensorio che:

 

     I nostri nonni hanno prosciugato

     i nostri padri  han bonificato

     e noi l’abbiamo ancor fertilizzato

     ed il padrone ci ha solo sfruttato.

 

Per questo:

 

     O padron vieni giù

     vieni a fare i conti anche tu.

     Se non scendi ti diamo la mano

     questi marsicani non pagano più.

 

Ma il principe è sordo alle implorazioni dei contadini i quali insistono:

 

     O padron scendi giù

     vieni a fare i conti anche tu

     Se non scendi ti diamo l’addio

     e tu andrai via al più presto da qui.

 

E per contrapporre la forza corale di un popolo alla forza di un principe prepotente:

 

     O padron scendi giù

     vieni a fare i conti anche tu.

     E se vuoi mandar poliziotti

     saremo più forti a lottar contro te.

 

E mentre per le contrade di Luco dei Marsi la canzone “inventata” da Santuccio “Stinghellasce” diviene di tutto il popolo, a S. Benedetto e Pescina, sull’aria dell’Inno del Piave si canta:

 

     Trascorso circa un mese di battaglia per il pane

     Torlonia ha continuato a fare il cane.

     E noi gli abbiamo detto se non paghi quei lavori

     dal Fucino ti cacceremo fuori.

     Fittavoli e braccianti sono uniti

     combattono la lotta come arditi.

     Se piove ed hanno fame non fa niente:

     si recano al lavoro allegramente.

     Se l’Amministrazion non vuol pagare

     le aziende di Torlonia andiamo ad occupare.

 

     Ed hanno scritto pagine di storia

     alzando le bandiere della gloria.

     Dicendo a tutti quanti gli italiani:

     conquisteremo i giorni del domani.

     I giorni del riscatto son vicini.

     Torlonia via del Fucino, la terra ai contadini!

 

La suggestione della parodia di canti più noti, si diffonde un po’ dappertutto e nasce, sull’aria di una marcetta militare:

 

     Come la marcia ben

     la massa dei braccianti

     come la marcia ben

     la massa dei braccianti

     pane e lavoro vogliamo conquistar

     pane e lavoro vogliano conquistar.

 

Oppure, sull’aria dell’Inno nazionale dovuto alla passione unitaria-risorgimentale di Goffredo Mameli:

 

     Fratelli d’Italia

     la Marsica è desta

     e contro Torlonia

     solleva la testa.

     Siam popolo unito

     siam popolo in lotta

     la morsa del principe

     alfin l’abbiam rotta.

 

Qualcuno, forse con un po’ di irriverenza nei confronti della Vergine, si spinge a parodiare il noto canto di chiesa tanto caro alla religiosità popolare, immancabilmente presente nelle processioni, quale è Mira il tuo popolo: è pur sempre un canto che, sul piano della legittimità rivendicativa e solidaristica, rimedia all’accennata irriverenza perchè si tratta di un popolo orante che chiede alla Madonna di essere dalla sua parte visto che il principe si è fatto, a suo uso e consumo, le sue madonnine e il suo bel madonnone dell’Incile in parte per ingannare gli ignari cafoni e in parte a imperitura gratitudine per la protezione accordata nella compiuta opera di prosciugamento. Ed ecco l’invocazione:

 

     Mira il tuo popolo

     bella Signora,

     fai crepare

     chi non lavora.

     Da circa un mese

     a scioperà

     però Torlonia

     non vo’ pagà.

 

     Oh bella Vergine

     da qui non si esce

     senza lo sciopero

     alla rovescia.

     Da circa un mese

     a scioperà

     però Torlonia

     non vo’ pagà.

 

Doveva trascorrere qualche anno perchè un musicista di spiccato talento e di limpida sensibilità quale è Paolo Capodacqua, partecipasse con una delicata composizione – testo e musica – al film L’incantesimo del Lago di Fabrizio Franceschelli e la consulenza storica del sottoscritto. Da quella “terra amara” nella  quale si svolgono gli eventi narrati dal film, è nato il nuovo Fucino che ispira la musica e le parole della canzone di Paolo:

 

     Terra amara o acqua dolce

     per il sole è sempre là

     circondata dalle rocce

     di montagne senza età.

 

     Primo amore pescatore

     primo amore contadino

     non rispecchierà più il sole

     l’acqua chiara del mattino.

 

     L’incantesimo del lago

     forse ci libererà.

 

     Dammi ancora la tua mano

     questa notte può finire

     c’è una guerra giù nel piano

     e tra il grano puoi morire.

 

     Dammi ancora la tua bocca

     nata come le stagioni

     come i fiori della terra

     che non hanno mai padroni.

 

     L’incantesimo del lago

      adesso ci libererà...

 

     Passerà quest’avventura

     tornerà la primavera

     a ingiallire la pianura

     a riflettere la sera.

 

     E le luci del tramonto

     non saranno nascondigli

     gireranno un girotondo

     da ballare ai nostri figli.

 

      L’incantesimo del lago

     allora ci riscalderà...

 

     E la spiga gialla e bella

     e il sole e le stagioni

     sono fiori delle terra

     non avranno mai padroni.

 

Il testo, riportato integralmente, assume quale titolo lo stesso del film a dimostrazione di come le lotte popolari, per la capacità interdisciplinare di cui sono capaci, sanno farsi testimonianza d’arte che rimangono nella storia.

    Paolo Pietrangeli, attendo cultore e autore di canti popolari, rivisitando l’ampio scenario di contesti e fatti da cui nasce questa particolare forma di partecipazione a ciò che nel fluire del tempo diviene storia, pone una serie di quesiti in merito a testi “senza autore...perchè dovevano essere di tutti”. E quindi: “A che servono oggi? Per una storia, anzi una storia diversa, “altra”, che integri o più spesso si contrapponga a quella ufficiale? Non basta. Per un legittimo e doveroso lavoro di archeologia affinchè la memoria non si dissolva? Non solo. Per un riposante afflato di nostalgia dei meno giovani tra noi? Anche. Perchè i nuovi movimenti ricantino quella canzoni? Non è possibile. Per la riaffermazione, il bisogno, la ricerca, la riscoperta di una identità? Per alcuni di noi è probabile. Perchè, affogati da una informazione omogenea, qualunque voce dissonante, anche se arriva dal passato, è una boccata d’aria? Certamente”. I quesiti di Pietrangeli sono quanto mai pertinenti se si consideri che è di questi giorni la notizia che le più belle poesie di un bracciante-poeta siciliano, Ignazio Buttitta, sono state musicate e divenute motivo di uno spettacolo in cui domina, in purissimo vernacolo siculo, l’appassionato appello:

 

     Strapp ssa camisazza rappizzata

     dignila e fanne un pezzo di bannera

 

E la camicia rappezzata del bracciante, come quella di tutti gli sfruttati, si fece bandiera di lotta e di riscatto. E si fece luminosa sorella dei canti dei cafoni fucensi in quanto è vero: tutti gli umiliati ed offesi della terra sono una razza a sé che hanno saputo fare delle loro pene, e delle loro speranze, canti che hanno la dignità, umana e culturale, della controstoria.

                                                                                                                                    Romolo Liberale

I TESORI DI MARRUVIUM

 

   Sia consentito ad un “marruviano” doc quale io sono, di intervenire nella querelle il merito al destino dei mosaici portati alla luce nell’area dove, nell’età italica, signoreggiava una splendidissima città che fece esclamare a Silvio Italico: “Marrubium veteris celebratum nomine Marsi Urbis est illis Caput”.

   Il tempo, e l’ignavia degli uomini, hanno umiliato per secoli l’antico splendore della città che fu Capitale della Marsica e che oggi è S.Benedetto dei Marsi. Si deve ad un giovane viaggiatore, Luigi Degli Abbati, il quale volle utilizzare l’appena costruita ferrovia Roma-Solmona, per un viaggio conoscitivo che comprendeva anche i centri intorno al Fucino. Nel suo volume è riportata questa accorata espressione: “Caserta li ha!”. Si riferiva ad alcuni preziosi rinvenimenti archeologici nei pressi di Santa Sabina che furono sottratti a S: Benedetto per dare lustro e prestigio alla Reggia di Caserta confermando così che i Borboni non erano solo ladri di diritti umani, ma anche “mariuoli” di meravigliosi gioielli archeologici.

   Quando, qualche anno fa, con cospicui investimenti in danaro e in sapere, riprendono gli scavi e vengono alla luce i preziosi mosaici appartenuti ai superbi edifici dell’antica Capitale dei Marsi, gridammo al miracolo: noi, cittadini di S. Benedetto, non solo avevamo recuperato parte importante di un tesoro nascosto, ma anche un “pezzo nobile” della nostra identità. Ci sentimmo figli ed eredi di una civiltà che impose i Marsi alla stima e al rispetto di tutti. Non eravamo solo serpari, acchiappa-pesci e raccoglitori di erbe per l’uso buono e per i filtri magici, ma uomini che combattevano per la propria dignità e la propria libertà di cui Roma dovette tener conto.

   Ogni ritrovamento archeologico concorre, insieme al recupero di “oggetti da interrogare”, alla definizione delle identità dei popoli la cui storia affonda le radici nei documenti che l’amore per la propria terra e l’opera di scienza portano alla luce.

   Mi sembrerebbe di immiserire queste mie considerazioni, se scivolassi nel terreno della polemica sulla viabilità cittadina. Questa è cosa che va lasciata agli urbanisti e agli amministratori: a noi spetta solo indicare la priorità dei valori. Si dia alla viabilità la soluzione più opportuna, ma innanzitutto non si seppellisca ancora nel sottosuolo quel che il sapere e la tecnica hanno portato alla luce e che arricchiscono il nostro essere marruvini.

   Ho avuto qualche tempo fa la ventura di visitare gli stupendi mosaici che testimoniano, in Calabria, l’antica e nobile civiltà sibaritide. Ma là li amano e li difendono; qui ci pongono inquietanti quesiti: quale destino subiranno? Ricadranno nella dimenticanza o saranno l’anello della “catena d’oro” per nuovi scavi e nuovi recuperi? Saranno ancora condannati al “sonno” del sommerso o scuoteranno il sentimento e l’intelligenza di quanti sostengono, ricordando Goya, che, come il sonno della ragione, anche il sonno dell’amore per la propria terra genera mostri ?

