Associazione Presenza Culturale

amici di Romolo Liberale

 

 

Il volume Opera poetica, edito dall’Associazione “Presenza Culturale - Amici di Romolo Liberale”, 2015,  è un libro davvero prezioso perché ci consegna, come dice il titolo, l’intera opera poetica di Romolo Liberale, permettendoci così non solo di poterne seguire gli itinerari e di apprezzarne il valore, ma anche di poter avere, pagina dopo pagina,  la testimonianza e la presenza di una voce che, a pieno diritto, è una voce della poesia italiana, parte con la sua originalità e peculiarità, e anzi proprio in ragione di queste, della letteratura italiana,  non solo abruzzese. La sua parola si è levata alta, contro ogni barriera e sarebbe oggi un grave torto, oltre che una miopia critica, relegarlo in un ambito esclusivamente regionale. Romolo Liberale, scomparso il 28 ottobre 2013 ad Avezzano, è una figura importate e complessa, che ha legato la sua vita, meglio ha deciso di spendere la sua vita con e per i cafoni della Marsica, in quella parte di mondo in cui il lago diventò terra/dalla terra venne il grano/ e i pescatori divennero contadini/, come recitano alcuni suoi versi. Fu bracciante agricolo e apprendista presso un fabbro che lo avviò come fonditore in una officina romana. Dopo la Liberazione si iscrisse al PCI, divenne segretario della sezione del suo paese e fu eletto consigliere comunale. Cominciò in quegli anni a collaborare con il quotidiano L’Unità.  Assunse in seguito la carica di segretario provinciale della Federbraccianti e poi della CGIL di Sulmona. Durante le lotte del Fucino del 1950 guidò cortei e manifestazioni e conobbe arresti e carcere, diventando uno dei principali protagonisti di quel movimento. Successivamente ricoprì molti ed importanti incarichi politici,  sia in ambito regionale che nazionale. Ma bisogna subito dire che per Romolo Liberale la poesia, parafrasando la celebre definizione della guerra di Carl von Clausewitz, non è la prosecuzione della lotta politica con altri mezzi. Romolo Liberale è poeta autentico e vero, oltre che un intellettuale coraggioso e appassionato. Peraltro i tanti e importanti premi ricevuti sono, fra le altre cose, anche attestazione del riconoscimento pieno della sua poesia. Quello che accomuna e tiene insieme il poeta e il saggista, il giornalista e il promotore culturale è la visione dell’uomo, l’idea di umanità e la concezione della storia, cioè del farsi della storia, delle forze agenti, delle dinamiche profonde e dei soggetti coinvolti. Ma appunto perché autentica la sua poesia non è mai didascalica o, peggio,  pedagogica. Egli è per scelta, per intima convinzione e per profondo sentire il cantore di una umanità che viene negata e umiliata non solo dalla povertà e dallo sfruttamento ma, innanzitutto e soprattutto, dalla privazione della parola.

E la parola raccolta fin dentro le pieghe più oscure, taglienti e amare delle vite diventa la sorgente che genera, risarcisce, libera, riconosce e conosce.

 La sua parola  ospita e offre un pensiero forte, un grido contro, in nome di una altra umanità. Ma, il figlio di contadini diventato uomo, il giovane bracciante diventato intellettuale non ha alcuna visione romantica, nostalgica o retorica di quel mondo.  Non c’è qui, come in altri casi, l’andare dell’intellettuale verso un mondo altro, quasi un universo esotico da scoprire. No, qui c’è la condivisione che nasce dall’appartenenza e dalla consapevolezza di stare dentro la dimensione generativa del Noi.  Stesse condizioni di vita, stesse aspirazioni di liberazione: per questo non può esserci una dimensione esclusivamente individuale. La libertà è perciò sentirsi parte di una stessa comunità che implica mutualità e fratellanza, dentro una visione di profonda spiritualità e religiosità ancestrale, terrena e tenace.

Nella prima raccolta “Ce vo’ ne munne gnove” del 1953, Edizioni Polla,  non a caso esordio in dialetto, con la parola quotidiana, immediata, quella che più di tutte sa di terra e di cielo, vi è l’offerta della sua visone del mondo, di quel mondo pieno di contraddizioni e ingiustizie che attende l’opera di tanti per far sì che ‘Ste munne s’ha da fa de n’antre mode! La poesia che apre questa raccolta è un manifesto poetico a cui Romolo Liberale resterà sempre fedele, che svolgerà e declinerà in tutta la sua opera. Qui vi sono in nuce tutti i nuclei tematici della sua poesia: la cantina, le morti sul lavoro, una casa senza pane e senza fuoco, senza vita; le illusioni e le dure quotidiane condanne ad una vita che nega la vita. Una vita svuotata dall’interno, rosa e bruciata al lento fuoco del dolore, un inferno terreno senza scampo e senza appello. Solo fatica, senza pause né pane,  per morire ogni sera e rinascere ogni giorno alla stessa fatica. Ma non c’è qui come in tutta la sua opera la rassegnazione, la resa, il lasciarsi andare alla deriva della disperazione buia. Al contrario emerge sempre una possibilità, una speranza, una voglia di resistere e di tentare di aprire per sé e per gli altri un destino diverso, la conquista di una vita dignitosa e piena.

