Associazione Presenza Culturale

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recensioni

Tra i tesori della

terra

 dei santi poveri

La Jacquerie di

Balsorano

La rivoluzione

di Balsorano

Le tenebre,

la luce, la caduta

Tratturo del Re

Spartaco

Una giornata

a Turlò

Pittori Olandesi

Valle Roveto

1806-1815

Anna Frank

Elogio al canto

Con Ennio e Pierpaolo Bellucci

 

                                TRA I TESORI DELLA TERRA DEI SANTI POVERI

 

   Eccoli questi “segni del silenzio”: mi hanno inondato l’anima e mi hanno detto, con voce lieve e sommessa, quanta vivezza spirituale occorre per restituire alle generazioni che sono e che verranno “l’aspetto più solitario e introspettivo di questi luoghi”. E sono luoghi segnati dallo spirito e dalla mano dell’uomo, che sanno di storia e di arte, che narrano fatiche e raccoglimenti meditativi, che hanno bevuto il solitario conforto della preghiera e sui quali fluisce da secoli quel “flebile pulsare attraverso i pensieri” i quali agiscono nel cuore e nella mente del poeta sciogliendosi in orizzonti infiniti perchè egli possa sentirsi sospeso dentro un tempo che non ha età in quanto non è figlio di “nessun anno e nessun millennio”. E’ questo l’arcano destino del tempo dello spirito che questi “segni del silenzio” custodiscono perchè l’uomo ricordi da dove viene e di  quale amalgama è fatto. Me lo sussurrano queste pagine concepite da Ennio e Pierpaolo Bellucci, magicamente catturate dall’obiettivo di Guido e Luciano Paradiso, e vestite a festa in una elegante produzione di “Paper’s World”.

   Mi sono tornate alla mente le attente parole di Mario Pomilio raccolte in quel viaggio nella “terra dei santi poveri” dal nome aspro, e tuttavia amato, come suona la parola Abruzzo. Sì che – Pomilio lo dice – “anche in fatto di architettura sacra, l’Abruzzo è una regione a sé. E di chiese, belle e interessanti, potrete cercarne senza dubbio nelle città, ma tante tra le più notevoli dovrete andare a cercarvele da soli, in piena campagna, in cima a un colle, al fondo di una valle sassosa dove la strada carrozzabile non giunge”. Nelle parole di Pomilio sembra risuonare l’eco della parole di Silone che collega l’aspetto geofisico della nostra regione all’assunto secondo cui “il profilo spirituale dell’Abruzzo è stato modellato dal cristianesimo”. Ed ecco il suggello che è implicito anche in questi “segni del silenzio” che non finisco mai di guardare e di ascoltare: “L’Abruzzo è stato, attraverso i secoli, prevalentemente una creazione di santi e lavoratori”. Non dimenticare mai che i santi d’Abruzzo sono santi poveri come lo sono i santi laici, i lavoratori, che contribuirono a disegnare - lo ricorda Francesco Sabatini - quella “specie di simbiosi tra il pastore e l’eremita”, due solitari cui il destino ha dato per compagni il lavoro, la meditazione, la preghiera.

   L’assunto – non detto, ma presente – che aleggia in queste pagine e queste immagini, è quello di uno stimolo a ricercare l’anello giusto per congiungere quel che è stato a quel che rimane. Ed è in quell’esatto punto di incontro che avvertiamo, segno dopo segno, il sereno respiro di un silenzio che si innalza verso l’infinito collegando l’umile testimonianza anche di una sola pietra agli immensi spazi dell’universo.

  Passando di pagina in pagina, e veleggiando con la “lieve gravità” della poesia di Pierpaolo, è come essere al cospetto di un’opera preziosa in cui sono incastonate perle che evocano “infiniti spazi, silenzi e cielo/ che si perde dove/ l’occhio non può arrivare”. E dove l’occhio non può arrivare, arriva il soffio di un sentire che ci fa presenti ad una ricchezza e una sapienza nascoste laddove il tempo e lo spazio si sono ritagliati i loro “giacigli” dai quali ostinatamente sfidano l’oblio che l’opera di scienza e di poesia ha l’ardire di ridestare.

   Al cospetto di questi tesori, vien voglia di ripetere col saggio Diderot quel che egli pensò quando volle accarezzare le meraviglie di una testimonianza riesplosa al sole dopo secoli di buio: “Prima di venire, ero già qui; ora che vado via, qui rimango”. Miracolo del sentire dell’uomo che sa vivere la più alta dimensione del proprio essere oltre i limiti della quotidianità spaziale e temporale.

   Ormai l’ho detto. Anch’io sono venuto a questa pagine – e alle immagini e alla poesia che ne fanno uno scrigno quanto mai prezioso – come un umile viandante che avverte l’appagante sensazione di uscire dai meandri di Erebo e dal nero di Notte per ricollegare all’anima universale delle cose l’ineffabile percezione di essere già stato spiritualmente dove gli attraversamenti di questa pagine conducono. E – quel che è più importante – di rimanervi emotivamente anche quando la quotidianità chiama altrove.

                                                                                                                         Romolo Liberale

LA JACQUERIE DI BALSORANO

  Ecco un libro del quale veramente si può dire che va letto senza distrazioni. Tanto questa ultima fatica (ma solo in ordine di tempo) di Giovanni Tordone è ricca di notazioni, riferimenti, richiami storici, evocazioni che va in ombra la lettura “passatempo” e sale, invece, la lettura partecipata, una sorta di immedesimazione come a prender parte al conflitto, che si fa stimolo a chi avrà il privilegio di scorrere queste pagine, a pensamenti e meditazioni per comprendere da quali affanni veniamo e di quali eventi si è nutrita la storia che ha figliato il tempo nuovo.

   Il cuore della narrazione di Giovanni è la rivolta popolare del dicembre 1910 che egli generosamente – sia pure tra complici virgolette – promuove a rivoluzione.

   Si ponga attenzione alla ricca ricognizione di fatti, condizione, personaggi, ordinamenti istituzionali che stanno a monte e intorno a quella che ha tutti i connotati sociali di una autentica jacquerie di cui l’altra storia, quella degli umili e degli offesi di tutti i tempi, è piena e tra le quali, la più ricordata, è quella antifeudale che insanguinò le campagne francesi nel lontano 1358. Ci soccorre la memoria se ricordiamo che finanche nella narrazione delle età faraonica e biblica (si pensi all’avaro cibo degli schiavi nella costruzione delle piramidi e si pensi alla soffocante fiscalità cesarea nel corso della dominazione romana) vi sono episodi di sollevazione delle turbe affamate le quali hanno una parentela storica con le jacquerie esplose in tempi più vicino a noi. E’ il caso di ricordare la estesa jacquerie cristiano-popolare del 1381 in Inghilterra le cui motivazioni sono le stesse della “rivoluzione” del 1910 a Balsorano: la collera contro il duro regime fiscale. E la storia ci dice anche di una jacquerie newyorkese di metà Settecento che impegnò migliaia di emarginati in una rabbiosa rivolta tesa a rompere il soffocante regime oppressivo dentro il quale fame e fisco costituivano la miscela esplosiva. Quando il pensiero meridionalista indaga le coordinate socio-politiche della miseria delle plebi del Mezzogiorno, scopre le ragioni dei ripetuti episodi di jacquerie che si verificano per tutto il Settecento e l’Ottocento e che hanno, nella sollevazione di Balsorano dell’inizio Novecento, forse una delle ultime testimonianze di quanta verità vi è nel detto popolare secondo cui “la fame caccia il lupo dalla tana”. E il “lupo”, uscito dalla tana e con dentro di sé la collera ora per la tassa sul macinato, ora per la tassa sul  fuocatico, ora per la tassa sul porco, non vede altra alternativa che quella di alzare le urla tanto da dilavare il canto “Sant’Antonio, giglio giocondo” ripetuto in processione. E quelle urla assumono subito la carica che tuoni e fulmini hanno prima che si scateni l’uragano. E così fu con l’assalto ai municipi, l’incendio dei registri delle tasse, spesso la cattura e lo strapazzo degli “affamatori del popolo” e talvolta anche morti dall’una e dall’altra parte.

