Associazione Presenza Culturale

amici di Romolo Liberale

 

Interventi Pubblici

Barete 28 aprile

Centenario della CGIL

“Attraversando  le linee”

 montagne  2002

BARETE 28 APRILE

Convegno sul tema “Lavoro e Libertà”: dal 25 Aprile al !° Maggio

 

 Quattro giorni fa, celebrando il 25 Aprile, Festa della Liberazione, abbiamo parlato molto di libertà. Tra cinque giorni, celebrando il !° Maggio, Festa del Lavoro, parleremo molto della inscindibile connessione tra i valori della libertà e i valori del lavoro. Si tratta di due componenti, due colonne portanti, che disegnano lo spirito e la lettera della nostra Carta Costituzionale nella quale è detto che sì, l’Italia è un repubblica democratica, ma che fonda il suo essere democratica sul lavoro. Ecco, dunque, il duplice valore della democrazia e della libertà che danno alla nostra Costituzione il senso dell’accoglimento del seme gettato dalla ventennale lotta al fascismo, del soffio vivificatore della Resistenza, dell’anelito secolare dei lavoratori ad un lavoro libero, dignitoso, rispettato quale condizione del pieno realizzarsi della persona umana.

   Ricordiamo questo oggi 28 maggio, una data che sta tra il 25 Aprile e il 1°Maggio, e lo ricordiamo anche per dire quanto sia esteso il disagio sociale, un disagio che ha radici nelle troppe mancate risposte della politica alla domanda di un vivere civile che fa del lavoro connesso alla libertà il fondamento del pieno compiersi dell’uomo se è vero – come fu detto per secoli da menti illuminate – che l’uomo sarà quello che il lavoro lo avrà fatto. Questo significa che un uomo senza lavoro, un uomo limitato nella sua libertà, è un uomo dimezzato nella sua dimensione materiale e nella sua dimensioni spirituale. E la diffusa sofferenza sociale nell’Italia di oggi, lo dimostra drammaticamente. E non mi stancherò mai di ripetere che il nesso valoriale tra lavoro-libertà-democrazia, ha a monte quell’eventi straordinario che faceva dire a Emilio Sereni quale alta figlianza ha prodotto nel disegno costituzionale l’irrompere delle masse popolari nella storia con tutto il peso dei loro diritti troppo a lungo negati e ai quali innanzitutto il pensiero meridionalista, da Gaetano Salvemini, a Guido Dorso ad Antonio Gramsci, fa riferimento per denunciare, sotto il riassuntivo titolo di “questione meridionale”, da una parte i tradimenti del processo risorgimentale rispetto alle attese delle masse popolari, dall’altro le ignominie del regime fascista che aggiunge all’eterna fame proletaria lo scempio della libertà e la sequela della guerre scellerate col conseguente sfacelo dell’Italia.

   Se oggi, in questo giorno che sta tra il 25 Aprile e il 1° Maggio, indugiamo sulle equazioni lavoro-democrazia, libertà-questione sociale, non lo facciamo per un astratto, rituale richiamo alle significative pregnanze della festa della Liberazione e della Festa dei Lavoro, ma per entrare nel malumore, nelle inquietudini, nelle vere a proprie angosce che attraversano l’Italia di oggi. Viviamo il tempo amaro della disaffezione politica, del solco sempre più profondo tra cittadini e istituzioni, del vorticoso salire degli indici dell’astensionismo partecipativo, di quel fenomeno che la pubblicistica, semplificando, ha chiamato antipolitica. Lasciatemi dire che la sfida non è tra politica e antipolitica, ma tra buona politica e cattiva politica. E quando i padri costituenti definirono la funzione dei partiti quali soggetti che concorrono a delineare la politica nazionale, avevano in mente la buona politica da realizzare con un alto, responsabile, appassionato livello etico, civile, culturale di partecipazione. E’ tutto ciò che va recuperato per salvare l’Italia dal degrado etico-sociale, dalle umiliazioni dei valori insiti nelle significazioni del 25 Aprile e del 1° Maggio. E va detto anche che il persistere della iniquità sulla equità, il persistere dello smantellamento dello stato sociale, il persistere nella richiesta di sacrifici ai ceti popolari lasciando indisturbati i grandi patrimoni parassitari, i grandi speculatori finanziari, i detentori delle pensioni d’oro, i “padroni del vapore” che hanno guidato la “vaporiera Italia” sull’orlo dell’abisso, il persistere su queste sciaguratezze, mette drammaticamente in gioco la stessa tenuta democratica del Paese.