                                                                                                                             Romolo Liberale

 Non solo per memoria

 

       DALLA RESISTENZA: REPUBBLICA, DEMOCRAZIA E  RISCATTO SOCIALE

 

   I dieci mesi che separano il 4 giugno 1944 dal 25 aprile 1945, giorno della Liberazione, racchiudono una storia nella quale sacrifici e speranze sono talmente intrecciati tra di loro che solo la paziente ricognizione degli eventi consente di documentare il prezzo pagato dal popolo perché, come dice Quasimodo in una celebre poesia, quelle “cetre appese alle fronde dei salici” si destassero a suonare inni di libertà.

   Anche la Marsica – come l’Abruzzo, come tutto il Mezzogiorno – soffriva l’affanno di mezza Italia liberata, mentre l’altra metà, ancora occupata dai nazisti con l’aiuto servile dei repubblichini, offriva lo scenario di una guerra e una vergogna che sembravano non finire mai e che, tuttavia, animavano quel movimento di popolo e di combattenti che prese il nome di Resistenza.

   Con la liberazione della Marsica, inizia il processo di ritessitura democratica nonostante il condizionamento del governo provvisorio alleato. Quel che avvenne è già storia e prepara i nuovi cimenti sui quali far alitare il soffio della Resistenza. E la ricognizione dei fatti, consegna alla storia capitoli quanto mai tragici. Ed ecco l’efferato eccidio di Capistrello – comune a cavallo tra il Fucino e la Valle Roveto, che il 25 aprile di quest’anno è stato insignito di Medaglia d’Oro dal Presidente della Repubblica – nel quale trentatre contadini, rastrellati nei monti circostanti, furono trucidati solo per un atto di pura barbarie; ecco il sacrificio di Peppino Testa, giovane studente di Morrea, catturato e fucilato di cui si ricorda la nobile lettera al suo professore nella quale esprime la speranza che il suo sacrificio “possa essere il vanto e la gloria” della sua famiglia, del suo paese, dei suoi amici; ecco la cattura e il sacrificio dei giovani fratelli universitari Bruno e Mario Durante i cui resti non sono stati mai rinvenuti; ecco l’orrenda esecuzione, con indicibili sevizie, del giovane Piero Masci avvenuta nella contrada “Le Giorgie” di Capistrello; ecco i nomi di Luigi D’Alessandro, Alfredo Di Cioccio, Rocco Sansone fucilati a Collelongo; ecco i nomi del capitano Aldo di Loreto, fucilato a Villetta Barrea, del capitano Francesco Santoro, fucilato a Gioia dei Marsi, dell’operaio Mario Celio, fucilato a L’Aquila, del contadino Antonio Milone, fucilato ad Aielli, di Vittorio Marimpieri, marsicano trucidato alle Fosse Ardeatine. Ed ecco le raccapriccianti testimonianze di Pietransieri dove furono passati per le armi donne, vecchi e bambini; ecco i fucilati di Lanciano, delle Casermette dell’Aquila, di Filetto, di Onna, di Bosco Martese a Teramo. E tra i contributi dell’Abruzzo alla liberazione  del paese, la memoria corre all’ingresso trionfale, dopo il vittorioso scontro di Brisighella, della Brigata “Maiella” a Bologna: privilegio di entrare per primi nel capoluogo emiliano accordato alla formazione abruzzese per i meriti acquisiti in campo di battaglia. Le ispirate parole di Piero Calamandrei per quel “monumento che si chiama ora e sempre Resistenza”, hanno radici anche nella Marsica dove “borghi inermi e straziati” si aggiungono al nome di Marzabotto e di tutti i luoghi dove oggi una lapide ricorda le atrocità naziste. E dove “per dignità non per odio” i giovani risposero scegliendo le vie impervie della cospirazione e della resistenza al bando di Kesserling che prometteva ai renitenti  una punizione “secondo le leggi germaniche di guerra”.

 

*

 Sono questi eventi, divenuti ormai pagine di storia, che alimentano la maturazione di quel 25 Aprile di cui quest’anno celebriamo il sessantesimo anniversario. Dentro questi anni c’è la Repubblica democratica che recepisce quel che, con lucido intendimento, proclamava Emilio Sereni: la Resistenza, e la democrazia con essa conquistata, vedono l’irrompere delle masse popolari sulla scena politica per cui la mutazione istituzionale non è un fatto di  palazzo, ma un fatto di popolo. E questo concetto viene recepito nella Costituzione Repubblicana per cui, ancora oggi, a sessant’anni dalla liberazione, rimane quanto mai decisivo il nesso tra memoria e democrazia che nella storia di un popolo sono valori inscindibili. C’è chi interpreta il corso della storia che tende a cancellare antichi privilegi, assolutismi e soprusi, come una menomazione di un potere intoccabile.

Un esempio illuminante di come si manifesta la rottura di un rapporto basato sul dominio sostenuto dal potere politico, si ha nell’ottobre del 1944 nel Fucino, ad appena cinque mesi dalla liberazione. Con la democrazia Torlonia, principe romano dell’aristocrazia nera, sente minacciato il suo sistema di oppressione contro i contadini del Fucino; e lo scontro avviene presso l’azienda detta di “Strada Trenta”. La guerra è miseria e a nessuno è consentito di lasciare incolta una grossa azienda di terra fertile. Torlonia lo fa: decide di non procedere alle semine autunnali nella grossa azienda codotta in proprio. I contadini di Ortucchio – ritenendo scellerata la decisione del principe romano e ritenendo, nel contempo, che la democrazia consente iniziative per sfuggire alla miseria – decidono di fare loro quel che Torlonia non fa: mettere a coltivazione le terre dell’azienda. Ma quando, con i loro attrezzi di lavoro e col carico delle sementi si recano nell’azienda e iniziano il lavoro, vengono accolti a fucilate. Muore il contadino Domenico Spera, vengono feriti molti altri. E’ il 16 ottobre 1944 e questa data ricorda il primo caduto per la terra in tempo di riconquistata democrazia. E’ il sinistro biglietto da visita che, in nome della “sacra proprietà privata”, il principe romano presenta ai contadini: “oggi, come ieri, il mio dominio è intoccabile”. E l’agguato mortale di Ortucchio ne è una tragica testimonianza. Solo cinque anni dopo – sul filo rosso che collega Resistenza, 25 Aprile, Repubblica - e con le calde giornate di lotta del 1950, i contadini del Fucino si liberano della famelica rendita fondiaria dei Torlonia. Quel principio costituzionale, secondo cui la proprietà privata che non assolve più ad una funzione sociale va trasferita ad altri soggetti, diviene realtà. Ed è così che la terra che fu di Torlonia diviene proprietà dei contadini.

 

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La memoria storica è ricca di richiami a momenti ed eventi che costituiscono i tanti rivoli che sfociano nel grande fiume della Resistenza da cui nasce la Repubblica e che, nel 25 Aprile 1945, hanno una data cruciale, a dispetto di tutti i tentativi di revisionismo e destoricizzazione. Ancora oggi gli anziani di Avezzano ricordano il “corteo della vergogna” quando, verso le due della notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, il re e la sua corte, su alcune grosse automobili nere, attraversano la città per dirigersi, fuggiaschi, verso Pescara lasciando l'Italia alla sanguinosa rappresaglia dei nazisti. Ed è vivo il ricordo del “seme del Liceo” dove un gruppo di insegnanti antifascisti educa una schiera di studenti ai valori della libertà e della democrazia che poi, scoperti dall’OVRA, finiscono davanti al Tribunale Speciale mentre quel seme attecchisce abbondantemente in città e nei dintorni. E c’è, nella memoria dei marsicani, la distruzione a tappeto della città di Avezzano dai bombardamenti anglo-americani alla ricerca del “covo” del comando tedesco. E furono 30 le massicce incursioni con cui, dopo il terremoto del 1915, la città fu rasa al suolo per le seconda volta. Il gennaio 1944 sta nella memoria dei marsicani come un calvario di lutti, fame, distruzioni. Diamo solando le date e l’ora di alcuni bombardamenti particolarmente massicci e violenti: 2 gennaio (ore 8,15 – 15,20 – 16,00); 3 gennaio (ore 7,30 – 9,05 – 10,20 – 11,45 – 12,15 - 12,30 – 13,30 – 13,50 – 14,45 – 15,30); 4 gennaio (ore 7,30); 8 gennaio (ore 14,45) 12 gennaio (12,00 – 12,40). Cercavano il covo di Kesserling e colpivano indiscriminatamente una intera città.

 

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Siano le rievocazioni di queste memorie non solo occasione per rendere doveroso omaggio a quanti pagarono con la vita il riscatto dell’onore della patria, ma motivo di severa meditazione per quanti sono impegnati a trasmettere alle nuove generazioni i valori della nostra Repubblica democratica le cui radici stanno in quel 25 Aprile intorno a cui raccogliersi, come auspicava Calamandrei, “morti e vivi con lo stesso impegno”.

                                                                                                            Romolo Liberale

 

Epopea contadina e popolare

Nel prossimo febbraio 2010 cade il 60  anniversario delle lotte popolari del Fucino che portarono alla liquidazione della rendita fondiaria dei Torlonia e alla conquista della terra da parte dei contadini. Terre Marsicane, in omaggio al valore della memoria storica, è lieta di pubblicare questo contributo di Romolo Liberale che ripercorre i momenti salienti di uno dei momenti più alti della storia delle campagne nel dopoguerra caratterizzato dal movimento meridionalista dell’occupazione della terra.