Nella successiva raccolta Parole all’uomo, Editrice Convivio Letterario, del 1963, dieci anni dopo, Liberale da una parte continua a dipanare il filo della sua ricerca e del suo canto e dall’altro trova accenti nuovi che ben si integrano con i precedenti, allargando e approfondendo la trama del suo disegno poetico generale. I suoi versi intrecciano l’assillo dei cambiamenti dentro il tempo che ci è dato vivere, l’afflato universale che riconosce i tratti dell’uomo, qui inteso come idea generale di umanità, nel bimbo d’Algeria, nell’amico congolese Maurice Kibunda, nel vagabondo e nei martiri di Capistrello. Una poesia che spazia da Maria di Magdala alla ranocchiara che “scendeva nelle cinte del Fucino”, da una suonata di Chopin allo sciopero degli operai, dal commento alla Pastorale di Beethoven ai figli dei contadini tenendo sempre lo stesso filo, accogliendo dentro il suo sguardo, dando loro senso e significato, le diverse espressioni e versioni della vita che il Poeta incontra e raccoglie nei suoi versi.

Con Parabole, del 1971, Editrice Eirene, Romolo Liberale ci consegna quello che io considero uno dei risultati migliori della sua poesia.

Qui il verso asciutto, essenziale,  aderisce alla sua materia poetica, anzi si fonde con essa, consegnandoci un dettato di grande forza evocativa e una poesia che, rovesciando tutte le gerarchie precedenti, si fa epica. Romolo Liberale dispiega il suo canto general, dando voce e corpo alla sua epopea contadina, che diventa tale appunto perché trova in Liberale il poeta che la fa emergere con le sue parole e le conferisce piena dignità letteraria. Ma anche qui, anzi soprattutto qui, non c’è spazio alcuno per retoriche o compiacimenti. Romolo Liberale contrappone le vite apparentemente minute, non minori, a quelle apparentemente brillanti dei signori e, in particolare, del principe. Ogni uomo, ogni donna alle prese con la dura, spesso invincibile fatica di vivere che a volte diventa condanna a vivere, o allo smarrimento di fronte alle gioie, ai dolori, ai misteri e agli incanti dell’umano e del naturale, trova la sua residenza nella poesia di Liberale; così come i vizi, le ingiustizie, le angherie vengono rappresentate prive di orpelli e paramenti e, così svelate, vengono offerte alla riflessione del lettore nella loro oscena arroganza e volgarità. Anche in queste pagine corre il filo sottile di una diversa lettura del Vangelo e della religione. Una presenza costante nella sua opera questa, che riconosce il volto di Cristo sotto le maschere di visi deturpati dalla fatica e dalla violenza e che, per contro, non vede nelle facce delle persone che pur dovendo testimoniare il suo messaggio, vivono felici, sazi  e appagati sotto coltri  ridondanti di ricchezza ostentata; ostentata fino a coprire la possibilità stessa di ascoltare la sua voce. Si trovano in queste pagine echi di vicende e problemi che segnano il suo tempo storico e che si affiancano con naturalezza alle voci dei suoi campi e dei suoi villaggi. Anche per questo ho definito Parabole il suo canto general, prendendo in prestito il titolo della decima raccolta di Pablo Neruda, poeta che sente vicino e i cui versi, non a caso,  chiudono il poema Fucino mio paese.  Ma canto generale  anche perché la poesia che chiude la raccolta, Parabola del memento, è un ammonimento valido in ogni epoca e, insieme, un grande testamento ideale: E ricordatevi/ - ha detto l’uomo venuto/ dal cuore dell’uomo -/ questo/ non è tempo di silenzi./ E chi non ascolta/ già porta la morte nell’anima.

In Fucino mio paese, Edizioni dell’Urbe, 1977,  Romolo Liberale tratteggia un atlante geografico e storico ben definito dalla dedica: Ai cento anni del Fucino-terra/alla gente delle mie contrade venute al tempo/dell’uomo con la fatica e la lotta/allo scomparso Lago di storia e leggenda/dedico questo canto solitario/per una coralità/ di nuove speranze.