 

* * *

 

   Nell’architettura documentaria del bel volume di Giovanni Tordone, è vivo il senso della quotidianità che si eleva a evento e si fa storia. C’è posto per una galassia di fatti che sembrano l’uno figliato dall’altro. Vi è quel che era Balsorano al compiersi dell’Unità d’Italia e vi sono i connotati del governo nazionale dell’età post-risorgimentale; vi sono le pagine struggenti della fuga emigratoria e vi è la minuta descrizione del livello di povertà dei Balsoranesi negli anni della sommossa; vi è la scrupolosa ricognizione della “guerriglia orale” tra i protagonisti del tempo e vi è il rigoroso reportage delle informative tra le istituzioni coinvolte in quelle giornate di rabbia e di fuoco; vi è un largo comparto che possiamo definire “rassegna stampa” che documenta l’attenzione degli organi di informazione su fatti che oggi sarebbero molto appetiti da radio e televisione e vi è la risonanza che i fatti e il nome di Balsorano ebbero alla Camera dei deputati; vi è largo spazio per il processo e le sentenze e vi è il doveroso gesto rappacificante di solidarietà da parte del Consiglio Comunale nei confronti dei condannati; vi è la giusta censura municipale del “comportamento esageratamente repressivo” delle forze dell’ordine e vi è l’amara sottolineatura di una duplice condanna: quella inflitta a trentasette Balsonaresi del pagamento di “tremilacinquecento lire per spese di giustizia” e quella conseguente a “rimanere nel lastrico” e alla “pizza roscia” dopo il pagamento.

   E pagina dopo pagina, con precisione quasi notarile, si stagliano nell’attenta ricerca di Giovanni Tordone gli spaccati di una vicenda che ha tanti rapporti di simbiosi con le esplosioni popolari che stanno a monte, al centro e a valle delle inquietudini maturate sia sotto la corona borbonica, sia sotto la corona sabauda. Il che dimostra quanta incidenza ha nella grama vita delle masse affamate l’assioma riassunto nelle famigerate “3F”: Farina, Feste, Forca. E’ l’ingannevole infame trittico per tenere a bada chi ha la madia vuota e il gendarme fuori la porta; la qualcosa, parafrasando, sta alla radice del motto “è meglio un morto in casa che un marchigiano fuori la porta” dove marchigiano sta per l’esattore delle tasse per rimpinguare il famelico erario vaticano a dispetto del mite Francesco d’Assisi per il quale il danaro non era altro che “lo sterco del diavolo”. E la storia ci dice quanta avara fu sempre la farina, quanto false e poche furono le feste, quanto abbondanti invece furono le forche ad onore, gloria e benedizione del potere di turno che, non sapendo o non volendo riempire gli stomaci, prendeva l’accorciatoia di eliminarli. E’ vero che a Balsorano, al seguito dell’indomito Michele Fantauzzi, portabandiera del popolo insorto, volavano parole che invocavano la benevolenza  del “potere costituito,, come a professare l’ingenua credenza che i Sovrani d’Italia non potevano essere dalla parte del municipio affamatore, ma la realtà si rivelò ben diversa. E gli slogans – volando tra i rivoltosi “armati di ronci, bastoni, badili, vanghe e forconi, con fionde e le saccocce piene di sassi, molti con tizzoni accesi” – si intrecciavano con l’osanna al re e alla regina e con la maledizione contro il municipio. Erano urla di disperazione in un misto di supplica e di collera. Quando, esattamente alle ore 15 – come annota l’autore – Giovanni Fantauzzi di Giuseppe spirò perchè colpito alle spalle da colpi di pistola e fucile, il suo nome andò ad aggiungersi all’elenco degli stomaci eliminati nel corso delle jacquerie meridionali perchè finalmente non avessero più fame.

 

* * *

L’intero impianto del libro costituisce un tale ordito narrativo da richiamare alla mente quei “canovacci” che precedono appena le sceneggiature cinematografiche. Fatti e personaggi – con le loro miserie e le loro nobiltà – si incrociano in uno scenario che basta da solo a farsi invito alla lettura. L’intero volume racchiude un microcosmo nel quale sono condensate le rivalità, i contrapposti interessi, gli intrighi, i colpi bassi, le gelosie, i tradimenti, le ipocrisie, le spregiudicatezze, le furbizie, le arroganze. Ogni personaggio obbedisce alla “propria” logica che si scontra con quella altrui e il tutto concorre a far emergere dalla cronaca e dalla storia un mondo di miseria e di ingiustizie su cui arrivano maldestramente le ragioni del potere. Ma proprio quando il lettore attento ha accumulato nell’animo l’ansia, l’angoscia, la tensione per i fatti e i misfatti che si susseguono, ecco apparire, nelle pagine conclusive del volume, la “ciliegina agrodolce” di quella che Giovanni - sensibile al senso delle cose e sensibilissimo al senso dei sentimenti – chiama “tenera e tumultuosa storia d’amore”. E’ il racconto udito dalla voce della mamma quand’era ragazzo. E’ la storia di Stella e di Giorgio, lei pastorella lui boscaiolo, le cui famiglie nemiche ricordano la storia di Romeo e Giulietta presi nel contrapposto odio tra i Capuleti e i Montecchi. A lettura terminata, un sospiro di sollievo: l’amore, ancora una volta, vince contro l’odio. Il lettore legga e rilegga questa dolce storia d’amore che disperde i malefici della cometa Halley, ricompone l’armonia tra i paesani, fa pensare a tempi di bonaccia, semina speranze per i giovani sposi, rasserena l’animo del bel boscaiolo e placa le inquietudini della bella pastorella che viene benedetta, anzi, ribenedetta dall’arciprete.

 

   Questo è quanto. Il resto – e sono certo che ci sarà – alla prossima fatica letteraria di Giovanni perchè ci documenti se quel che è avvenuto a Balsorano dopo la “rivoluzione” del dicembre 1910, ha, e in che misura, riscattato il mondo di miseria e disperazione di cui queste pagine sono dolente testimonianza.

                                                                                                                               Romolo Liberale

 

 

 

LA “RIVOLUZIOINE” DI BALSORANO DEL 1910

 

 Giovanni Tordone, chiamandola “rivoluzione”, ha indubbiamente enfatizzato quella che, a buon diritto, può figurare nelle pagine che narrano le cento e cento jacquerje che sono esplose nel corso dei secoli contro le tirannie, i soprusi, le oppressioni con cui, le classi dominanti, si ingegnavano di perpetuare il proprio potere. I fatti narrati da Giovanni Tordone nel suo lungo, circostanziato, documentato “resoconto”  hanno uno stretto “rapporti di parentela”  con la condizione umana e sociale che caratterizzava l’intera Valle Roveto ai tempi della “rivoluzione” di Balsorano. La stessa economia stentata, le stesse privazioni, la stessa fame da una parte; gli stessi intriganti, gli stessi maneggioni, gli stessi faccendieri dall’altra. Per liberarsi da una soggezione troppo a lungo subita, la sollevazione di Balsorano espode con tutta la collera che ne giustifica la violenza e che ha in  Giovanni Fantauzi, colpito a morte nel corso degli scontri, il proprio “eroe” contadino. Sembra di leggere, ante litteram, le pagine del Silone di “Fontamara” che ci propone quel Berardo Viola che organizza la rivolta contadina contro l’astuto Impresario che, rubando l’acqua per l’irrigazione, rubava  il futuro ai fontamaresi che si fanno allegoria degli sfruttati del Fucino e di tutta la terra.

    I fatti di Balsorano ci pervengono come dato di una microstoria che ha radici nella “rabbia” popolare che ha inquietato per secoli le plebi meridionali per cui le sollevazioni contro i poteri oppressivi sono documentate in modo particolare per tutto il Settecento e l’Ottocento. Ma quando si parla di miseria, di ingiustizie, di tirannie, di sottomissioni non è difficile scoprire fatti e momenti in cui, sia pure a livello diverso, ogni paese della Valle Roveto ha avuto i propri momenti di collera e di esplosione. E questo specialmente quando la miscela esplosiva era fatta da due componenti quanto mai “infiammabili”: il morso della fame e la soffocante rapina fiscale.