 

   Ezio Beccia, con la sua struttura di pensionati SPI-CGIL, e con l’acume che lo distingue, ha voluto caricare questo incontro di pertinenze e valori storico-culturali così come indicano le due date che campeggiano sull’invito e nella locandina: 25 APRILE – la Liberazione = 1° MAGGIO – il Lavoro. Questa stretta connessione è stimolo a rivisitare, sia pure per grandi linee, il fecondo, travagliato e tuttavia affascinante intreccio, tra la storia della libertà e la storia del lavoro. Respira nella storia della libertà il pensiero di grandi spiriti, la possanza dei grandi rivolgimenti, se è vero – come ci perviene dalla prodigiosa storia dell’umanità - che lo schiavismo si sostituisce alla società primitiva, il feudalesimo si sostituisce alla società schiavistica, la borghesia si sostituisce al feudalesimo, e all’interno del nuovo ordine borghese esplodono idee, conflittualità, organizzazioni, movimenti che hanno al centro innanzitutto la libertà. In particolare, negli ultimi due secoli, dal seno delle gloriose Società di Mutuo Soccorso nascono i primi nuclei sindacali; da questi, in un originale intreccio di idealità e rivendicazioni, nasce l’idea-partito nel quale la parola libertà orienta il sentimento verso l’azione. E’ una parola magica che ha origini lontane, che nella classicità greca si fa ordine democratico, e addirittura nell’età romana, quando segno di potere era possedere degli schiavi, l’ardito Marco Tullio Cicerone, in nome della libertà, sfida l’ordine schiavista proclamando: “La libertà non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto”. Un pensiero, per quel tempo, tanto audace, tanto rivoluzionario, che già aveva sedotto l’animo di Spartaco, il capo di una armata di schivi ribelli che, per le contrade di Capua, fu catturato e crocifisso così come, qualche secolo dopo, un altro ribelle alle inique leggi del Sinedrio ebraico, fu catturato e crocifisso sulle alture del Calvario. Dovevano trascorrere ancora  secoli perché Thomas Jefferson , nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, proclamasse: “Tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la vita, la libertà, la ricerca della felicità”.

   A parte l’esasperata espressione di Sartre, il maestro dell’angoscia esistenziale, secondo il quale “l’uomo è condannato a essere libero”, abbiamo, in materia di libertà, la chiosa quanto mai illuminante di Karl Jasper: “Io sono quando scelgo, e se non sono, non scelgo”. Avrei solo aggiunto: chi mi toglie la libertà di scegliere, è un tiranno in quanto mi condanna a non scegliere, e per questo va combattuto. Ma il concetto di libertà, quello che mi è più congeniale e che ha ispirato per tutto il secolo XX° i movimenti di liberazione  in tutti i continenti, è quello di matrice marxiana per il quale: “La libertà vive storicamente come strumento di liberazione economica, sociale e politica il cui termine ultimo è quello di liberare l’uomo dalla miseria, dalla guerra, dalla lotta di classe quando ognuno sarà concretamente libero, materialmente e spiritualmente”.

   Ecco come la storia della libertà si ricongiunge alla storia del lavoro. Una storia, quella del lavoro, che accompagna l’uomo fin da suo nascere e che si incrocia fecondamente con la storia economica, con la storia sociale, con la storia delle idee, con l’antropologia storica, con il complesso della grande storia dell’umanità, finanche con la microstoria che riguarda  la quotidianità di ognuno di noi. Mi piacerebbe un giorno dilagare in questa storia del lavoro per dire cosa e come è accaduto da quando l’uomo, per vivere, abbandona la caccia e la raccolta dei frutti spontanei e arriva all’agricoltura moderna e al moderno lavoro industriale. Per semplificare: da quando l’uomo guardava, contemplava, interrogava le stelle, a quando con la scienza, con la tecnologia, con le astronavi è andato tra le stelle per raccontarci le meraviglie, le delusioni, le conquiste del dubbio, le acquisizioni delle certezze, le crescenti dimensioni delle speranze. Ma dirci innanzitutto quale funzione ha avuto il lavoro e quale funzione ha avuto la libertà perché tutto ciò avvenisse.

   Non so dire in quale misura, sul destino del lavoro considerato come sudore della fronte e come cimento del pensiero, abbia pesato la parola di chi per primo, nei primi vagiti dell’universo, ha pronunciato la parola lavoro. Ci hanno insegnato che ad Adamo fu detto: “Tu lavorerai con gran sudore”. Ecco come il concetto di lavoro, da valore che assecondare il pieno farsi dell’uomo, diviene punizione. Toccherà all’uomo riscattarlo, liberarlo dalle implicazioni punitive, viverlo come gioia creativa, finalizzarlo alla crescita umana, sociale, civile di se stesso e dell’intera società.