 

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Quella che fu definita “epopea contadina e popolare” e che vide la mobilitazione, nel 1950-51, dell’intera Marsica contro il dominio dei Torlonia, non fu l’esplosione di una incontrollata jacquerje, ma la lotta, cosciente e ordinata, intorno ad obiettivi che dovevano radicalmente modificare il rapporti sociali nel Fucino. Fin dalle prime affittanze, subito dopo il prosciugamento del Lago Fucino e la conclusione delle opere di bonifica, esplodono i conflitti tra  l’Eccellentissima Casa Torlonia e i contadini che aspiravano all’affitto diretto. Il criterio seguito dall’amministrazione del principe, fu invece quello di concedere l’affitto a signorotti locali che si rivelarono subito capaci “gabellotti” a immagine e somiglianza dei “gabellotti” siciliani maestri di gabelle da strozzinaggio. A questi venivano concessi in affitto grossi appezzamenti che poi subaffittavano “a coppe” ai contadini i quali, in tal modo, venivano sottoposti a un duplice sfruttamento: dei signorotti e del principe. Ecco perchè la prime sollevazioni contadine avevano come motivo di fondo la stipula di contratti diretti. Torlonia aveva riservato circa 1000 ettari per le sue aziende a conduzione diretta nelle quali venivano occupati braccianti. Una tra le più consistenti era ubicata nel tenimento di Ortucchio e proprio qui, nel 1913, vi fu il primo sciopero per la difesa del salario che si concluse con successo. Il condizionamento materiale e spirituale esercitato dal Torlonia sui contadini, è reso efficacemente, nel 1902, da un componimento di Francesco Ippoliti – medico, anarchico e poeta – noto come Canto dei contadini del Fucino che è una eloquente testimonianza di come “basta un canto per dire il calvario di un popolo”. Il triplice sfruttamento dell’amministrazione Torlonia – attraverso l’affitto della terra, l’usura della Banca del Fucino, i taglieggiamenti dello zuccherificio – sono al centro di una serie di iniziative e puntualizzazioni tese a far saltare la soffocante “morsa a tre ganasce”. E’ del 1917 la formulazione, per la prima volta, della parola d’ordine: Via Torlonia dal Fucino, la terra a chi la lavora, lanciata a Sulmona, al   primo Congresso Abruzzese dei Lavoratori della Terra dall’avvocato Filippo Carusi, fervente socialista e organizzatore delle leghe contadine.  Nel 1920 è questa la parola d’ordine che ispira il movimento per l’occupazione della terra sull’esempio dell’ occupazione delle fabbriche da parte degli operai. Ai contadini al fronte, nella guerra  ‘15-18, era stata promessa la terra. Una volta smobilitati, chiesero il mantenimento della promessa, ma di fronte alla sordità del governo e del principe, l’unica alternativa rimaneva la lotta. I contadini ottennero un certo successo e in effetti furono stipulati contratti diretti di affitto: per lungo tempo quelle terre furono chiamate “le terre dei combattenti”. Con l’avvento del fascismo le condizioni si aggravarono: La “morsa a tre ganasce” si strinse ancora di più e, in pieno fascismo, verso la fine degli anni ’20, la collera contadina assunse carattere esplosivo. Intervenne il governo affidando a un suo ministro l’emissione di un Lodo: è il famigerato Lodo Bottai (dal nome del ministro). E’ un vero capestro ordito dai due poteri congiunti: quello politico (il fascismo), quello economico (il proprietario terriero). Le “guerre del regime” che caratterizzano gli anni ’30 fino al 1944, sono un acceleratore implacabile della miseria contadina. Con la fine della guerra e la liberazione del paese, riprende la vita democratica. Nel 1944 i contadini di Ortucchio occuppano l’azienda di Torlonia e la reazione padronale e poliziesca è spietata: viene ucciso Domenico Spera, il primo caduto per la terra in quella parte di Italia appena liberata. Gli anni dall’evento sanguinoso di Ortucchio al 1950, segnano momenti importanti: convegni di studi, analisi dell’acutizzato conflitto tra contadini e potere torloniano, conseguenze socio-economiche del monopolio della terra, necessità di liberare la Marsica dalla rendita fondiaria della casa principesca. Nel 1949 viene pubblicato il breve saggio Il Fucino, Torlonia e i contadini di Renato Vidimari – comunista e dirigente nazionale della Federterra – che, riassumendo i termini essenziali del “contratto capestro”, diviene una sorta di Bibbia del movimento di lotta che esplode nell’ inverno 1949-50. Il 6 febbraio del 1950 migliaia di braccianti e contadini, alleati tra di loro e fortemente sostenuti da una larga solidarietà popolare, scendono il lotta: è lo “sciopero a rovescio” per la sistemazione di tutta la rete idrica e stradale del comprensorio. Lo “sciopero a rovescio” si conclude con la conquista di un imponibile di manodopera. Nell’autunno del 1950 riprende il movimento e la piattaforma rivendicativa fa un salto di qualità. L’obiettivo è la realizzazione del sogno di tutte le generazioni contadine: la cacciata di Torlonia dal Fucino. Alla conquista del lavoro segue la conquista della terra con l’esproprio del comprensorio. Finisce il soffocante dominio torloniano e i contadini divengono padroni della terra che lavorano.

 

                                                                                                                                Romolo Liberale

L’ANARCHIA TRA SOGNO ROMANTICO E RIVOLTA

L’ANARCHIA TRA SOGNO ROMANTICO E RIVOLTA

Credo che sia rimasto ben poco, nelle forme di lotta politica di oggi che pretendono di richiamarsi all’anarchismo, di quel che conosciamo della tradizione anarchica così come si è manifestata nei conflitti sociali tra la fine dell’ ‘800 e i primi del ‘900. Quel che è certo è che l’immagine del romantico sognatore dell’anarchia, apostolo e divulgatore di una idea di società libera e solidale senza Stato e senza l’oppressione delle sue strutture di potere,  prevale su quella del nichilista che contrapponeva la cosiddetta “propaganda del fatto” alla predicazione ideale. E di “fatti” ve ne erano stati; e su di essi erano tornati sovente a meditare due grandi spiriti dell’anarchismo che era esploso tra le fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900: Eliseo Reclus e Errico Malatesta. Sante Caserio aveva pugnalato in Francia, nel 1894, Sadi Carnot, presidente della Repubblica; Luccheni aveva ucciso, nel 1898, l’imperatrice d’Austria Elisabetta, detta Sissi; Gaetano Bresci aveva ucciso a Monza, nel 1900, re Umberto I. E le cronache del tempo avevano registrato gli audaci attentati di Etievant, Ravachol, Henry, Vaillant. Ma avevano registrato anche come il socialismo marxista, che cercava di educare le masse all’organizzazione politica liberandole dal gesto nichilista, aveva già condannato la sterilità dell’individualismo terroristico. Eliseo Reclus – figlio di un pastore protestante, celebrato geografo e anarchico “teorico” – proclamava: “Chi si dice anarchico dovrebbe essere buono e dolce. Tutti gli attentati, i veri compagni, li considerano come delitti”. Gli faceva eco Errico Malatesta – già repubblicano, spinto al socialismo dagli eventi della Comune di Parigi dove un cannone rivoluzionario battezzato Garibaldi aveva fatto sentire la sua voce, arrivato all’anarchismo sotto l’influenza di Bakunin – quando, non meno perentoriamente, scriveva: “L’odio non produce amore, per mezzo dell’odio non si rinnovella il mondo”.

   Nell’ampia galassia del pensiero anarchico, quella del Reclus e del Malatesta potrebbero apparire come prese di posizione che poco incidevano nel comportamento complessivo del movimento. Vi erano stati prima e continueranno ad esservi dopo, gesti riconducibili a quella che fu teorizzata come “propaganda del fatto”. Ma vi fu anche, elaborata in particolare da Louise Michel – quella che fu chiamata la “vergine rossa” della eroica e sfortunata Comune di Parigi – una importante discriminante tra il “fatto di massa” e il “fatto individualista”. Ed è la Michel a precisare: “Noi oggi troviamo che il popolo ha perduto sangue abbastanza; val meglio che uomini di cuore si sacrifichino, compiendo atti violenti a loro rischio per terrorizzare il governo e la borghesia”. Nelle parole della rivoluzionaria francese è implicito il riferimento alle responsabilità dei governi e della borghesia, non solo per la condizione di vita sub-umana riservata alle masse, ma per la violenza esercitata contro il popolo quando si sollevava per via delle iniquità subite a causa del comportamento della classe dominante di cui i governi rappresentano la struttura di tutela. E’ così che Pietro Gori, poeta dell’anarchia, dedicando una sua lirica divenuto canto alla figura di Sante Caserio, poteva scrivere: “E t’avventasti tu, sì buono e mite/ a scuoter l’alme offese ed avvilite”.

   E’ interessante il modo come il pensiero e l’organizzazione dell’anarchica, abbiano occupato, tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900, un ragguardevole spazio nella società abruzzese. Il segno più marcato, è dato dal rapporto tra l’emigrazione negli USA e la proiezione nella società regionale di idee qui trasmigrate non tanto e non solo dalla presenza in Italia di figure e fogli di propaganda, quanto dall’opera di emigrati di ritorno indottrinati oltre oceano. Erano questi che, in America, a contatto con l’opera solidaristica di organizzazioni anarchiche a sostegno di quanti laggiù arrivavano col loro carico di miseria e di speranze, trovavano, insieme alla mano tesa, la parola illuminante sulle radici della povertà, delle privazioni, delle umiliazioni di cui erano vivente e sofferta testimonianza. Ed ecco allora la magica parola: riscatto. E quindi: il valore dello stare insieme, di sentirsi forti nell’unione, di “adunarsi” per farsi “refrattari” alle ingannevoli blandizie del potere. Ed ecco, nel cuore dell’America, la nascita di un foglio anarchico quanto mai combattivo: “L’Adunata dei refrattari”. diretto da Luigi Galleani. E, accanto a questo, un giornale non meno impegnato come “Il Martello”, diretto dall’abruzzese di Sulmona Carlo Tresca, che fu particolarmente attivo nella campagna di denuncia dell’intrigo poliziesco che portò sulla sedie elettrica i due anarchici innocenti Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

   Una documentazione, attenta e puntuale, dell’anarchismo abruzzese e dei rapporti di questo con le correnti anarchiche dell’emigrazione, è contenuta nel volume, di recente pubblicazione, di Edoardo Puglielli dal titolo Abruzzo rosso e nero, dove per rosso dovrebbero intendersi le radici socialiste e per nero il colore della bandiera anarchica - più tardi arricchita, nello spirito di uno tra i  massimi teorici dell’anarchia, Max Stirner – da una fiaccola e da una scure incrociate quale simbolo del pensiero liberatorio e della nemesi vendicatrice.

   A distanza di anni, le figure e le gesta che vengono ricordate, acquistano dimensioni mitiche. Abbiamo detto di Carlo Tresca, ma figure di spicco sono anche quelle di Francesco Ippoliti, di S.Benedetto dei Marsi, medico e cantore della miseria contadina del Fucino; Umberto Postiglione, di Raiano,insegnante, poeta e fervente oratore; Luigi Meta,  rovetano di nascita e pratolano di adozione, organizzatore instancabile in Italia e in America. La militanza di queste figure mitiche rappresenta una sintesi incisiva del pensare anarchico, del proselitismo ideale, dell’opera organizzativa.