   Occupandomi, in altra sede, delle coordinate del libro di Tordone, ebbi modo di rilevare quanta incidenza ha nella grama vita delle masse affamate, l’assioma riassunto nelle famigerate “3F”  che stanno per Farina, Feste, Forca. E ricordavo l’ingannevole infame trittico per tenere a bada chi ha la madia vuota e il gendarme fuori la porta; e come la figura del gendarme aveva ispirato il motto popolare “meglio un morto in casa che un marchigiano fuori la porta” dove marchigiano sta per l’esattore delle tasse per rimpinguare il famelico erario vaticano. E la storia ci dice quanto avara fu sempre la farina, quanto false e poche furono le feste, quanto abbondanti invece furono le forche ad onore e gloria del potere di turno (borbonico, clericale, savoiardo) il quale, non sapendo o non volendo riempire gli stomaci, prendeva la scorciatoia di eliminarli perchè così non avessero più fame.

   Ora che la Valle Roveto può contare in una voce come “Il Liri” che vuole dar voce a se stessa nei diversi ambiti di interesse, voglio auspicare che le ricerche di Giovanni Tordone agiscano come stimolo, specialmente tra i giovani, per stabilire un rapporto di interesse e di amore per la terra di cui sono figli; e perchè gli approdi di questo interesse culturale e di questo amore trovino spazio in questo periodico che sta appena muovendo i primi passi con la voglia di volare alto e di andare lontano.

   Vi sono tante ragioni per “sfogliare” la Valle Roveto e ridestare memorie, anche le più antiche, tenendo conto che, fin dai tempi più lontani, la Valle Roveto e le contrade del Liri sono state itinerari obbligati di passaggi  cui singoli e comunità hanno trovato qui motivi di vita. E’ avvenuto questo nell’età pre-romana e romana, è avvenuto nel medioevo e nell’età risorgimentale; è avvenuto negli anni in cui maturava il riassetto socio-politico portato dall’unità nazionale; ed è avvenuto in tempi più vicini alla nostra generazione. Una terra che ha conosciuto guerre di conquista, stazionamenti di invasori, trasmigrazioni di etnie, dominazioni di potenti, azioni di brigantaggio, nobiltà di resistenza e infamie di eserciti in fuga, è una terra a cui attingere copiosamente perchè essa possa avere più giusta collocazione nelle pagine di storia patria e nella considerazione degli uomini.

                                                                                                                             Romolo Liberale

 

LE TENEBRE, LA LUCE, LA CADUTA

 L‘abisso dei patimenti, la risalita e il conforto del riscatto, il sapere e l’eccelsa professionalità, la caduta e il suicidio. Ecco l’angosciante parabola di una esistenza che si scontra con un mondo di negazioni, di ipocrisie, di ingratitudini. Tuttavia, un mondo segnato da un nobile gesto di solidarietà che ripaga antiche frustrazioni e apre ad un umile lustrascarpe la via della rigenerazione umana e sociale col vincolo di una riconosciuta professionalità.

   Graziano Di Rocco si è tuffato in questo mondo per ritessere - in una piéce nella quale coinvolgere ragazzi delle scuole medie, dei licei, degli istituti superiori - tutti i risvolti di una avventura nella quale un povero pastorello di Morrea si rivelerà provetto maestro della macchina fotografica.

   Graziano fa tutto questo evocando momenti e fatti della storia mondiale che ha figliato nuovi assetti della scena geo-politica dove il “sonno della ragione” lasciava spazi alle armi, alle guerre, ai lutti, alle devastazioni materiali e morali di intere generazioni. E spazia, Graziano, per le praterie della memoria dalle quali, specialmente i giovani, apprenderanno del conflitto israelo-palestinese in una terra “tre volte santa” segnata dalla maledizione di un destino senza pace; apprenderanno della sconfitta inflitta ai francesi a Dien Bien Phu da un esercito di contadini guidati dal mitico generale Giap; apprenderanno della sconfitta del potente esercito americano, della sua fuga, e della riunificazione nazionale di un paese già dissanguato da un colonialismo quanto mai avido e feroce; apprenderanno che fu la macchina fotografica di Ennio Jacobucci a raccontare al mondo le mille e mille crudeltà che ogni guerra porta con sé..

   Come mai il povero pastorello di Morrea diviene un gigante dell’obbiettivo fotografico? Graziano Di Rocco lo testimonia con una ricognizione in forma di piéce che, non solo coinvolge emotivamente, ma stimola meditazioni intorno alla mutevole condizionale umana nella quale sono presenti più ombre che luci. Una di queste luci appartiene alla sensibilità umana, alla generosità, alla capacità di cogliere negli occhi e nelle nani di un piccolo lustrascarpe le potenzialità di una crescita che è, nello stesso tempo, intellettiva e professionale. Vedendolo curvo a lustrare le sue scarpe, Darek, il generoso e affermato fotoreporter inglese, intuisce che al piccolo Ennio tocca un destino diverso, lo emancipa dalla botteguccia, e se lo porta con sé a conoscere il mondo, a interrogare la realtà, a documentare con l’obbiettivo quel che l’occhio, e l’anima, percepiscono per farne testimonianza del loro tempo. E sotto la guida del maestro inglese, Ennio cresce come uomo e come stimato professionista. E’ maturo. E si avventura nei teatri di guerra che dalla Palestina – terra rubata al ad un popolo e crocevia delle tre religioni monoteistiche del Dio unico che dovrebbero ispirare sentimenti e condizioni di pace – vola nella terra vietnamita di Ho Chi Min, vola nel cuore della tragedia cambogiana,  e poi nel Laos.

   Mente scrivo mi sovviene il racconto che mi fu fatto tanto tempo fa a Pescasseroli dove, il pastorello Cesidio Giovanni Di Pirro, conosciuto da un mecenate, lo strappa alle fatiche dei pascoli e della transumanza, lo aiuta negli studi, si laurea in materie scientifiche inerenti le telecomunicazioni, matura le sue idealità socialiste, e assurge a direttore di una struttura a capo della quale riordina tutta la linea telegrafica e ferroviaria nazionale. Miracoli di intelligenze che vengono salvate dall’oblio: Ma tanti, troppi, rimangono prigionieri dei condizionamenti sociali ed economici, e dai contesti storici nei quali non al merito si guarda, ma il censo.

   Chi leggerà queste pagine, o presenzierà alla rappresentazione pubblica di questa piéce, avvertirà quanta ingiustizia, e quali aberrazioni, hanno segnato (e ancora segnano) il destino dei poveri in tutti i contesti nei confronti dei quali ogni giorno vengono profusi inviti alla mano tesa, alla solidarietà, all’aiuto,  che sì, è già qualcosa, ma pochi sono rimasti a proclamare che è la povertà che va abolita perché nessuno sia umiliato a tendere la mano ogni giorno.

   E non mancano, nelle motivate indignazioni di Graziano, le invettive contro quelli che lui chiama “fratacci”, quelli del collegio in cui i piccolo Ennio è segregato con tutte le sue ansie, le sue paure, le sue umiliazioni, i negati sogni di un sorriso o di una materna amorevole carezza.

   Aprite, voi lettori, aprite, voi spettatori quando il dramma sarà rappresentato, la vostra mente e il vostro cuore e viaggiate dentro questo dolente “reportage” in cui alla tristezza del buio segue il conforto della redenzione. E poi l’ignavia, l’oblio, l’abbandono. E la fine. Tragica. Un racconto, quello di Graziano, nel quale severe meditazioni confluiscono in una lezione che reclama un mondo diverso capace di restituire all’uomo tutte le ragioni per le quali è, nel contempo, persona e cittadino.

 

                                                                                            Romolo Liberale

 

 

Tratturo del Re

   Scrivere o parlare di pastorizia, transumanza, tratturi è parlare è parlare di una storia che. con fondate ragioni, è stata definita “civiltà della transumanza”. E’ tale fu quel complesso di impegni e di manualità che si svolgeva lungo gli impervi sentieri erbosi che l’Editto di Alfonso I d’Aragona aveva riordinato per garantire all’erario del proprio regno cospicue ricchezze. Il Tratturo L’Aquila-Foggia, chiamato il “Trattuto del Re” era i lungo 243 chilometri; Il Tratturo Pescasseroli-Candela, era lungo 211 chilometri; il Tratturo Celano-Foggia. era lungo 207 chilometri  e correva nel  cuore dell’Abruzzo prima di immettersi nei territori confinanti. E’ a questo Tratturo che Giancarlo Speciale dedica, per nell’ampia documentazione storica così ricca nel volume, una particolare attenzione. E lo fa “dall’interno”, cioè con lo spirito di chi delle manualità agro-pastorali conosce, per tradizione familiare, fatiche, affanni, dedizione. L’autore non è un visitatore distaccato da una realtà nella quale si è plasmata una  identità di cui si sente partecipe e figlio. E rivisitando questa storia, riordinandola minutamente per fatti, eventi, usi, costumi, testimonia il livello d’amore per un mondo che  dentro tanti chilometri e 111 metri si larghezza  ha segnato la vita di intere generazioni.