   In alcune lingue europee e in alcuni dialetti italiani vi sono termini che dicono meglio di altri quale senso ha avuto, e ha ancora, il lavoro nelle società classiste. Qualche esempio: spagnolo trabajo, portoghese trabalho; in sardo trabadhu, in siciliano travagghiu, Semplicemente per dire, rimanendo fedeli al concetto punitivo, travaglio. Nell’Italia di oggi, modellata dai poteri forti, condizionata dalla globalizzazione, dominata dalle holding dello sfruttamento e del profitto selvaggio, dissanguata da una casta che fa pagare i danni delle loro rapine ai ceti popolari, sono state aggiunte delle specificazioni. Alla parola lavoro è stato aggiunto flessibile, precario, determinato, variabile. E il tutto, in un processo di scadimento e in un ostinato rifiuto della parola LAVORO senza aggettivi, ha visto emergere perfino la figura dell’escluso, del senza-lavoro, del senza-pensione, del senza-tutela sociale. Una figura che per definirla hanno dovuto inventare un barbarismo verbale quale ESODATO.

 

   Qui mi fermo. Vi ricordo solo che un filosofo francese, Stephan Hessel, ha gridato: indignatevi! Io lo ripeto a voi: indignatevi! Ma aggiungo: indignarsi non basta.

 

Romolo Liberale

 PER IL CENTENARIO DELLA CGIL

   (testimonianza di Romolo Liberale)

 

 

LA CGIL

Cent’anni di CGIL nella storia d’Italia

Cent’anni di storia d’Italia nella CGIL

Un secolo di sindacalismo in Abruzzo

 

 

      Non è facile riassumere, in pochi minuti, quanto è avvenuto dal 1906 fino ad oggi nella storia della CGIL e nella storia d’Italia. L’intreccio è così vivo – e sovente molto drammatico – se si considerano da una parte i nobili assunti del sindacato di fare del lavoro la centralità della persona umana e dall’altra il profilo di un impegno che, tenendo conto di una società modulata sempre e solo in funzione degli interessi della classe dominante, aprisse spazi e consentisse presenza ai valori di cui è  storicamente portatrice la classe lavoratrice: liberare il lavoro conferendogli tutela e rispetto; dare concretezza all’antico e civilissimo assunto secondo cui “l’uomo sarà quello che il lavoro lo avrà fatto”.

   Dentro questi 100 anni vi sono eventi straordinari che ormai possiamo chiamare storia: la figlianza sindacale, tra la fine dell’ ‘800 e i primi del ‘900, delle già affermate Società di Mutuo Soccorso. Ai lavoratori non basta più la mutualità, non basta più la difesa solidaristica dalle offese provenienti dalla società di classe. Occorre contrastare il potere e lo strapotere padronale, la dove si svolge il conflitto: il posto di lavoro, la fabbrica, la terra. Le aggregazioni dei lavoratori, in particolare quelle operaie e bracciantili generalmente chiamate Leghe, crescono e si espandono rapidamente; e nel 1906 sono mature le condizioni e sono maturi i tempi perché nasca a Milano la Confederazione Generale del Lavoro.

IL CONGRESSO COSTITUTIVO SI SVOLGE  DAL 29 SETTEMBRE AL 1°  OTTOBRE IN UN CLIMA DI GRANDE PASSIONE SINDACALE E ALTISSIMI RICHIAMI AI VALORI DEL LAVORO COME CENTRALITA’ DELLA VITA DELL’UOMO.

   Quello di Milano fu il momento di un approdo e di una partenza: approdano ad una forma organizzativa confederale, le già numerose e ricche esperienze di lotta sindacale che nelle leghe avevano il cimento essenziale; parte una presenza nella società nazione che fa del sindacato non solo un prezioso strumento di lotta per la difesa salariale e le conquiste normative, ma un incisivo strumento  che porta all’irrompere della classe subalterna sulla scena sociale con uno spiccato ruolo protagonista.

   Bene ha fatto la CGIL a pubblicare, sia pure in forma succinta, quanto sindacato vi è nella storia d’Italia che va dai primi del ‘900 fino ai nostri giorni. E a ricordare come le rivendicazioni salariali e normative e l’attenzione alla fasce più deboli della società, non vanno mai disgiunte. E a ricordare anche come l’impegno in difesa della libertà e della pace, è stata una costante del movimento sindacale, tanto che la masnada fascista, per imporre all’Italia la dittatura e la conseguente tragedia della guerra, come primo obiettivo si pose quello dell’aggressione, della devastazione, dell’incendio delle Camere del Lavoro.