    Ripercorrere questa storia, specialmente per i giovani, è rendere omaggio a quanti, al cospetto di una condizionale umana fatta di arretratezza, di negazioni, di violenze, il generoso sogno romantico dell’anarchia appariva come possibile via di salvezza per affermare un livello superiore di umanità.

 

                                                                                                                            Romolo Liberale

 

LA CONDIZIONE CONTADINA DEL FUCINO IN UN CANTO DEL POETA ANARCHICO FRANCESCO IPPOLiti

Francesco Ippoliti (1865-1938), medico, figlio di piccoli proprietari terrieri, figura di spicco di quel gruppo di anarchici di S. Benedetto dei Marsi costituitosi tra la fine dell'800 e i primi del '900 in seguito al fecondo incontro tra lavoratori del posto e lavoratori che avevano preso contatti con le idee anarchiche nella emigrazione statunitense. L'Ippoliti fu fondatore e animatore del Circolo "Il Progresso" il quale, in un primo momento, mise al centro del suo programma la rivendicazione dell'autonomia comunale della frazione di S. Benedetto dal capoluogo Pescina. Il medico anarchico fu in costante contatto con le figure più note dell'anarchismo italiano tra cui Errico Malatesta. Fu collaboratore di numerosi periodici di tendenza anarchica. Perseguitato dal fascismo di cui conobbe spedizioni punitive, carcere e confino, è ricordato in S. Benedetto dei Marsi per la sua generosità professionale (lo chiamavano, per la sua eccessiva magrezza, "i medechitte") e per essere stato il "medico dei poveri" in quanto non solo non si faceva pagare le visite, ma si adoperava per procurare medicinali a chi non avevo soldi per acquistarli. Visse sempre povero e negli ultimi anni, fiaccato nel fisico per le privazioni e le continue persecuzioni, ebbe conforto ed aiuto solo dal suo compagno Francesco De Rubeis e dalla moglie di questi.

 

Alcuni anni fa, riordinando vecchie carte e vecchi libri avuti in "eredità" da Francesco De Rubeis - il fervente anarchico di S. Benedetto dei Marsi col quale, da giovane, avevo intrattenuto rapporti di amicizia e al quale debbo la mia iniziazione politica più tardi evolutasi in senso marxista - mi pervenne tra le mani un piccolo foglio, piegato in quattro, abbondantemente consunto, ma non tanto da impedire la decifrazione dello scritto. Mi colpirono  subito il titolo Il Canto dei contadini del Fucino e la firma  Francesco lppoliti. Avevo sentito qualche verso del Canto da mia madre la quale nelle lunghe interminabili serate invernali,  si attardava, lei analfabeta, a raccontare a noi ragazzi le gesta di quella agguerrita pattuglia di anarchici sambenedettesi di cui facevano parte Francesco De Rubeis, contadino, Francesco Ippoliti, medico, e Giuseppe Cerasani, fratello di mia madre e quindi mio zio, dal mestiere imprecisato dato che nella emigrazione negli USA aveva preso contatto col movimento anarchico che si radunava intorno al periodico L'adunata dei refrattari ed aveva fatto alternativamente l'operaio in fabbrica, il minatore ed il barman. Mia madre - narrandoci con la fantasia propria della contadina analfabeta le controprocessioni degli anarchici nelle quali il calvario era il quotidiano andare dei contadini nei terreni del Fucino e le quattordici stazioni erano Ie quattordici disgrazie torloniane (l'alto fitto della terra, il cappio del subaffitto, i debiti col principe, la minaccia dello sfratto, le spese per I'avvocato, il sequestro dei prodotti, la rapina nel peso delle bietole, il ritardo nel pagamento delle bietole, le pretese dei guardiani, il divieto di irrigazione, il divieto di transito, il divieto di costruire ricoveri, le regalie ai fattori, i tassi della Banca del Fucino) e narrandoci a modo suo uno dei momenti più alti delle lotte contadine del primo dopoguerra, quello dell'occupazione delle terre del 1920 - ci cantava strofe del Canto, magari riaggiustandone qualche termine come ricolto che ella voleva ostinatamente raccolto sull'aria dell'lnno dei Lavoratori di Filippo Turati. Questo mi fa pensare, visto che nel foglio da me reperito non vi è indicazione di data, che il Canto dell'Ippoliti sia stato composto ai primi del nostro  secolo, comunque dopo che l'Inno di Turati, era già arrivato alle organizzazioni socialiste e anarchiche della Marsica alle quali, tra l'altro, avevano dai un impulso di rilievo gruppi di operai del nord affluiti ad Avezzano, nel 1901, per la costruzione dello zuccherificio.

Non tanto la struttura in strofe del Canto sorprende (è noto che i canti del lavoro o di lotta sono tutti strutturati in modo da poter essere cantati in coro nelle sedi o nei cortili e questo dell'Ippoliti dev'essere stato certamente cantato dai contadini nel Circolo "Il Progresso", di cui lo stesso medico anarchico fu fondatore e animatore in S. Benedetto dei Marsi), quanto Ia capacità dell'anarchico di offrire, con una sintesi eccezionale e con una terminologia in cui sono presenti, insieme a modi propri del pensare e del dire contadino, anche espressioni auliche e classicheggianti, uno spaccato della condizione sociale e umana dei contadini del Fucino sotto il dominio dei Torlonia.

 Il Canto si compone di undici strofe e ogni strofa coglie un aspetto particolare della durezza del lavoro nei campi e dà la dimensione di come su questo lavoro agiscano in modo soffocante da una parte la mano spietatamente rapace del padrone e dall'altra le mille insidie e prepotenze di guardiani, fattori e gabellotti, cioè quella «struttura disumana» su cui si reggeva il potere e il prepotere torloniano.

 

 Ma veniamo alle singole strofe. Ed ecco la prima:

  Con la zappa in su le spalle

 con l'aratro sempre avanti '

 ce ne andiamo tutti quanti

 la dimane a lavorar.

  Nell'inverno sotto il gelo

 nell'estate al sol cocente

 sotto l'acqua che repente

 col sudor ne va a bagnar.

 

 In questa strofa è presente - insieme a quella che può definirsi "la fatica aggiuntiva" al lavoro vero e proprio nei campi, cioè l'andare giù e su per chilometri, dal paese alla terra "con la zappa in su le spalle" o "I'aratro sempre avanti" - il travaglio proprio di un ambiente di lavoro a cui è negata anche la più elementare delle protezioni per un momento di sosta o di riposo. Torlonia, tra i suoi editti medioevali, faceva agire anche quello dell'assoluto divieto della costruzione di casette o capanne di ricovero; e questo contribuiva ad accrescere la già pesante sofferenza contadina. Ed ecco ancora che:

 

  Nel cammin lontan lontano

 or la polvere c'imbratta

 ora il fango ci maltratta

 senza speme di gioir.

  Pane duro e pudrid'acqua

 ci nutrisce e insie c'infetta

 il ricolto invan si aspetta

 la famiglia per nutrir.

 

Francesco Ippoliti in una foto segnaletica della polizia fascista

 

 Ecco un'altra pagina nera della realtà del Fucino sotto i Torlonia "pane duro e pudrid'acqua". Accadeva sovente che nelle famiglie contadine Ia cosiddetta "costa di maggio" iniziasse con notevole anticipo rispetto al mese indicato. La ragione stava non solo e non tanto nella condizione di dissesto dei fondi coltivati a causa della incuria dell'amministrazione del principe, ma essenzialmente nelle sfrenata ingordigia padronale per cui era disperatamente vana l'attesa del raccolto "la famiglia per nutrir" . Ma lavorare bisognava lo stesso; e lo stesso bisognava recarsi sulle terre per trarre da esse un minimo di sostentamento. Ed era diffuso tra i contadini l'uso di portare con sé un pezzo di pane rinsecchito e duro che veniva bagnato nell'acqua di qualche cinta o qualche fosso. Questo "pasto" che  aveva come "condimento" solo il pudrido sapore dell'acqua dei fossi, era causa di malanni e malattie.

 

Siamo quindi alla terza strofa:

 

 Quando vien la messe d'oro

che inebria i sensi a noi

fitta schiera d'avvoltoi

il cammin ne sbarra allor.

 E quei frutti già. maturi

tosto il principe ne toglie

e con esso il vitto coglie

e di vergini gli amor.

 

Il riferimento alla pratica spietata e disumana di sbarrare il passo ai contadini troppo indebitati con I'amministrazione del principe e togliere ad essi finanche il magro sudato raccolto per andare ad impinguare i magazzini del padrone, qui è evidente. I fatti e i misfatti legati a questo arbitrio sono stati lungamente narrati dalle generazioni contadine del Fucino con dovizia di particolari. Avveniva che, o direttamente sul terreno o nel corso del trasporto dal terreno verso casa, i guardiani del principe, con in mano l'elenco dei contadini che non erano riusciti a fermare il livello dei debiti (sempre incontrollati) con l'amministrazione dell' Eccellentissima casa, procedevano al sequestro del prodotto che spesso era il poco che rimaneva per sfamare per qualche mese la povera famiglia. Non solo avveniva che una "fitta schiera d'avvoltoi/il cammin ne sbarra allor", ma avveniva di peggio e alla penna dell'anarchico non sfugge: gli uomini del princìpe, di fronte alle implorazioni dei contadini per non farsi togliere "quei frutti già maturi", ammiccavano laidamente sì che talvolta la vergognosa contropartita era "di vergini gli amor" e questo aggiungeva un elemento in più alla natura medioevale del dominio dei Torlonia sul Fucino.

 La denuncia che segue richiama quel particolare rapporto contrattuale (ma forse il termine rapporto è improprio in quanto nel Fucino tutto sfuggiva anche al più comune dei diritti e tutto era "regolato" da imposizioni che annullavano dispoticamente l'autonomia contrattuale dei contadini) che vede il gabellotto (figura sociale mutuata da una antica odiosa consuetudine siciliana, o comunque meridionale) collocato tra il principe e gli affittuari attraverso lo strumento del subaffitto. Tanto è vero che:

 

 Da speculatori ingordi

che il principe protegge

siamo tosati come gregge

senza ombra di pietà.

 Dei terreni I'alto fitto

ci raddoppiano gli stessi

del lavor le nostre messi

ci dividono a metà.