 

   In sede di presentazione di un volume che raccoglie l’immane fatica di una ricerca e di un riordino, e che ci viene proposta come documento di conoscenza e di meditazione, sarebbe sbagliato indugiare in una dettagliata elencazione dei meriti che la pubblicazione contiene e all’interno della quale vi sono delle “chicche” che rischierebbero di svanire nel regno delle dimenticanze che il tempo e la pigrizia culturale inesorabilmente produce. Si leggano e si rileggano le pagine dedicate agli aneddoti celanesi: è un recupero della memoria che Giancarlo fa perché questo patrimonio di espressioni, che intricano molto con la locale, domestica, paesana vita di relazione, continui a vivere per il dovere, oltre che per il gusto, di conoscere di quale vivezza lessicale era fatto  il “parlar del borgo” che ha affascinato fior di dialettologi. Ma nel volume, spicca anche un ricco comparto della religiosità pastorale che ha nell’ Arcangelo Michele, il quale,  nell’immaginario dei transumanti che vivono la decadenza del politeismo mitologico e l’avvento del cristianesimo, toglie la clava al robusto   e arma la mano al nuovo protettore. E vivamente suggestive sono le pagine che hanno come scenario di riferimento la Marsica dove la terra dei serpari lascia spazio alla terra dei pecorai. Sono pagine scritte con amore le quali, pur nel rigore storico, testimoniano l’affetto per una terra che gli eventi che l’hanno segnata ha dovuto risalire, di dolore in dolore, verso la sua emancipazione. E chi sapeva della esistenza della stipa nel panorama naturalistico della Marsica? Giancarlo Speciale la cerca, la trova, la classifica. E la Stipa, da pianta botanica, si carica di favola e di poesia divenendo lino delle fate che nel gusto degli ornamenti domestici fa bella mostra di sé, come le cose semplici, che danno grazia e lietezza alla casa contadina.

 

   La fatica di Giancarlo Speciale si aggiunge alla ricca letteratura che ha per oggetto la pastorizia, la transumanza, i Tratturi. Se quella che fu definita “civiltà della transumanza” ha alimentato la saggistica, la puntualizzazione storica, la narrativa, le arti, la poesia, la musica, i canti e le favole, non è senza ragione. E molte di queste ragioni sono racchiuse nel ponderoso volume che Giancarlo Speciale ci propone. E io, a mia volta,  propongo al tettore questa “perla” lirica del sensibilissimo Jean Claude Izzo che sintetizza la resurrezione delle selvagge sterpaglie a motivo rigoglioso di vita :

 

Qui, aveva pensato il mattino del suo arrivo,

nulla cambia. Tutto muore e rinasce.

Anche se ci sono più villaggi morenti che vivi.

Sempre, prima o poi,

un uomo reinventa i gesti

più antichi. E tutto ricomincia.

I sentieri, coperti dalla sterpaglia,

ritrovano la loro ragione di esistere.

E’ questa la memoria della montagna.

 

 

 

Romolo Liberale

 

 

 

 SPARTACO: la storia  si fa leggenda

 Dire Spartaco a fumetti, é impresa, nello stesso tempo, originale e audace per le implicazioni che comporta sul piano del ritmo narrativo, ma innanzitutto della evocazione, nell’immaginario del lettore, e specialmente dei giovani a cui la pubblicazione è prevalentemente indirizzata, di una figura che giganteggia nella storia quale riferimento imprescindibile del secolare sogno di libertà che ha attraversato (e non finirà mai di farlo) il pensiero e il gesto dell’uomo che vive l’impegno nel presente come seme fecondo del futuro.

   James Fantauzi, obbedendo ad un impulso a lungo meditato per le vie della corrispondenza della figura dell’eroe ribelle con la propria carica di idealità libertarie, lo ha fatto e lo ha fatto bene. E in questo sta la ragione per cui, una storia raccontata mella pubblicazione, non va ripetuta nel succinto spazio di una recensione, ma sottolineata nei passaggi fondamentali solo per stimolare in chi legge un più alto livello di attenzione e una più fervida partecipazione emotiva alla vicenda di un protagonista il quale, camminando per le vie della storia, si eleva a mito e leggenda.

   E’ il lucignolo che si fa fiamma e divampa in un fuoco che ha scosso la mente e il cuore  di quanti degli aneliti della libertà fanno motivo di vita giustificando così la propria presenza nel modo e in relazione al quale non sentirsi inquilino passivo, ma partecipe protagonista.

   Anch’io, scrivendo questa nota, sono decisamente condizionato dalla mie inquiete riflessioni sul destino dell’uomo in rapporto alla storia –  i saggi l’hanno definita la più difficile delle scienze – che è madre generatrice di pensamenti, riflessioni, emozioni; e che suggerisce, di conseguenza, scelte e partecipazione.

  Spartaco nel pensiero dei grandi

  La figura di Spartaco ha affascinato nei secoli quanti della dignità dell’uomo, del riscatto da ogni forma di schiavitù, del pieno realizzarsi della persona, hanno fatto il loro terreno di meditazione e di lotta. Immagino Marx chino a scrivere all’amico Engels, con Spartaco nel pensiero, la sua ammirazione per il giovane pastore che si fa soldato, da soldato ribelle, da ribelle condottiero di un esercito di poveri che fa tremare la potente Roma. Colui che viene definito “grande generale”, “migliore protagonista della storia antica”, “genuino rappresentante dell’antico proletariato”, trova spazio finanche nelle pagine di Plutarco che ne sintetizza un limpido e appassionato ritratto per dire che “era estremamente forte e serio, intelligente e chiaroveggente”. E che il suo aspetto era quello “più di un greco che di un barbaro”.

Spartaco nei canti popolari

  La storia ha reso a Spartaco uno spazio che si è sempre più dilatato nei secoli. Una storia che è lievitata nei saperi alti e che ha gonfiato le bandiere di quanti sfidano le oppressioni, le emarginazioni, le negazioni, in nome della più compiuta dimensione dell’uomo: la libertà materiale e spirituale. Giganteggiando nella storia, Spartaco si fa spirito dei tempi, luce nelle oscurità oppressive, lampo nei gesti rivoluzionari e sovente anche nelle esplosioni di collera popolare contro le rozze prepotenze dei potentati locali. Penso, tra l’altro, ai cameroni dei deportati dal fascismo nelle isole di confino dove, uno di loro ch si firmava “Spartacus”, immagina lo spirito di Spartaco alla testa delle ondate rivoluzionarie. Ho rintracciato tra le mie vecchie carte  un foglio sgualcito dal tempo con sopra la succinta annotazione: “I canti di Spartaco”.  Sono canti che, parodiati sulle arie delle canzonette in voga, venivano cantati dai deportati nei pochi momenti di svago nelle lunghe ore serali dando alla coralità uno struggente senso di malinconica nostalgia per la libertà negata. I canti di Spartaco si alternavano con i più noti canti della protesta, della speranza, della testimonianza. Ne ricordo uno che evoca lo spirito di Spartaco aleggiare nei moti rivoluzionari che dalla Russia zarista arriva nel cuore dell’Europa tanto che – dicono i versi modulati sull’aria della Leggenda del Piave – “valicò gli urali e il Cremlino/ e giunse fino a Monaco e Berlino/ qui sventolando la bandiera rossa/ diede il segnal della riscossa/ e cadde, ma di notte sulla Sprea/ qual immenso falò la salma risplendea”. Lo spirito di Spartaco che sfidò la potenza di Roma in nome della libertà, ha attraversato i secoli ed è entrato nei contesti del lavoro umiliato, della fame mai saziata, delle soggezioni escludenti, della miseria che spezza le esistenze umane, del mondo inquieto dei dimenticati senza nome e senza storia. In questi contesti di vite negate, la fiamma spartachiana non si spegne mai e prende forme che coinvolgono, nel contempo, realtà nazionali e ambiti familiari. Primeggia, in questo contesto, la lega spartachista tedesca che salda il pensiero rivoluzionario di Rosa Luxenburg e Karl Liebknecht, assassinati  da alcuni ufficiali del nascente nazismo, al nome di Spartaco. In molte famiglie quel nome fascinoso entra come testimonianza di fedeltà al sogno di emancipazione. Molti figli di militanti dei moti rivoluzionari vengono chiamati col nome che ricorda il giovane pastore, il soldato disertore, il capo militare, il combattente intrepido, il condottiero che cade e subisce il supplizio. E si ravviva nell’immaginazione degli uomini liberi il tragico scenario dei seimila legni con appesi i corpi degli sconfitti che sta nella storia come memoria di quanto, qualche secolo dopo, avverrà per un ribelle nelle alture del Golgota.