Alla poesia che apre questa raccolta affida il compito di tracciarne il profilo: E’ una terra che conobbe/principi e generazioni contadine/ e disperazioni e speranze/E conobbe e conosce/guerre e terremoti/dominazioni e proteste/uragani e arcobaleni/per crearsi un canto/da elevare in un giorno di sole. Così come la poesia dedicata ad Andrea è non solo il ritratto di un uomo ma quello di un intero mondo e di una condizione, insieme umana e storica, cioè storicamente determinata.

La sua poesia non si accontenta di quel che vede, non si fa fermare da constatazioni ripetute da decenni, da secoli: scava, indaga, scova fino a raccogliere da quella terra le parole dal sapore di pane sudato/e parole per dare ai fatti/il colore dei miei pensieri per gridare a voi/contadini del Fucino/ che per essere bisogna sapere/ e per sapere bisogna essere./Solo così i vostri passi/ segneranno il cammino dei giorni.

A partire dal 1974, Romolo Liberale, per ogni capodanno ha realizzato, insieme ad un artista un’opera di grafica e di poesia, affidando a questi due linguaggi artistici, il compito di portare la speranza e gli auguri, oltre il giro del calendario.

Nel libro Io dico buon anno, Edizioni Tracce, 1996, Romolo Liberale raccoglie questi testi in cui trovano spazio riflessioni, suggestioni e domande che interrogano i miti, le leggende, l’Apocalisse e i segni della contemporaneità, unite tutte dal filo della sua ricerca, che potremmo definire come la ricerca del volto dell’uomo oltre tutte le maschere delle convenzioni e delle convenienze; la ricerca dell’autenticità oltre le volgarità e le miserie spirituali e morali. Da qui l’invito rivolto a tutti ad attaccare/sull’albero dell’anno nuovo/ i colori dell’arcobaleno/ per farne bandiere di speranza/aperte ai venti dell’amore perché risuoni dentro le ore che maturano/ il canto fragile e possente della libertà/ mille volte caduto mille volte risorto.

 In Sicut laica religio, Editrice Presenza Culturale, 2007, la poesia di Romolo Liberale rilegge laicamente, attraverso le sconnessioni e le fratture della condizione umana le pagine della Bibbia e del Vangelo, continuando, con rinnovati accenti e pari forza, la sua ricerca poetica e la sua indagine attorno ai nodi e agli slanci che segnano l’avventura della vita e, in modo particolare, le differenze non casuali né naturali che uccidono speranze e piagano corpi. Stabat mater, la poesia che chiude la raccolta è forse la poesia più emblematica di questo libro, perché racchiude nella figura della Madre Dolorosa, quasi porgendole sul suo grembo, tutte le atrocità e i dolori del mondo.

Con la successiva silloge Veritatem libere servio, Editrice Presenza Culturale, 2009, Romolo Liberale continua a dipanare il suo particolare filo, tra altre domande e altre risposte, testimoniando, anche in queste pagine , la necessità della sua voce e delle sue parole e, come dice il titolo, di servire liberamente la verità.

Qui la pagana democrazia dell’Olimpo viene contrapposta ai roghi e agli stermini di un assoluto che si è chiuso in sé stesso, deformando il messaggio di liberazione in potere.  Le pagine della Bibbia vengono rilette alla luce dei conflitti tra libertà, verità, potere e asservimento ai poteri, da quello dei troni e degli altari a quello, apparentemente più dimesso, ma pericolosissimo, dei fanatismi d’ogni genere. L’occhio umano si avvicina con rispetto ma senza soggezioni a questo groviglio, guidato dalle esigenze di sempre, quelle che muovono tutta la sua poesia. Quella poesia che può dire l’osanna dell’uomo/fattosi tutto se stesso e, forse proprio per questo, può invocare Cristo figlio di Maria/filatrice di lana/ Cristo figlio di Giuseppe/falegname in Nazareth. Le due ultime sillogi, con le loro differenze e i  sottili legami che le tengono, ci consegnano una sorta di laica buona novella, i cui versi, con la bellezza tagliente che solo la poesia ha, ci offrono la possibilità di riflettere e meditare su temi che segnano il nostro presente con l’arroventata urgenza di domande troppe volte eluse.