 

 Il riferimento a speculatori ingordi, ha come bersaglio, appunto, i gabellotti: signorotti locali, boriosi, ignoranti . prepotenti, servi del principe e tiranni dei contadini, ai quali Torlonia aveva affittato grossi appezzamenti di terreno e che essi subaffittavano in piccoli lotti a centinaia di contadini. Ne conseguiva che sul lavoro contadino premeva un duplice ordine di speculazione: quello immediato del gabellotto e quello più complesso dell'amministrazione principesca. A questi - cioè ai gabellotti, i quali nel mezzogiorno vengono chiamati anche galantuomini, protetti dal principe - era affidata l'infame funzione di "tosare come gregge" i contadini raddoppiando arbitrariamente gli affitti. Gli stessi poi, come completamento dell'operazione speculativa, "del lavorar le nostre messi/ci dividono a metà", cioè si appropriano della metà del prodotto perché il fitto, pur essendo raddoppiato, non bastava mai a pagare il canone che oltre tutto veniva unilateralmente stabilito.

 Ritorna nella quinta strofa la denuncia del divieto di ripararsi dalle intemperie e si fa esplicita la contrapposizione di questa condizione disumana agli agi e ai bagordi tra cui "il signor sta a gavazzar":

 

 Quando s'entra in mezzo ai campi

niun ci vede, niun ci sente;

vento, pioggia, sol cocente

chi ci aiuta ad evitar?

 Si coltiva, si concima,

la sementa si sotterra

le intemperie ci fan guerra

e il signor sta a gavazzar.

 

 Avveniva sovente nel Fucino sotto i Torlonia che in paese arrivasse la tragica notizia di un contadino ucciso da un fulmine o da un colpo di solleone: era, questa, la componente sinistra di un destino in cui la dura fatica della terra sì svolgeva tra una miriade di insidie tutte ricollegabili agli effetti di un potere dispotico ed assoluto che considerava il Fucino solo come strumento di dominio e come mezzo per realizzare profitti inauditi. E tra le insidie, maturate in questo inferno dove una giornata di lavoro equivaleva ad una giornata di pena, erano presenti le malattie proprie di un ambiente che le generava e le alimentava. Ed ecco che:

 

 Il sudor ne imbratta i panni

dura e lorda vien la pelle,

ne le madri e le sorelle

più ci arrivano a curar.

 Cibo il ventre ci rifiuta

stanchi sopra un duro stallo

aspettiam che canti il gallo

annunziante l'albeggiar.

 

 Quel "lorda e dura vien la pelle", e quel "cibo il ventre ci rifiuta",danno il segno di quanto i malanni infierissero su creature già tanto provate da privazioni e da fatiche disumane. E danno il segno anche di quale dimensione andasse assumendo il sogno di liberazione dei contadini del Fucino in quanto l'attesa del canto del gallo "annunziante l'albeggiar", qui immagine ambigua, rimane sospesa tra il segnale di una nuova giornata di lavoro e il segnale di un albeggiare di nuova vita che richiama alla mente il verso liberatorio E' fatto giorno che qualche decennio dopo, riferito ai contadini del sud, ci doveva lasciare Rocco Scotellaro.

 E il dramma doveva continuare quando:

 

 Alternando notte e giorno

noi alziam al ciel la Prece

del lavor che ognuno fece

frutto aspetta e spighe d'or.

 Ma il ricolto tanto atteso

si presenti magro o grasso

il guardiano fa il gradasso

per il ben del suo signor.

 

 Nella strofa si insiste nella denuncia di quella pratica odiosa, affidata allo spietato servilismo dei guardiani, di privare del "ricolto tanto atteso/per il ben del suo signor", i contadini affittuari i quali, per ripetere una espressione arrivata fino ai nostri giorni e che ai tempi di Torlonia straripava nella terminologia popolare, erano attrassati con l'amministrazione del principe. Per cui, mercé questa opera di vera e propria rapina, si vanificavano Ie speranze collegate a quel quotidiano alzare "al ciel la prece"

e nella povera famiglia contadina si perpetuava l'antica fame.

 L'intento della denuncia è ancora più esplicito nell'ottava strofa:

 

 Tanto il miser contadino

che il piccolo borghese

a. mezz'anno fan le spese

col ricolto d'avvenir.

 Ma d'arpia feroce ardita

via lo strappa il guardiano;

questo è l'ordine sovrano:

contadino va a morir!

 

 L'autore, in questa strofa, esagera volutamente la denuncia e tenta, anche, un approccio di alleanza tra "il miser contadino" e il "piccolo borghese" colpiti entrambi dalla rapina padronale. Nella considerazione del medico anarchico, qui il piccolo borghese è una figura ricorrente nelle stratificazioni sociali delle campagne meridionali: è il sarto, il ciabattino, il barbiere, il falegname; sono piccoli artigiani che si distinguono dal contadino zappaterra non per un diverso destino, ma solo perché talvolta riescono a vedere, attraverso la botteguccia, qualche soldo. Una cosa però è certa: contadino o artigiano, entrambi espressione di un mondo arretrato e misero, da mangiare lo hanno solo per "mezz'anno". Va detto anche che l'accenno alla comune condizione per cui "col ricolto d'avvenir" la famiglia contadina a" mezz'anno fa le spese", è riferito non solo all'odioso "ordine sovrano", cioè agli editti del principe, ma ad una consuetudine molto diffusa nei paesi del Fucino: quella di rivolgersi, quando in famiglia erano finite le povere provviste, ai signorotti locali per chiedere in prestito una, due, tre "salme", di grano che poi i contadini dovevano restituire, al tempo del "ricolto d'avvenir", in doppia misura. Così l'azione del signorotto,"arpia feroce ardita" veniva sinistramente a completare quella del principe e dei suoi guardiani.

 Il principe dov'è? Il medico anarchico non lo sa, ma lo immagina perché questo principe, il principe del Fucino, non è dissimile dagli altri. Per cui:

 

 Nei caffè, concerti e balli

e nei circoli pomposi

con dei balli lussuriosi

passa. il tempo il reo signor.

 Con le lacrime e sudori

che versiam da mane a sera

ei discaccia tutta intera

la sua noia e il greve umor.

 

 In questa strofa è palese una contrapposizione di classe: lui, il principe,"nei caffè, concerti e balli"; noi, contadini, destinati "con le lacrime e sudori" a procacciargli il benessere che gli consente di "scacciare tutta intera/la sua noia e il greve umor". E la penna dell'anarchico, come il suo pensiero e il suo spirito, non si placa:

 

 Lui piacer, gioia, contento,

cibo e vino e amore accorto;

noi dolor, pene, sconforto

duro pane e scarso vin.

 Trascorrendo così gli anni

noi coloni ed operai

sempre al ciel mandiamo i lai

finché morte giunge alfin.

 

 L'immane fatica e i sacrifici dei contadini fanno presagire vita breve. In questa strofa l'autore si serve impropriamente di una terminologia propria del movimento operaio quando scrive, riferendosi al Fucino,"coloni ed operai" per i quali la morte è come una liberazione. Si tratta, invece, di contadini affittuari, tiranneggiati in mille modi, anche se all'epoca in cui il Canto è stato composto l'amministrazione del principe aveva alle sue dipendenze alcuni insediamenti tipicamente colonici e alcune aziende, condotte direttamente, in cui lavoravano braccianti salariati i quali avevano, sul piano strettamente sindacale, validissimi motivi di lotta contro le angherie del principe.

 Siamo alla strofa finale del Canto; e la strofa finale, nell'assunto di un anarchico che ha narrato le sofferenze di un popolo, non può che essere un appello a prendere coscienza della necessità di liberarsi del "borghese sfruttator" e dei suoi "vili servitor" I motivi ci sono, i tempi sono maturi, per cui:

 

 Che si aspetta? Su fratelli

senza classe tutti uniti

combattiamo insieme arditi

il borghese sfruttator.

 Ed i vili servitori

che fan guardia al capitale

non risparmi il nostro strale

dessi sono traditor.

 

 E in questo anelito di liberazione, che ha radici profonde nella condizione in cui è costretta l'esistenza contadina e nella coscienza che i contadini vanno assumendo della propria condizione umana. e sociale, il ritornante refrain:

 

 Scuotiamo il gioco indomito

ne appar se vili siam

uniti in un sol fascio

fratelli combattiam.

 

 E il gioco, come ormai è nella storia, fu scosso nel 1950-51 quando le genti del Fucino, non più plebe "afflitta e maledetta",ma popolo cosciente e organizzato, dettero vita a quel poderoso movimento noto come grande epopea contadina e popolare del Fucino.

 

      Romolo Liberale

Per il 150° dell'unità d'Italia

Torbido fra la nebbia ed increscioso/esce su Roma il giorno/fiochi i suon de la vita, un pauroso/silenzio è d’ogn’intorno. Sono i primi versi di una poesia del 1868, compresa nella fustigante raccolta Giambi ed Epodi, con cui Giosuè Carducci descrive il cupo scenario entro cui si compie l’atroce spettacolo di due teste tagliate a due giovani nati all’amore e ai quali l’idea di una Italia Unita sta tra il crepuscolo di un potere che consuma le sue ultime nefandezze e l’aurora di un sogno che si realizza e al quale l’avvenir sorride.

   Stimolato dal titolo di un bel libro recentemente pubblicato in Spagna – “Despertar la palabra que duerme” – sono andato a risvegliare pagine dormienti nelle quali giacciono memorie di martiri dimenticati. E l’ho fatto innanzitutto per rispondere, sul filo di un impegno civile e culturale, alle sollecitazioni perchè nelle celebrazioni dell’evento unitario che ci fecero nazione quando già i maggiori paesi europei lo erano da secoli, si vada, oltre la macrostoria, anche nella microstoria, per ricordare quanto anonimo sangue è costato il processo unitario che si concluse con la Breccia di Porta Pia.