   Il valore di questa pubblicazione

   Tracce di questa storia divenuta leggenda, sono vive e palpitanti nel paziente, accorto, partecipato racconto ordinato, per immagini e parole, nel lavoro di James Fantauzi il quale si è improvvisato, con indubbia maestria, storico e disegnatore. Non so dire quali siano i criteri che hanno stimolato l’autore a far rivivere un gigante del gesto ribelle nelle pagine di un racconto dalle modulazioni che hanno il sapore fresco ed immediato delle narrazioni infantili. E non so dire neanche se è più la parola ad esplicitare l’immagine o l’immagine a mettere le ali alle parole. Posso dire con certezza – questo sì – che vi è un accorto dosaggio tra parola e immagine le quali insieme concorrono a dar senso di compiutezza espressiva ad un evento tanto lontano a misura di storia e tanto vicino alla nostra quotidiana vita di relazione. Si è lungamente dissertato sul senso della rivolta per cercare in essa le connotazioni della rivoluzione. E si è detto, col soccorso della storia, che mentre la fame genera collera e rivolta, sono le ingiustizie, le umiliazioni, la negazione della libertà a generare pensieri e gesti rivoluzionari. E quando aneliti di libertà e morso della fame si congiungono, la miscela divampa tra moltitudini di emarginati i quali, rivendicando il proprio spazio nella storia, incendiano un momento di vita perché partorisca il futuro. Nel contesto della rivolta spartachiana deve essere accaduto qualcosa del genere. E il segno che ha lasciato nella storia è stato talmente profondo da lievitare fino alle moderne rivoluzioni.

   Spartaco in un libro del rovetano Giuseppe Bifolchi

    La figura dell’eroe ribelle che straripa nella pubblicistica, nei canti popolari, nella filmografia - e che tra l’altro ha impegnato il genio creativo dello scultore Louis-Ernest Barrias il quale gli ha dedicato un marmo esposto nel Giardino delle Tuileres di Parigi immaginandolo crocifisso per la via Appia – deve aver esercitato un fascino particolare su Giuseppe Bifolchi, nato a Balsorano, lo stesso paese dove è nato l’autore dell’originale racconto “a fumetti”. Giuseppe Bifolchi ha dedicato alla figura e alle imprese di Spartaco un volume che dà la misura di quanto profondo sia stato l’interesse per uno schiavo che, in nome della libertà, organizza un esercito di schiavi e sfida la potenza di Roma. A leggere il volume si ha la sensazione che Bifolchi cerchi nella figura di Spartaco motivi ideali da correlare alle sue scelte di combattente per la libertà. Il volume è scritto con gli impulsi del cuore e le meditazioni della mente: un incontro fecondo che fa dell’amore per la libertà un lievito delle scelte ideali e dell’impegno politico. Sono queste le ragioni che spingono Bifolchi - figlio della terra balsoranese che ha conosciuto da ragazzo il mondo della doppia povertà che colpisce lo stomaco e nega il sapere – ad andare oltre. Ha dato alle sue idealità libertarie il supporto dell’agire politico, della cospirazione antifascista, dell’affinamento culturale nel confino coatto tra il fior fiore della intellettualità della contestazione, dell’impegno militare partecipando, con le armate internazionali, alla difesa della giovane e sfortunata Repubblica Spagnola aggredita dalla reazione franchista e clericale. Ho avuto il privilegio di conoscere Peppino Bifolchi quando, dopo la caduta del fascismo, fu il primo sindaco del suo paese in una Italia che riprendeva faticosamente il cammino verso la democrazia. Lo ricordo come uomo dai  sorrisi appena accennati, sempre pensoso, con nel volto i segni di una espressione severa. Con quel sigaro sempre in bocca, mi appariva come il tipico contadino abruzzese, asciutto, forte, con addosso la sordità di una società chiusa agli ardori della libertà e della giustizia e il cruccio di una diffusa  povertà rassegnata a rimanere, come diceva un antico canto di protesta, nella eterna condizione di plebe  “tradita e maledetta”. Peppino era uomo di poche parole, succintamente scandite, molto pensate. Parlava poco di se stesso, delle sue esperienze politiche oscillanti tra un anarchismo di coloritura romantica e un repubblicanesimo che auspicava quale sbocco statuale nell’imminente referendum istituzionale. Lo incontravo presso lo studio dell’avvocato Pietrantonio Palladini, ad Avezzano, figura eminente del socialismo marsicano, perseguitato, confinato antifascista, con il quale intratteneva  rapporti di una amicizia maturata sulla scia dei comuni vincoli ideali e illuminata da grande affetto. Speravo sempre in qualche più diffusa narrazione del suo passato, ma mi dovevo accontentare di  laconici accenni alle prospettive dell’Italia del tempo dei nostri incontri. Maturai, col tempo, la convinzione che la riservatezza sulla sua esperienza, era un dato del suo carattere: un certo pudore per non dare la pur minima sensazione di voler trarre profitto di considerazione e di materiale interesse dal suo passato antifascista. E ad un attento lettore delle pagine che Giuseppe Bifolchi ha dedicato alla figura di Spartaco, non può sfuggire come,  insieme al taglio storico, egli abbia voluto cercarvi una lezione per nobilitare la grande utopia libertaria che unisce tra di loro quanti sognano una società di giusti e uguali.

                                                                                                      Romolo Liberale

 

 

 

Su Una giornata a Turlò di Nazzareno Mascitti

CELANO – AUDITORIUM “FERMI

 

Conoscevamo, e ci aveva deliziato, quella “trilogia” in cui memoria e affetto, attraverso i racconti di Nazzareno Mascitti, ci riconduce per le vie di un mondo che custodisce ed alimenta le radici da cui, in quanto generazione “terrigna”, proveniamo. Questa sera, discorrendo di Una giornata a Turlò, a quelle tre “perle” che vanno per Personaggi e storie di altri tempi, Ricordi dell’Aia, La strada dell’Aia, si aggiunge un affresco narrativo tutto in “punta di penna” che, tenendo alto il profilo della memoria e tenendo vivi gli impulsi dell’affetto, ci accompagna laddove, come generazioni, passammo e ripassammo, per tornare sempre da càpe, con addosso un carico di fatica e di fame, di patimenti e di speranze, di sopportazioni e di collera.

   E’ accaduto cosi che, scorrendo pagina dopo pagina il racconto di quanto veniva svolgendosi in quella “piccola miniera d’oro” tanto ricca di sofferenze quanto povera di pane, si ricompone nella mente il mosaico di una microstoria che tuttavia respira, vive, trepida ai margini di una storia più grande nella quale – spietatezza della scala sociale! – un pugno di gaudenti non aveva mai provato “l’incubo dello stomaco vuoto, che tra i mali di allora era il più in voga”.

   Ed ecco, in un ritmo narrativo godibile anche se scandito da inaudite sofferenze, il riemergere di nomi e soprannomi; di modi di dire e di allusioni; di richiami proverbiali e di abitudini; di un  gustoso lessico per indicare figure, cose, gesti, luoghi; di manualità eseguite con l’antica e disinvolta consuetudine tutta contadina; insomma, di un vivere col solo scopo di sopravvivere.