La raccolta La rosa le spine il profumo, Presenza culturale, 2012, si apre con una intensa lirica dedicata a sua moglie Mirka, per un compleanno importante, e offre l’intero ventaglio della sua poesia dipanato da un punto preciso d’osservazione posto “dentro un ricamo di case” perché, come spiegano alcune frasi di Ernesto De Martino poste in esergo alla poesia Paese,”occorre possedere un villaggio vivente nella memoria” affinché la poesia possa levarsi come voce universale. Così la sua tavolozza poetica impasta luce, colori, pietre e pensieri, fissando la sua cifra originale e riconoscibile sia quando si fa voce del dolore di chi si riconosce figlio di Sacco e Vanzetti, di Julius e Ethel Rosemberg, sia quando ospita il grido della folla d’ignoti/dimenticata gente senza nome/ e senza pane. E ancora,  sia quando piange un caro amico scomparso o ricorda i martiri di Filetto, la bellezza di Petra, i nodi della storia rappresi nei nomi di Israele, Gerusalemme, Gerico, i morti di lavoro di Salerno, sia quando apre, come un nuovo orizzonte,  un Paese grande come il Venezuela o saluta l’arrivo del terzo millennio con un bilancio storico del millennio che tramonta, condensandolo in versi di grande forza.  E poi ancora quando i suoi versi raccolgono e rilanciano il grido di ribellione del piccolo Iqbal Masih, bambino pachistano costretto a tessere tappeti in una condizione di schiavitù, dimostrando ancora una volta,  che lo sguardo lungo della poesia può arrivare dappertutto e svelare i tratti di un comune destino,  anche in situazioni apparentemente così diverse e lontane da non offrire punti di contatto. Queste considerazioni valgono anche per le 14 poesie inedite che, insieme a una raccolta di haiku, chiudono il volume. Fra le poesie inedite una segnalazione particolare meritano quelle in dialetto, quasi un cerchio che qui si chiude, e quella dedicata ai bambini, il cui titolo, da solo è una dichiarazione e un richiamo: Una profezia chiamata infanzia, perché nonostante il buio sparso dalle ombre del male e dagli oscuri tagliatori di spighe verdi (…) fioriranno nei pensieri dell’uomo/cresciuti nei giardini delle filastrocche/ gesti d’amore a mettere ali d’oro/alla profezia tornata a vivere/ nelle parole inventate dai poeti/nelle parole dipinte dai bambini.

Come si vede, ancora una volta c’è non solo la speranza nell’uomo e nelle azioni dell’uomo, contro ogni nequizia, ma la fede nella forza della parola, che può farsi luce e vincere ogni oscurità. Infine nella raccolta di haiku, un genere poetico giapponese di tre versi, Romolo Liberale trova una misura particolarmente congeniale per riepilogare la sua visione dell’uomo e del mondo, delle necessità e possibilità che si possono cogliere e realizzare,  per fare un mondo in cui l’uomo possa vedere il volto dell’altro uomo senza paura, vergogna, dolore. Così,  con alcuni suoi haiku, credo si possa esemplificare il suo percorso di poeta e di uomo: “ Mi piace essere/ quello che sono:/ figlio di contadino fatto uomo/;  Solo se sai cosa metti/dentro i tuoi giorni/ sai per cosa esisti./;  Il male ha troppi monumenti./ Il bene ha troppe tombe./La menzogna ha troppe lodi/;  Sono sempre i temporali/ a rendere i cieli limpidi./Così i sentimenti nati dal travaglio/;  Amo le cose imperfette/ su cui misuro ogni giorno/la mia coscienza/  Dietro front!/ Non bisogna mai disperare/ della saggezza dell’uomo./

Si può dire, in conclusione, che il mondo che Ignazio Silone ha raccontato con i romanzi, Romolo Liberale fa vivere con la poesia. Tuttavia bisogna subito aggiungere che, anche se entrambi raccontano lo stesso mondo, gli accenti e gli sguardi sono diversi e le poetiche non coincidenti. E sottolineare che Romolo Liberale, pur restando con le gambe saldamente piantate nella sua terra, ha lanciato il suo sguardo su tutti i mondi che lo hanno incuriosito, indignato, appassionato.

C’è una parola ricorrente nella poesia di Romolo Liberale, dalle prime composizioni fino alle ultime, una parola che lo identifica e lo racconta: ed è seminagione. In fondo questo ha fatto sempre, in tutti i suoi scritti, in tutte le sue azioni: spargere semi, confidando non tanto sulla bontà della terra, quanto sul lavoro delle persone. E parole ha seminato in poesia, negli articoli, nei saggi e tanti sono i frutti che ha raccolto e continua a raccogliere. In poesia però la sua seminagione è stata particolarmente generosa, ha dato frutti preziosi e il miracolo della fioritura delle sue parole si rinnova ad ogni pagina, ad ogni nuova lettura.

 

Leandro Di Donato