   Ricordavo di aver letto, molti anni fa, quell’ode del Carducci il cui titolo sembra coniato per essere scolpito alla base di un monumento: Per Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti - Martiri del Diritto Italiano. Chi erano Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti? Erano giovani cospiratori contro il potere temporale della chiesa e sapevano che l’idea di una Italia Unita poteva realizzarsi alla condizione di restituire alla chiesa stessa la dimensione spirituale per la quale era stata fondata. In tal senso i moti risorgimentali, e gli ideali unitari che li ispiravano, costituivano un decisivo contributo a liberare la chiesa dagli affanni, dalle congiure,  dai delitti, dai veleni che ne avevano segnato la storia del suo lungo potere nelle regioni chiamate in latino “Patrimonium Sancti Petri” corrispondenti a quelli comunemente chiamati in italiano Stato della Chiesa. E’ qui, alla sommità di questo Stato, che imperava Pio IX, fatto papa nel Conclave riunito al Quirinale il 14 giugno 1846, mentre nei territori negati all’unità degli italiani cresceva il fermento delle idee liberali e unitarie. Pio IX rimane nella storia della chiesa una delle figure più discusse sulla quale si sono esercitati storici, teologi, analisti e finanche autori di gustose, e talvolta feroci, pasquinate che tuttavia rendevano abbastanza verosimili la mentalità e le irriverenze dei ceti popolari. Rimane celebre quella che seguì la elezione di papa Mastai-Ferretti al soglio pontificio: “Il Concilio è convocato/i vescovi han decretato/ che infallibili due sono/ Moscatelli e Pio Nono”. Cosa c’entra un Moscatelli in questa pasquinata? La satira è impertinente perchè, in quegli anni, sulla scatoletta dei fiammiferi, una ben visibile scritta pubblicitaria, diceva: “Moscatelli-infallibili”, dove per Moscatelli si indicava il fabbricante degli zolfanelli e, per infallibili, si indicava il dogma della infallibilità che il papa attribuiva a se stesso e a tutti i papi passati e futuri. Ancor più feroce è la pasquinata anticlericale che ribattezzò l’I.N.R.I. della croce - che va per Jesus Nazarenum Rex Judeorum - in “Io Non Riconosco Infallibilità”.

   I veementi strali carducciani indirizzati contro Pio IX - “hostilis maximus”  dell’Unità d’Italia – mettono in bocca all’inventore della propria infallibilità, finanche una sfida a San Pietro il quale, secondo la narrazione evangelica, si limitava più modestamente a maneggiar di spada e solo per tagliare orecchi, cosa ben diversa dal truce uso della mannaia per tagliar teste. E papa Mastai-Ferretti così lo sfida: Antecessor mio santo, anni parecchi/ corsero da la tua gesta/ a te, Piero, bastarono gli orecchi/ io taglierò la testa. E non una, ma due di teste quel giorno rotolarono nel cesto del patibolo eretto dallo Stato della Chiesa contro il  diritto italiano evocato dal Carducci.

   Dobbiamo al paziente e sofferto acume di un oscuro cronista dei tempo, Gaetano Sanvittore, il raccapricciante racconto della cattura, del processo, della condanna e della esecuzione capitale dei due giovani cospiratori. Il giorno scellerato era quello del 23 novembre 1867. Narra il cronista: “Erano terminate le messe, quando entrò nella cappella il cancelliere Passerini, incaricato di ricevere il testamento dei due condannati. Quel pover’uomo di cancelliere aveva un cuore che non era assolutamente fatto per la sua carica; era tutto agitato e contraffatto in volto, e balbutiva   nell’annunziare a Monti e Tognetti il motivo della sua venuta”. Il cancelliere aveva certamente nella mente l’orrore che accompagnava, nello scenario vaticano, le esecuzioni capitali: ecco il motivo della sua agitazione, del suo volto “contraffatto”, del suo balbutire. E quando, alle cinque in punto di quel mattino, l’orologio delle Carceri Nove diffuse i suoi rintocchi, udirono “uno scalpitìo di cavalli” e il “ruotare di due carrozze”, i due giovani prigionieri rabbrividirono. L’ora scellerata stava per scoccare e il Carducci dà ancora la parola a Pio IX: Un forte vecchio io son; l’ardor de i belli/ anni in cuor mi ritrovo/ la scura che aprì ‘l cielo al Locatelli/ arrotatela di nuovo. E mentre il solerte boia si ingegnava, con sadico godimento, ad arrotare la mannaia, nelle Carceri Nove il macabro rito del supplizio faceva il suo corso. Il personaggio incaricato di accompagnare i due giovani al patibolo, era tal Monsignor Pagni il quale, aperte le porte ferrate della cella, guardò i condannati e, “atteggiato il volto all’espressione della benignità religiosa”, così parlò: “Cari figlioli, ho una buona notizia da darvi. Sua Santità, il beatissimo Padre dei fedeli, mosso a pietà del vostro stato, e per darvi una prova del suo paterno amore, nonchè della sovrana clemenza, manda ad entrambi...” Ognuno può immaginare quale tumulto nella mente, e quale gioia nel cuore, di due condannati a morte che già sentono il freddo della lama sul collo, potettero suscitare le mielate parole del monsignore. Per questo esclamarono all’unisono: “La grazia!”. L’untuoso prelato, per nulla turbato dalla trista missione cui era preposto, e aggiustate le labbra “a cul di gallina” per darsi l’aria di pietoso bonario, riprese il discorso: “Manda ad entrambi la sua apostolica benedizione”.

   Da più parti fu chiesta la grazia per i due patrioti. Si era scomodato perfino Vittorio Emanuele II con una perorazione al papa, tanto ardita quanto ingenua, dimenticando l’ostinato e altero silenzio papale al cospetto di una lettera di Cavour, dai toni suadenti e ragionevoli, per togliere la chiesa dalle implicazioni del regime temporale che confliggevano con la sua natura di entità spirituale. “Santo padre – aveva scritto Cavour – rinunziate e noi vi daremo quella libertà che avete invano chiesto da tre secoli a tutte le grandi potenze cattoliche...Quello che Voi non avete mai potuto ottenere...noi veniamo ad offrirvelo in tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare in Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato”. Vi sono fatti che, per il modo e il momento in cui avvengono, acquistano un indiscutibile significato simbolico: l’ostinazione del rifiuto della grazia papale ai due condannati a morte, è il sigillo alla ostinazione del rifiuto delle ragioni espresse nella lettera di Camillo Benso Conte di Cavour. Ed anche su questo - e come su altro lo diremo più avanti - torna ad esercitarsi l’impertinente Pasquino: “Come la pianta della fede langue/ se con gran cura il prete non l’innaffia/ di lacrime e di sangue”.

   La scena dell’ esecuzione della condanna nella Piazza dei Cerchi, al centro della quale era stato eretto il patibolo, ricorda molto il “lavoro” della instancabile ghigliottina francese durante il  Terrore. A differenza del Carducci che definisce simbolicamente quel giorno “torbido” e “increscioso”, quella del supplizio dei due condannati nel cuore della cristianità, era una giornata del dolce autunno romano e “i primi raggi del sole nascente facevano scintillare il ferro massiccio dal taglio obliquo, aguzzo, lucente”. L’orologio delle Carceri Nove batteva esattamente le ore 6.30 del mattino quando, uno dopo l’altro, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, inginocchiati e col collo posato sul ceppo, sentirono scendere, implacabile, la lama “dal taglio obliquo”. Il boia, raccolte quelle teste e tenendole per i capelli, “le mostrò da ogni parte agli zuavi schierati”. L’orrore del Carducci non ha freni: si fa messaggio per i posteri, e la crudeltà dell’evento infiamma lo spirito del poeta il quale, viaggiando col pensiero nel futuro ardentemente agognato, contrappone ancora una volta il duplice delitto compiuto al di là del Tevere alle speranze nutrite nella sponda opposta. E punta ancora una volta il dito accusatore contro Pio IX: Due tu spegnesti; e alla chiamata pronti/son mille ancor più mille.

   La Sacra Consulta aveva concluso, soddisfatta e benedetta dal papa-re, la sua opera nefanda che rimarrà nella memoria del posteri “un’onta senza nome”. Eppure Pio IX , quando nel 1848 sente salire il movimento rivoluzionario contro l’oppressione papalina, cerca di arginarlo emanando alcune riforme come l’amnistia a tutti i detenuti politici, la creazione di uno Stato composto da laici, l’approvazione di una Costituzione. Queste riforme, pur limitate e giudicate come inizio di una apertura alle idee liberali, suscitarono un tale entusiasmo intorno alla figura del pontefice, che alcune gazzette dell’epoca, immaginando una marea di voci acclamanti, scrissero: “Pio, Pio, Pio, tutta l’Italia sembra un pollaio”. Ma il pollaio dal facile entusiasmo fu presto ridotto al silenzio con la discesa delle truppe di Napoleone III le quali, dando man forte agli zuavi di Sua Santità, vanificarono le speranze liberalizzanti dei sudditi dello Stato pontificio.

   Se le efferatezze di quegli anni sono un “onta senza nome”, come ce le rimandano gli accorati versi carducciani, vi sono nomi che vanno ricordati per dividere quelli che pagarono con la vita il sogno dell’Italia Unita, da quelli che ispirarono e attuarono le ignominie del potere temporale della chiesa. Al centro di questa evocazione spiccano i contrapposti nomi luminosi di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti e i vituperati nomi di Giovanni Maria Mastai-Ferretti, papa Pio IX, e Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, boia dello Stato della Chiesa, truce personaggio in servizio attivo per lunghi anni, morto a Roma nel 1869, un anno dopo aver decapitato due umili e generose figure di patrioti e un anno prima che si compisse l’evento unitario di cui oggi l’Italia democratica e repubblicana celebra il 150° anniversario.

 

          Romolo Liberale

UN SERPARO MARSICANO TRA I MASNADIERI DI GIOVANNI DALLE BANDE NERE

Cosa ci facesse un serparo marsicano tra i masnadieri di Giovanni dalle Bande Nere, lo accenna Antonino Foschini, forbito biografo di Pietro Aretino, che rivisita la storia e ci testimonia l' affettuoso cameratismo tra il capitano di ventura e quel vero "flagello dei prìncipi" che fu "figlietto gittarello" nato dalla generosa e disaccorta Tina di Arezzo. Antonino Foschini, dicevo, accenna appena alla presenza di un serparo marsicano nei drappelli di ventura di Giovanni dalle Bande Nere, e ne dice qualcosa di più nel suo bel saggio introduttivo ai Ragionamenti di Pietro Aretino dal quale si evince che  "il serparo marsicano ha col suo fiato d' osso di morto riportato al sonno nelle bisacce le biscie, scongiurando San Domenico suo patrono".

     Si deduce, da questo passo, che il serparo marsicano si aggirava tra i masnadieri di ventura con bisacce piene di bisce attraverso le quali, appellandosi a San Domenico, faceva degli scongiuri. Ma più avanti se ne sa qualcosa di più. "I soldati gli domandano - continua il Foschini - di quel che rivela il pronostico dell' incanto".