   Leggendo e meditando queste pagine, mi è tornato alla mente quel pensiero di Ernesto De Martino – celebrato antropologo meridionale e meridionalista – che ancora ci sollecita “a possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale”. Questo “villaggio vivente” è sempre desto nella memoria di Nazzareno: è Celano, è il Fucino. Ma è anche la condizione identitaria di chi, in tutti i continenti, da secoli è condannato a zappare una terra non sua.

   Quel che Nazzareno narra nelle tre “perle” che ho appena ricordato, e che arricchisce con questa rivisitazione dei fatti e della cose del tempo di Turlò, è nello stesso tempo testimonianza di amore per il “villaggio” di cui si sente figlio e di generoso auspicio che le giovani generazioni possano compiere una cavalcata nel tempo in cui vissero Piùcce, Nenè Tùrre Tùrre, Melùzze, Emilie Ciuciù, Luigge Furbe, Dunatelle, Pasqualine Dunatejje, Baldone, Cesiddie Giannette... Scopriranno così la grande lezione della storia secondo la quale l’uomo si compie passando per i rovelli sociali e le esperienze umane di cui Una giornata a Turlò che questa sera teniamo a battesimo costituisce un test che, sia pur circoscritto all’età della dominazione torloniana, ne è una controprova.

   Una giornata, quella trascorsa a lavorare nelle terre di Turlò, era una giornata ripetitiva che collegava le fatiche della primavera a quelle dell’estate e queste a quelle dell’autunno. Una giornata ‘ncarassole, una fatica appena appena mitigata dagli ozi  invernali per riprendere con i primi caldi d’aprile, il cafone se la portava nelle ossa e la univa ai tormenti dello “stomaco vuoto” che “agitava le menti”, che “non faceva dormire”. Nazzareno si immedesima in quella fatica contadina, in quelle schiene curve, in quel travaglio quotidiano che erano l’unico “rimedio per lo stomaco vuoto”. E al cospetto di ciò, non un gesto di comprensione o di compassione. No. “Turlò odiava la schiena dritta”. E questa crudele verità si fissava nel tempo, si faceva destino. E nella narrazione di quel tempo, di quel destino, di quella condizione, è lontana l’immagine della serenità campagnola decantata solo da chi della fatica contadina non conosce nulla. Tuttavia, le evocazioni di Nazzareno non indulgono mai a sentimenti di nichilismo, di abbandono, di nevrosi disperanti. Vi è un tempo per la fatica, sia pure dura e talvolta dannata, ma vi è anche un tempo per qualche sfottò, qualche allegra sbicchierata, qualche scherzo, qualche divertita malizia tra quei braccianti e quelle braccianti presi a giornate. Non so se definire gioia quei momenti di evasione. Seneca riteneva che la vera gioia è cosa severa. Per i cafoni erano passeggeri spicchi di luce in un mondo di patimenti e di speranze troppo lunghe. E non so neppure se i cafoni, carichi di pene e di attese, abbiano mai goduto, come racconta Nazzareno, i canti e gli incanti delle allodole che accompagnavano, come una deliziosa colonna sonora, il duro lavoro che si faceva sfida a chi arrivava prima da péde “nel grandioso palcoscenico di Turlò”. Le pagine che Nazzareno dedica all’allodola, si caricano di poesia e di nostalgia: poesia, per l’atmosfere che una tenera creatura canora sa infondere nello spirito dell’uomo sensibile alle modulazioni canterine che vanno dalla terra al cielo e dal cielo alla terra; nostalgia per la semplice ragione che oggi, data la scomparsa delle allodole dal “palcoscenico” del Fucino sedotto e sottomesso dal trattore, quella esperienza del sentimento è disperatamente tramontate per sempre.

   Per il pensiero di Nazzareno Mascitti, uomo della terra prestato alle lettere, dopo il bel saggio sulla vicenda umana e politica  di Filippo Carusi che fu capo contadino con ideali socialisti, vi è spazio per una rivisitazione dei monumenti storici ed artistici della sua Celano e per una sorta di reportage su una gita di istruzione che documenta il suo rapporto creativo e affettivo con la scuola. Ma quando la sua mente e il suo cuore s’intrigano con gli uomini e le cose della cafonitudine celanese, è la sana paesanità che rivive, è quel demartiniano “villaggio vivente nella memoria” che ci riversa nell’animo una cascata di  ricordi e di emozioni. E ecco nascere spontanea una domanda: perchè Nazzareno scrive? Un giorno sarà lui a dircelo. In me è maturata, per ora, una sola e semplice risposta condensata in una pertinente confessione del buon Roland Barthes: “Quando si scrive, si ha bisogno di una risposta d’amore”. Questo è vero. Ed è tanto più vero quando si scrivono cose che Nazzareno scrive. E come le scrive. E l’amore con cui Nazzareno scrive va ripagato con amore. Nazzareno ci ripropone un mondo ricco di umanità e custode di valori il quale – per dirla con Alfonso Di Nola – “si credeva dimenticato e che, invece, tuttora è pulsante della sua sanguigna pienezza e riesce a farsi parte di noi”. E’ questo mondo che Nazzareno rivisita con la lucida coscienza di chi, con questo mondo, non ha solo un rapporto di memoria, ma anche di mai smessa manualità, impegnato com’è a seguire amorevolmente la sua terra e a rispondere alle esigenze delle stagioni che non ammettono distrazioni. E’ per questo che egli ne parla non col freddo “contadinismo” troppo presente nella cultura “altra”, ma col solido sperimentato conforto conoscitivo che conferisce alla cultura subalterna la dimensione di una controstoria.

 

* * *

 

   Il volumetto – piccolo come debbono essere le cose graziose che racchiudono il massimo dei valori in piccolo spazio – si apre con la prefazione di Ornella Mariani la quale collega la storia del Fucino e le inquietudini che la segnano, alle tematiche meridionaliste di cui il messaggio siloniano è voce alta e prestigiosa. A dare maggior pregio a questo scrigno di ricordi e d’amore, vi sono alcuni “schizzi” di Franco Angelosante. Sono essi stessi, accortamente ancorati al ritmo narrativo del volumetto, racconto nel racconto nella rapida dimensione delle immagini (ecco perché “schizzi”) le quali, catturando un momento evocano un tempo. E non c’è scarto tra le emozioni che sanno suscitare le parole di Nazzareno e quelle che sa suscitare l’attento, vigile, dosato segno grafico di Franco. Ed ecco il patriarca che accende la sigaretta “spippacchiando” a più non posso; ecco la processione dei carretti che di buon mattino vanno e di sera tornano; ecco l’allodola canterina nelle sue libere  infinite evoluzioni; ecco le schiene “ancora una volta curve” perché in alto c’è qualcuno che “odia le schiene dritte”; ed ecco, a chiusura di questo magico viaggio in un racconto che ci ricorda da dove veniamo e di quante “zolle” siamo fatti, un bel ritratto di Nazzareno, tutto in punta di lapis, che sembra salutarci col piglio di chi promette: alla prossima! E noi, ringraziandolo, rimaniamo in attesa.

 

                                                                                                            Romolo Liberale

 

Sul progetto di un Convegno sulla Scuola dei Pittori Danesi di Civita d’Antino

CARATTESTICHE E FINALITA’ DELL’INIZIATIVA

Il progetto di un convegno sulla figura e l’opera di Kristian Zahrtmann e della scuola dei pittori danesi a Civita d’Antino, risponde a due esigenze fondamentali: quella di documentare e valorizzare tutte le motivazioni per cui un caposcuola e i suoi discepoli, scelgono un paese della Valle Roveto per trovarvi ambiente e ispirazione per il proprio impegno d’arte; quella di indagare e documentare il rapporto tra la scuola dei pittori guidati da Kristian Zahrtmann e il paesaggio e le comunità rovetani così presenti nelle tele che rappresentano un patrimonio irrepetibile di una esperienza d’arte affinata in una terra che, vivendola compiutamente, “non potrebbe essere più vicino al paradiso”.

Il convegno, da collocare a Civitella Roveto, cuore della vallata che aveva suggestionato con le sue luci e i suoi colori la sensibilità di Kristian Zahrtman e dei suoi allievi, ha, tra gli altri, l’obiettivo di diffondere tra le comunità rovetane e dei territori limitrofi, il senso e il valore di una presenza d’arte che, elevandosi a dignità di scuola, ha fatto conoscere il fascino di quello che è stato definito “il regno della luminosità e della leggerezza”. Un fascino, del resto, altamente testimoniato dallo stesso Zahrtmann quando scrive: “Civita è un posto che, quando io non ci sono si sbiadisce e ogni volta che ci ritorno mi sorprende con le sue meraviglie in tutti i sensi”.