    Il serparo marsicano, quindi, è tra i soldati di Giovanni dalle Bande Nere con la funzione di oracolo, cioè quella di trarre dall' incanto delle serpi risposte sul destino delle battaglie che attendono l' esercito del "gran capitano" e "gran diavolo", come chiamavano l'ardito condottiero di ventura, la figura e il gesto del quale tanto avevano suggestionato l' animo e la fantasia dell' Aretino.

     Il capo delle Bande Nere, ma ancor più  il dotto poeta di Arezzo, dovevano conoscere la fama che l' antica storia dei Marsi - specialmente quella della Marsica fucense - attribuiva a un popolo il cui titolo d' onore era quello di "saper di guerra" e di "saper di magia" : qualità, queste, che non potevano non  suggestionare i due spiriti che con le arti delle armi e con le arti della parola pensavano di disegnare il destino dei popoli. E dovevano certamente conoscere il famoso assunto di Firmico secondo cui i Marsi appartenevano ad una stirpe ofigena, proveniente dall' Oriente, dove una antica tradizione li voleva addestrati nell' arte di addormentare i serpenti dopo aver loro strappati i denti carichi di veleno.

    Fanno buona compagnia al serparo marsicano alcuni personaggi che sembrano staccati da una galleria di temperamenti e di ceffi, tanto sono evocativi i loro stessi nomi. E c'è il Pirchio pistoiese e il Fantuzzo; c' è il Tagliaferro parmigiano e il Barbagelata; c' è il Gattamorta e il Guercio alabardiere. Ma innazitutto ci sono loro, messer Giovanni e messer Pietro, che vogliono sapere dal serparo marsicano quali prospettive indica la magia ora nascosta nelle capaci bisacce ove dormono le bisce portate dai monti marsi. E - come racconta Antonino Foschini descrivendone con particolare acume osservativo la figura e il gesto - l' astuto serparo li fa contenti. In che modo? Eccolo: "Dice che tornerete quest' altr' anno - ripeteva il serparo a mani giunte, con gli occhi biechi e fissi come quelli delle serpi, e col dente all' infuori puntuto dal labbro spaccato - con un bottino di grande sacco, e tutti ricchi, e tutti d' oro. E vi ricorderete del serparo".

    Immaginiamo le faville di gioia negli occhi degli avventurieri nell' ascoltare il "pronostico dell' incanto". E' musica nell' orecchio del Pirchio e del Fantuzzo, del Tagliaferro e del Barbagelata, del Gattamorta e del Guercio. Ma è musica innanzitutto nelle orecchie di Giovanni il Capitano e di Pietro il poeta sapere che l' oracolo aveva previsto  "bottino di gran sacco" che avrebbe fatto  "tutti ricchi" e  "pieni d' oro".

 

    Il serparo aveva venduto bene le sue magie e i suoi pronostici, ma non sappiamo se, nei fermenti preparativi prima e nei fragori della battaglia dopo, qualcuno si sarà ricordato del povero serparo marsicano che tanta gioia aveva infuso nel cuore dei masnadieri nel predire, insieme alla vittoria, un dovizioso bottino.

    Il racconto si snoda narrando con efficacia cinematografica la marcia dell'esercito di ventura come  "massa compatta d' ombre" con "tintinnìo d' armi , scalpiccìo di passi, affanno di respiro". Lentamente la narrazione si diluisce, si dilava, impallidisce; si perde la memoria del serparo marsicano perchè vengono ancora in primo piano le due figure di spicco destinate "a far torcere il filo all' inimico": il Gran Capitano e Gran Diavolo, Giovanni dalle Bande Nere; e colui  che "taglia col pugnale e con la lingua", Pietro Aretino.

    Sia pure maramaldeggiando, i  "due maledetti" - quello della spada e quello della lingua - avevano concepito il disegno, non privo di nobiltà, di sovvertire un ordine in cui  "le rivalità e le invasioni straniere tenevano mal deste tutte le regioni d' Italia  a sopportare sconvolgimenti e rapine, a pagar tributi, a sanguinare di tutti i capricci della bieca e innumerevole padronanza". E ammaliati da questo sogno di liberazione, un Medici, quale era Giovanni, e un Aretino, quale era Pietro, videro entrare in scena un personaggio tanto prestigioso d' aspetto quanto spiritualmente malcreato. Era lui, il bel duca Valentino, figlio di Alessandro VI, papa "mentovato in ogni dove" quale "bell' esempio di vicario di Cristo, dispotico e fastoso, sacrilego e simoniaco". Il sogno del duca Valentino veniva a ricongiungersi col sogno delle Bande Nere in quanto, mosso dall' ambizione - il Foschini lo dice esplicitamente - "dei mezzi crudeli che adoperava non fece mai mistero". E' con questi mezzi che il figlio del papa si era levato ad armeggiare per sopprimere "i personaggi incarogniti nella mediocrità del loro basso potere".

   L'ombra del serparo marsicano si aggirava in questo scenario come misterioso ophiolatra che vive una storia immensamente più grande di lui: àuguro bendicente, doveva inventarsi prima di ogni marcia e di ogni battaglia il destino delle cose e degli uomini. E così, con l' antica arte di incantatore di serpi, guadagnarsi la reputazione e vita.

     A gloria e soddisfazione di Francesco I di Francia, accompagnavano le marce, e arrivavano fino al cielo oltre che alle orecchie del re, le grida dei masnadieri: Evviva il Gran Diavolo! Vivano le Bande Nere! Evviva l' Aretino! Evviva il Flagello dei Prìncipi!

      E la profezia del serparo marsicano si  ripeteva in cento e cento battaglie.

 

Romolo Liberale

Marsica un secolo dal terremoto

Due date campeggiano sinistramente nella storia della Marsica: quella del 13 gennaio e quella del 24 maggio del 1915. La prima è quella del terremoto che i sismologi, nella loro fredda classificazione scientifica, collocano tra le “disastrose”; la seconda è quella della entrata in guerra dell’Italia in cui caddero molti giovani marsicani che si erano salvati dal crollo delle loro case. Più che la guerra – che pure è conosciuta come la somma di miseria, di lutti, di sacrifici, di dolori che sempre ogni guerra comporta – è il terremoto ad elevarsi come punto cruciale di passaggio temporale tra un “prima” e un “dopo”. Lo dice con efficace immagine Pietro Cimini in una affettuosa testimonianza pubblicata nel volume questamarsica curato dal sottoscritto. “La storia –scrive Cimini – si divideva (per i contadini, n.d.r.) in due grandi tronconi: quello prima del terremoto e quello dopo il terremoto”. E quel dopo il terremoto è così pieno di fatti e figure che essi stessi, per l’incidenza che hanno avuto, oggi si propongono, e a ragione, come storia. I fatti: il lungo e travagliato periodo della ricostruzione, la permanenza delle micidiali baracche per oltre 70 anni; il riesplodere del conflitto tra il principato del Fucino e i contadini; la lenta ritessitura delle associazioni democratiche; l’avvento del fascismo; l’istituzione del Liceo-ginnasio nel capoluogo marso; la nascita di una forte corrente culturale democratica nel cuore del Liceo; lo scoppio della seconda guerra mondiale; la caduta del fascismo, la ripresa democratica; i moti dei “cafoni”; l’esproprio del comprensorio fucense; la nuova Marsica.

   Tra tutti gli eventi succedutisi  in questo lungo arco di tempo, quello che più ha inciso nelle cose e nello spirito dei marsicani è indubbiamente il terremoto del gennaio 1915.

Esso rappresenta ancora oggi, per le giovani generazioni, un riferimento imprescindibile per ricordare e meditare ciò che quel lontano evento portò via per sempre e ciò che ancora rimane nell’animo della gente marsa. Non c’è dubbio: il sisma portò via tragicamente uomini e cose in uno sconvolgimento apocalittico in cui la sofferenza per le distruzioni e il dolore per i lutti segnarono il punto più acuto del destino di un popolo. Rimane ancora, come testimonianza trasmessa di generazione in generazione, la percezione di quanto sia importante nel momento della tragedia il conforto della solidarietà e di quanto amara sia l’inettitudine delle istituzioni pubbliche che si aggiunge, quale nefasta componente, alle ferite provocate dalla violenza dell’evento. Esiste ormai una nutrita letteratura sul terremoto della Marsica: una letteratura all’interno della quale storia e leggenda, sociologia e urbanistica, ambientalismo e arte, ma anche speranze e delusioni, disegnano un quadro che ancora oggi – mentre nell’anno di grazia 2001 scriviamo queste note – alimenta confronti, considerazioni polemiche. Chi ha parlato di  “spreco edilizio”, ha inteso portare il discorso in profondità nell’intento non solo di sottolineare come i criteri seguiti per la ricostruzione dei centri distrutti risultino assolutamente disinvolti e non collocati in un preciso disegno progettuale ( il quale può essere dato solo da un rigoroso studio del territorio), ma anche di denunciare come l’evento sismico non sia stato utilizzato quale occasione per ripensare gli insediamenti urbanistici allo scopo di definire una “identità marsicana” nella tipologia abitativa che esaltasse il rapporto uomo-ambiente-spazio. Ogni angolo della Marsica, investito da interventi ispirati più a contingenti stati di necessità che non a criteri urbanistici di lungo respiro, denuncia quanta povertà ideativa e progettuale fosse alla radice dell’opera di ricostruzione. In una pubblicazione come questa molto attenta ai problemi del territorio – e in una nota che tra l’altro assume il terremoto come riferimento – non può non testimoniarsi la pagina desolante rappresentata dal quel “simbolo” drammaticamente noto come “le baracche del terremoto”. Le baracche, definite con l’espressione meno sinistra di “casette asismiche”, non erano altro che ricoveri provvisori destinati ad accogliere originariamente (“solo per 6 mesi” si promise) gli scampati dal sisma.

E' avvenuto, invece, che dentro queste catapecchie, vera disgrazia nella disgrazia e veri “santuari del dolore”, si è consumata per oltre 70 anni il destino di intere generazioni che hanno conosciuto in quantità impressionante artrosi, cardiopatie, asme bronchiali, enfisemi polmonari, congiuntiviti in quanto - perversi contenitori di insalubrità - d’inverno divenivano spietate ghiacciaie e d’estate soffocanti fornaci.