E’ interessante notare come, nel pensiero di Zahrtmann, è così viva e palpitante la simbiosi tra l’ambiente e l’uomo. Egli parla del “carattere” della gente come figlianza della natura, della montagna, dell’ambiente. E rimane incantato quando osserva i contadini che tornano dai campi con la zappa in spalla, o quando il giovani si rimandano allegri le melodie del saltarello. Sembra quasi che Zahrtmann si fa uno di loro in un misterioso fenomeno di immedesimazione.

Indagare, studiare, diffondere questo rapporto tra Zahrtman e la Valle Roveto, è un contributo di alta valenza culturale e sociale ai rovetani perché conoscano meglio anche se stessi e l’ambiente in cui si svolge la propria vita. Conoscere compiutamente il patrimonio d’arte dei pittori danesi in Civita d’Antino, ha una ricaduta di notevole valore nel territorio rovetano in quanto testimonia la dimensione di quanto la vita dà all’arte e di quanto l’arte, trasfigurando i “suggerimenti” della vita, restituisce in termini di emozioni e di educazione dei sentimenti.

E’ compito del nostro progetto quello di coinvolgere studiosi, ricercatori, critici, storici perché sia largamente testimoniata l’opera pittorica di più di cento artisti la quale, avendo radici nella Valle Roveto, è presente nei più prestigiosi musei scandinavi. In ragione di ciò, una scuola nata nel cuore della Valle Roveto, si appalesa anche come motivo di orgoglio dell’Abruzzo che sa “parlare” di sé a gente lontana.

Infine, dando la giusta dimensione al fascino suscitato nell’animo di Kristian Zahrtmann dal piccolo borgo di Civita d’Antino elevato a sua “seconda patria” per la pregnanza degli incanti e delle emozioni, e correlando ciò a realtà culturali e sociali in cui l’interesse e l’amore per l’arte modellano lo spirito dell’uomo, il Convegno ci consente di assolvere ad un doveroso impegno da tempo accarezzato da singoli e istituzioni il cui risultato, quale alto arricchimento conoscitivo, va consegnato a questa e alle future generazioni.

 

Romolo Liberale

Sul libro di Giovanni De Blasis

LA VALLE ROVETO NEL DECENNIO FRANCESE (1806-1815)

Civitella Roveto – Sala “Zanello” – 3 giugno 2012

 

    L’Associazione Culturale “Il Liri”, tenendo a battesimo questa nuova, e non ultima, fatica di Giovanni De Blasis, ha compiuto una duplice, lodevole, meritoria operazione culturale: da una parte si è messo all’occhiello non solo un fiore, ma un gioiello che ha il senso di un generoso auspicio per il proprio divenire editoriale a cui il presidente Mauro Rai tiene molto; dall’altra contribuisce a far conoscere ulteriormente la levatura culturale di Giovanni De Blasis – non so se definirlo un medico prestato alla ricerca storica o uno storico prestato alla medicina – testimoniata da una capacità e da una passione di “narrar di storia” con lo stesso ordine, la stessa esattezza, la stessa precisione con cui compie un dovere medico.

   Il tema è quanto mai intrigante. Direi che Giovanni, pur ancorando la sua ricerca e le sue riflessioni sugli eventi che hanno segnato il decennio della dominazione francese che il Bianchini ricorda essere chiamato “della militare occupazione”, compie una lunga cavalcata sulle tante significazioni che il decennio napoleonico ha inciso nella più vicina storia dell’Abruzzo, della Marsica, della Valle Roveto. Le coordinate sono tante. Giovanni, col rigore dello storico, con l’affabulazione del narratore, le fa entrare l’una nell’altra; e credo di poter dire che è giusto fare così, in quanto la microstoria e la macrostoria fanno tutt’uno nel destino di un popolo. Un fatto, un evento, l’opera di un personaggio, la sottomissione o la ribellione di una comunità, le conquiste o la delusione di un movimento – pur riguardando nell’immediato un paese, una contrada, un territorio – hanno radici profonde nelle specificazioni che Giovanni indica nel succinto sottotitolo: ordine pubblico, condizioni economiche, grandi riforme.

   Ecco come  tumulti popolari e brigantaggio, rapine baronali e miseria proletaria, conflittualità a volte, e a volte combutta tra poteri, segnano il destino di una moltitudine di sudditi che aspirano a divenire cittadini. In questo quadro il “Decennio Francese” aiuta, con l’opera della intellettualità illuminata, a dare senso al concetto napoleonico di cittadinanza con tutto ciò che ne consegue sul piano dei rapporti economici, dei diritti e dei doveri civili, della caduta di antiche soggezioni, del sogno di riscatto nel segno solo appena assaporato della libertè, égalitè, fraternitè, del transito dalla nobiltà sedentaria e parassitaria alla borghesia intraprendente ed operosa. Lo stesso Marx simpatizzava molto col borghese che sapeva aprirsi la camicia e rimboccarsi le maniche, ma non aveva alcuna simpatia per i nobili  ceti dell’ancian régime.

 

   Il Fucino visse il “Decennio Francese” tra speranze e delusioni. Mentre in Abruzzo, insieme alla fame secolare, le plebi sentivano il morso delle malattie  proprie della povertà, tra le quali le più intercurrenti erano il vaiolo, il morbillo, la scarlattina, la miliare, l’urticazione dovute a contagio nei luoghi di riunimento di persone senza la dovuta pulitezza e ad estrema penuria e a disnaturati eccessi, nel Fucino ancora lago la pena maggiore era per quelle “acque ringhiose racchiuse in sì angusta prigione”. E a causa delle ricorrenti escrescenze, erano allagamenti, distruzione di seminati, morte di bestiame, sconvolgimento del ritmo normale della vita nelle casupole degli abitamenti ripuari. Con Giuseppe Bonaparte sul trono di Napoli, la speranza ispira una supplica dei cittadini di Ortucchio. Nell’accorata supplica si chiede: Sire...liberaci dai ricorrenti allagamenti, dal  ricorrente flagello delle alluvioni...Se la nostra supplica sarà esaudita, ti promettiamo che in onore al tuo nome cambieremo il nome al nostro paese...non più Ortuccio, ma... Giuseppopoli...Ma nel 1812, con la sfortunata campagna napoleonica contro la Russia, e con la chiamata di Giuseppe Bonaparte alla testa di alcune armate, il sogno degli ortucchiesi svanisce. Per fortuna, perché ci saremmo trovati,  nel cuore della Marsica, un paese con un nome ancora più brutto di quello di Ortucchio.

 

   A conclusione della lettura, resta in me questa chiara e amara convinzione: prima del “Decennio Francese” i poveri erano poveri; con l’avvento del “Decennio Francese” i poveri rimangono poveri; col ritorno dei Borboni sul Regno di Napoli, i poveri continuano ad essere poveri; con l’Italia unità sotto il Regno dei Savoia, i poveri sono ancora poveri; con la nascita della Repubblica, c’è qualche spiraglio, ma la Città del Sole vagheggiata da Campanella, sognata da Garibaldi e dai progressisti dei moti risorgimentali, auspicata dalle masse popolari durante la Resistenza, sta ancora tra la notte e l’aurora. Tutto ciò mi conferma nella ostinazione che non basta sognare un altro mondo, ma occorre anche un altro modo di stare al mondo per stare dentro tutti i fermenti che hanno sapore di futuro.

 

   Basta. Qui mi taccio perché un bel libro, come dico sovente, non si racconta, ma si legge. E voi, venuti qui così numerosi, concedetevi il tempo di leggere questo libro, di fare una cavalcata in queste pagine; e fatelo per un dovere di memoria, per un personale arricchimento culturale, per recuperare la matrice della nostra identità perché questa è pur sempre la storia che ci testimonia chi siamo e da dove veniamo.

 

   A stimolare la lettura del volume, vi sono due “perle” introduttive: Francesca Romana Letta, in poche pennellate, fa una sintesi magistrale del volume per cui l’intento di premessa diviene un manifesto esplicativo; Angelo Melchiorre richiama le coordinate fondamentali che hanno impegnato Giovanni  De Blasis, le disciplina in una prefazione nella quale storia grande e storia domestica (come la chiamerebbe Bertholt Brecht) dialogano tra di loro per ricordarci tempi di travagli e di aneliti, di miserie e nobiltà, di eroismi e tradimenti, di domande rimaste senza risposte e di risposte rimaste a mezz’aria. Insomma, una premessa e una prefazione che suggeriscono l’immagine di un gioiello (e questo di Giovanni lo è) su cui ben stanno due piccoli, ma preziosi, brillantini.

                                                                                                    Romolo Liberale

 

 

POST SCRIPTUM (fuori testo)

 

La scienza non ha ancora inventato il “poverometro”, ma la storia ne dà conto. La dimensione della povertà è sempre correlata all’età storica in cui si manifesta per cui la povertà nell’età schiavistica non è come quella nell’età feudale, e poi nell’età borghese. E la povertà in un mondo  globalizzato ha caratteristiche inedite perché la stessa globalizzazione è inedita rispetto al passato. Insomma, cambiano le forme, ma non la sostanza in quanto è sempre povertà. La povertà vive storicamente come naturale portato dei regimi classisti e il suo superamento sta nella liberazione economica, sociale e politica il cui termine ultimo è quello di affrancare l’uomo dalla miseria, dalla guerra, perfino dalla fatica della lotta di classe, quando finalmente ognuno sarà concretamente libero, materialmente e spiritualmente.

 

VIAGGIO TRA GLI ORRORI DEGLI ANNI RUBATI

Io c’ero. E tanti con me. Ma dovevate starci quel giorno. Il giorno in cui Gli anni rubati del TAMS  sono approdati al Castello Orsini di Avezzano con il loro carico di memoria e di dolore. Un allestimento scenico nel quale immagini, parole e musica , sapientemente raccordate tra di loro, raccontano lo sconvolgente spaccato della storia europea segnata dagli orrori nazisti con al centro la sofferta esperienza di Anna Frank, tenera adolescente ebrea, che dal suo nido-prigione tramanda all’umanità la lacerante narrazione di due anni vissuti nel terrore col solo conforto della speranza.

   Dovevate esserci - ripeto -  perché, attraverso il diario della piccola Anna che si fa teatro, molti, specialmente giovani, avrebbero conosciute pagine di una infamia che, dilagando per l’Europa, ha toccato anche l’Italia, l’Abruzzo, la Marsica: basti citare Marzabotto, Pietransieri, Capistrello. Sono questi santuari laici del dolore che, testimoniando i massacri, si aggiungono alla memoria di Anna Frank e alle sue pagine patite giorno dopo giorni in un mondo che sembrava chiuso alle ragioni per cui l’umanità esiste.

   La costruzione e il ritmo del testo, fusi nella regia di Paola Munzi, danno subito il senso di una narrazione scenica di penetrante coinvolgimento. A dilatare l’emozione del racconto per immagini e parole, sono le musiche originali di Giuseppe Morgante e della stessa Munzi. Si avverte subito come il sentimento della partecipazione emotiva è elevato al massimo. Andrea Di Girolamo, invece, con una accorta gestione degli effetti fonici e del gioco delle luci, fanno della rappresentazione – se è possibile dirlo così – uno spettacolo di dolente godibilità.

   L’auspicio è che una pagina così evocativa della drammatica storia europea del secolo scorso, non rimanga confinata nelle suggestioni, pur legittime, di quanto riconducibile alla Giornata della Memoria. La memoria è un sentimento che ci induce non a  regredire dal presente al passato, ma a progredire dal presente al futuro utilizzando responsabilmente la lezione della storia. Per questo, una accorta, sensibile, partecipata gestione di questa lodevole produzione teatrale – che ingloba scena e memoria, stimolo alla meditazione e sprono alla presa di coscienza – va fatta transitare per i circuiti culturali, nelle scuole, nei sodalizi associativi impegnando in ciò, in uno stretto rapporto di collaborazione, istituzioni e libere organizzazioni di cittadini. Questo non solo per tener viva la memoria sulle scelleratezze maturate nell’ambito del delirio di potenza del nazismo, ma anche perché siano emarginati, e stroncati sul nascere, i ricorrenti e perniciosi tentativi negazionisti e revisionisti dentro i quali è sempre attivo il virus della malapianta fascista e nazista.

 

                                                                                                                              Romolo Liberale

Elogio al canto

“Progetto Coro-folk”

In occasione della manifestazione finale del “Progetto Coro-folk”, svoltasi a Tagliacozzo il 4 giugno 2011, Romolo Liberale ha partecipato inviando il seguente ELOGIO DEL CANTO che mi è gradito lasciarlo in ricordo a tutti gli alunni che hanno condiviso con me questa stupenda esperienza.

                                                                                                       La Maestra Maria Grazia Luzzi

 

   Il Canto, questa meravigliosa colonna sonora della prodigiosa evoluzione dell’uomo, ha fatto dei sentimenti una delle forme più alte di espressione. Molto prima dell’età classica, il Canto era già testimonianza di gioia e di dolore alle quali, nei mutevoli registri espressivi, era correlato il destino del singolo e delle collettività.

   Il Canto singolo o il Canto corale, obbediscono a particolari condizioni umane e divengono modi di comunicazione che coinvolgono le ragioni dell’essere in quella particolare sfera delle suggestioni umane che qualcuno ha definito “aristocrazia dello spirito”. E ciò perchè l’arte - e tra le arti il Canto è una eccellenza - appartiene all’aristocrazia della creatività dell’uomo.

   Tra le forme del Canto, va annoverata quella dei bambini. Il Canto di quelle che vengono definite “le voci bianche”, è disciplinato dalla buona regola secondo cui i bambini, prima della pubertà, non devono cantare brani con una estensione superiore a una ottava. E’ questa una regola tecnica che ha due funzioni particolari:consentire al Canto di “armonizzarsi”, in risposta, al candore e alla tenerezza della voce infantile; proteggere le corde vocali dei bambini da possibili stress che potrebbero risultare pregiudizievoli per il prosieguo dell’attività canora.

   I modi, i ritmi, i generi del Canto affidato alla voce dei bambini, hanno una tale forza di coinvolgimento emotivo per cui l’espressione “canto degli angeli” ha una rappresentatività largamente motivata.

   C’è chi ha detto che dopo il silenzio, ciò che più si avvicina ad esprimere l’ineffabile è il Canto delle voci bianche. In esso c’è il lieve alitare di vento tra le cime degli alberi, c’è il respiro sereno del silenzio notturno, c’è il placido gorgoglìo del ruscello tra i prati, c’è il tenue soffio che muove le ali angeliche, c’è infine la testimonianza – come insegna il maestro Berio – della magia che conquista la fantasia del bambino che ascolta la musica: “L’ascolto istintivo, direi sensoriale, è possibile solo per il bambino, libero e senza tabù”. E sarà forse per questo che – da qualche tempo e seguendo precise terapie educative – le mamme in attesa del “lieto evento” fanno ascoltare della buona musica al nascituro perchè nel loro farsi agiscano i segni di quei suoni misteriosi solo appena percepiti.

   Come si evince rivisitando pagine di lontane letture, perfino il saggio Platone ha fatto un monumento etico alla funzione della musica. E lo ha fatto dicendo: “Colui che possiede anima musicale, potrà amare gli uomini”. Quindi, la musica come veicoli d’amore, di fratellanza, di pace!

   Nel corso dei secoli il Canto si è fatto disciplina, rigore esecutivo, scienza che esprime emozione e partecipazione all’universo del bello. In tutta la storia della musica, dove il Canto ha una funzione narrativa, sono stati evocati eventi rapportati ai sentimenti, agli aneliti, ai sogni degli uomini. In particolare nell’opera lirica, primeggiano le passioni, l’amore, le speranze, i tradimenti, le liberazioni. Ma esiste anche il Canto del dolore. Si pensi a quanto vi è dentro l’arco che va dai requiem al triste Canto popolare delle Prefiche.

   E va detto, infine, che se l’universo è il generoso contenitore di tutte le cose, non vi è dubbio che di tutte le cose la musica, e con essa il Canto, è il cuore pulsante.

 

 Romolo Liberale