   Su tutto ciò agiva, di riflesso, la morsa dei problemi lasciati aperti dalla guerra. Il dopoguerra marsicano stentava a trovare una saldatura tra la vittoria di Vittorio Veneto e la “guerra” che continuava per rimuovere le macerie, invocare la ricostruzione, pretendere il mantenimento delle promesse fatte dalle autorità. Già questo legame tra le due guerre – quella in trincea e quella tra le macerie – aveva avuto un momento anche a livello parlamentare. Quando, con le macerie ancora fumanti e i morti da disseppellire, arriva nella Marsica la notizia che il 24 maggio 1915 vi era stata la mobilitazione generale per la guerra, partì dai sopravvissuti l’implorazione che i giovani figli della Marsica risparmiati dalla furia tellurica fossero esonerati dalla mobilitazione. Qualche voce solidale, quella della sinistra pacifista e democratica, si levò in parlamento per dire che era giusto, che la vera guerra doveva essere combattuta nella Marsica, a rimuovere le macerie, a raccogliere i morti, a difendersi dalle epidemie, a fecondare i campi. Ma in parlamento un’altra voce si levò, e fu quella dell’onorevole Torlonia il quale, ardente di amor patrio, proclamò che la patria non doveva umiliare i giovani marsicani privandoli del privilegio di correre al fronte e conoscere l’onore della trincea. E certamente anche l’onorevole principe avrà ripetuto ai contadini: battetevi con coraggio e con onore, chè la patria al vostro ritorno vi darà la terra.

ALLE RADICI DELLA PAROLA CAFONE

Capita sovente negli incontri in cui si dibattono tematiche siloniane che vengano posti i quesiti: che cosa è che fa un cafone? Da che cosa deriva il termine cafone? Come mai la figura del cafone è assurta a simbolo della condizione sociale e umana dello zappaterra?

 Chi ci aiuta a comprendere le coordinate di similitudine del cafone fucense con i cafoni di tutti i continenti, è proprio l’autore di Fontamara il quale, nella prefazione al sofferto e fortunato romanzo – pur affermando che ognuno è povero a modo suo e che “non si sono ancora visti due poveri in tutto identici – colloca il nostro cafone tra i fellahin africani, i coolies nordamericani, i peones sudamericani, i mugic russi per i quali il concetto di nazione, di razza, di chiesa, più che essere rapportati ad appartenenze istituzionali, sono rapportati a parametri di ordine sociale, culturale, umano che ne fanno un mondo a se’ disegnando, così, una patria che non ha confini territoriali, ma solo e semplicemente esistenziali.

 

Il cafone di Su Xun

 

 C’è chi – ancor prima di Silone al quale va il merito di aver fatto “viaggiare” il suo cafone per le immense praterie letterarie di mezzo mondo elevandolo a segno di riscatto – ha parlato del contadino  senza terra (questo sostanzialmente è il cafone) disegnandone, con efficacissima sintesi, quale è la condizione che lo rende, in relazione alla società cosiddetta “civile”, un essere la cui vera identificazione sta poi in quel mondo a se’ che idealizza, per questa sorta di sterminato esercito di senza patria, la patria della propria esistenza e delle proprie speranze. Si tratta del saggio e acuto Su Xun il quale ci insegna che “i campi non sono in proprietà  di coloro che li coltivano, e coloro che possiedono i campi non li coltivano” . Detto questo Su Xun – che certamente non ha mai udito la parola cafone, ma ce lo rappresenta in modo magistrale rapportando naturalmente il suo pensiero al suo tempo, tanto che ci dà la sensazione di stare a leggere pagine siloniane, così continua: “ Lo scudiscio e il bastone stimolano le corvèes, il padrone tratta i contadini come schiavi. Lui se ne sta seduto comodamente e sorveglia l’esecuzione dei suoi ordini. Prende la metà dei frutti: c’è un solo proprietario e dieci coltivatori”. E per chi non avesse capito bene, il saggio e acuto cinese precisa: “Questo significa che il proprietario, accumulando di giorno in giorno la sua metà, arriva alla ricchezza e alla potenza, mentre il contadino, vivendo giorno per giorno della sua metà, arriva alla miseria e alla fame”. Si mettano al posto del proprietario e dei coltivatori cinesi i nomi dell’impresario e dei  cafoni di Fontamara, e avremo una bella pagina siloniana.  Infatti, se è vero, come dice Silone, che i cafoni, in tutto il mondo, sono una razza a se’, non c’è da stupirsi del fatto che una rappresentazione della condizione del contadino cinese non ha nulla di diverso del cafone che ha ispirato le pagine di Fontamara.

 

   Dal cavone napoletano ai cafones ciceroniani

 

 Ma come mai quella infima figura sociale che poteva chiamarsi zappaterra, bifolco, zotico si è lasciato alle spalle questi appellativi per assumere quello di cafone? Dove sono le radici di questa parola di difficile collocazione nell’universo della lingua italiana? E perché il termine cafone, ben conosciuto e usato in tutto il meridione, è quasi sconosciuto, anche in contesti rurali, nel nord? Vi sono, intorno alla parola cafone, almeno due versioni, entrambi attendibili, che indicano la radice del termine che, partendo dalle pagine di Fontamara, ha fatto il giro del mondo e che sarebbe interessante indagare  per sapere come è stato trascritto nelle diverse traduzioni del racconto siloniano.

 Sappiamo, intanto, che nel napoletano, quando i contadini volevano accedere a quel mondo a loro negato e sconosciuto che chiamavano città, lo potevano fare solo attraverso un impervio sentiero, infossato e accidentato, che nella dizione vernacolare chiamavano cavone. Essendo il cavone il sentiero attraversato dagli zappatori  (è noto che a Napoli si usa poco il vocabolo contadino: è molto usato, invece, il vocabolo zappatore, tanto è vero che la celebre canzone napoletana di Bovio-Albano che tanto successo ebbe nella sceneggiata di Pasquariello, porta il titolo di  ‘O Zappatore),  nulla esclude che il termine, subendo una delle tante corruzioni dialettali, da cavone sia divenuto cafone, sì che la denominazione del caratteristico e accidentato attraversamento, diviene sostantivo indicante la figura sociale  che  di  quell’attraversamento si serviva.

 L’altra versione, è quella che prende le mosse da uno strano personaggio ciceroniano. Si tratta di quel Cafo di cui ci narra Cicerone nella VIII Filippica. Cafo, una sorta di capo-tribù con tanto di seguaci detti cafones, sapeva animare il suo clan perché l’assalto alle ricchezze altrui procurasse abbondanti bottini. E l’arpinate racconta: “Tutti i cafones, tutti i Sassa  (doveva trattarsi di un gruppo alleato – n.d.r.), e le altre pesti, si assegnano i più bei palazzi, giardini e ville di Tuscolo e Alba”. E più avanti torna l’invettiva contro i cafones: “Perfino dei rozzi uomini di campagna, se di uomini si tratta e non piuttosto di bestie, si lasciano trasportare sulle ali delle loro vane speranze fino alle stazioni balneotermali e a Pozzuoli”.

 Non credo che tra il cavone napoletano e i cafones ciceroniani vi sia una qualche correlazione. Rimane però il fatto, che va meditato e indagato, che tra il cavone come sentiero impervio dei contadini e i cafones quali seguaci del personaggio ciceroniano, vi è una “parentela” territoriale in quanto, entrambi, appartengono all’area partenopea.

 

 Il cafone come simbolo di idealità di riscatto

 

 Debbono essere state lunghe e profonde le meditazioni siloniane sulla figura del cafone e sulla catena delle negazioni che comportava l’essere cafone. Ormai il nome di Berardo, figura centrale in Fontamara, è inscindibile da quella del cafone. Berardo è il cafone per antonomasia: nel suo nome, nella sua condizione, nelle sue umiliazioni e nei suoi aneliti di riscatto, si riassumono da una parte la storia e dall’altra la speranza di tutti i cafoni. E quando Marietta vuole anche lei suggerire il nome da dare al foglio destinato alle genti di Fontamara, suggerisce, prima che si arrivi al fatidico Che fare?, di chiamarlo La tromba dei cafoni. Lo stesso Berardo, in carcere, stringendosi la testa tra le mani perché non scoppiasse tanto vi ribollivano i pensieri, si abbandona ad una sorta di soliloquio ripetendo ossessivamente: “E se muoio? Sarò il primo cafone  che non muore per se’, ma per gli altri”. Nella  “cultura” del cafone si riducono a concetti molto semplici perfino quelli mutuati dalle prediche  domenicali in chiesa. Quel ripetuto dacci oggi il nostro pane quotidiano, per il cafone affamato non è il pane dello spirito, ma semplicemente quello quotidianamente sognato per placare i tormenti dello stomaco. E Silone, che conosce la grande miseria del Fucino e sa quanto è duro mangiare tutto l’anno “le pane rusce”, cioè il pane di mais, fa tradurre dal cafone l’invocazione del “Pater noster”  in dacci il pane di grano, non sempre e solo il pane di granoturco. Sì – spiega Silone riferendosi al tempo di Fontamara – “era accaduto che qualche piccolo proprietario cadesse nel rango dei cafoni e il cafone senza terra era assai disprezzato”.

 

 Già negli anni del dopoguerra, quando esplodono i grandi movimenti contadini nel Mezzogiorno per la riforma agraria, Giuseppe Di Vittorio, un sindacalista che sapeva coniugare sapientemente duttilità politica e ragioni sociali degli eslusi e dei subalterni, sovente rendeva onore all’appellativo di cafone. Evocando spesso quel Si è fatto giorno di Rocco Scotellaro, e quell’esercito di cafoni che avevano osato levarsi in piedi, amava ripetere: sono orgoglioso di essere il primo cafone d’Italia. E in effetti, Giuseppe Di Vittorio era pervenuto alle più elevate cariche sindacali nazionali e internazionali, partendo dalla infima condizione di cafone meridionale.

 Quando, nei vincoli di solidarietà con i suoi simili, il cafone matura la coscienza di ciò che è e perché lo è, e si domanda Che fare ?, e decide di organizzarsi per creare il suo strumento di lotta e di emancipazione, allora prende avvio quel processo di crescita interiore che nel messaggio siloniano si traduce nel nobile vaticinio secondo il quale verrà giorno in cui, essere chiamato cafone, sarà titolo d’onore e di rispetto.

 

           Romolo Liberale

ALLE RADICI DELLA PAROLA CAFONE