   Ricco è il quadro della presenza della CGIL nel dopoguerra. E incisiva risulta la funzione avuta in Abruzzo quando la ritessitura democratica dopo la caduta del fascismo, vede in primo piano la rinascita  delle  Leghe,  dei  sindacati  di  categoria, delle  Camere  del  Lavoro.   La  ritessitura organizzativa, in Abruzzo come in tutta l’Italia, si sviluppa e si potenzia parallelamente alla promozione di rivendicazioni, movimenti e lotte. Uno dei momenti centrali, è quello del 1949, l’anno in cui la CGIL concepisce e propone quello che ormai è nella storia come PIANO DEL LAVORO. In una Italia disgregata, affamata, distrutta, con addosso le profonde ferite materiali e morali della guerra, il Piano dei Lavoro non solo suscita grande attenzione, ma stimola interventi, iniziative, lotte. La formula è semplice, ma fortemente mobilitativa: in un paese distrutto su cui grava una disoccupazione spaventosa, proporre un piano di lavori pubblici, di opere civili nelle città e nelle campagne associando insieme esigenze di ricostruzione e di sviluppo e impiego di disoccupati, era la risposta strategicamente più saggia che in quel momento la CGIL poteva dare alla diffusa domanda di ricostruzione e di occupazione.

   Contro la sordità e l’inerzia del governo e gli arroccamenti egoistici dei gruppi dominanti, ecco esplodere un movimento di lavoratori che assume forme originali in rapporto alla qualità degli obiettivi: Ed ecco nel sud l’occupazione delle terre incolte, ecco nei centri abitati gli “scioperi alla rovescia”  per  migliorare la viabilità, ecco le tre aree abruzzesi maggiormente coinvolte nel movimento: Il Fucino, il Teramano, il Chietino.

   Nel Fucino, già nell’ottobre 1944, a Ortucchio, viene occupata una grossa azienda per metterla a coltivazione in quanto il principe Torlonia aveva deciso di lasciarla incolta. Con l’Italia ancora in guerra e una miseria sempre più acuta, lasciare incolta una grossa azienda costituiva una offesa agli sforzi bellici per liberare il paese dall’occupazione nazi-fascista e in insulto alla fame galoppante. Il lavoro bracciantile e contadino, viene accolto da una sparatoria. Viene ucciso Domenico Spera, primo caduto nelle lotte per la terra nell’Italia liberata. Ma è nel febbraio-marzo 1950 che si ha quella che la pubblicistica democratica ha definito “epopea contadina e popolare del Fucino”. In tutte le contrade del comprensorio viene effettuato lo sciopero alla rovescia per la ripulitura dei canali di scolo, la sistemazione della rete viaria, la ricostruzione dei ponti. L’obbiettivo è quello di migliorare la condizione del comprensorio che Torlonia aveva colpevolmente trascurato e di garantire lavoro ai disoccupati. Nasce così la stretta alleanza tra contadini affittuari e braccianti senza terra come fulcro di una alleanza più estesa nella quale sono attivamente presenti altre categorie di lavoratori quali esercenti, artigiani, impiegati. La prima fase della lotta si conclude vittoriosamente con la conquista di un imponibile di manodopera e col pagamento delle giornate di lavoro fatte con lo sciopero alla rovescia. Ma la sera del 30 aprile 1950, Torlonia si prende una sanguinosa rivincita. A Celano, mentre i lavoratori attendono di conoscere i turni di lavoro stabiliti per le giornate di imponibile di manodopera, la reazione fascista e padronale spara e uccide un contadino e un bracciante: Agostino Paris e Antonio Berardicurti. Ai funerali partecipa il segretario generale della CGIL, Giuseppe Di Vittorio, il quale tornerà nel Fucino a conclusione della seconda fase della lotta che, sull’onda di un impetuoso movimento popolare, vedeva realizzata la parola d’ordine di tutte le generazioni contadine: “Per la rinascita della Marsica, via Torlonia dal Fucino”. Infatti nel Fucino fu applicata la legge stralcio di riforma agraria e la terra del Fucino, una volta feudo dei Torlonia, divenne proprietà dei contadini. Era stata finalmente realizzata la parola d’ordine che, per primo, Filippo Carusi aveva  lanciata  nel 1917 al Congresso regionale della Federterra svoltosi a Sulmona: “Via Torlonia dal Fucino, la terra ai contadini”.

   Anche nel Vomano, nel 1950, la situazione è caratterizzata dalla presenza di 5.000 disoccupati. Il movimento di lotta si articola intorno alla esigenza dell’occupazione e l’obiettivo è quello del completamento degli impianti idroelettrici della Terni. Il governo aveva messo a disposizione un

miliardo di lire e la CGIL lancia la parola d’ordine: “Trasformare il miliardo in lavoro”. Ma la Terni, che aveva programmato i lavori, tradisce le attese dei lavoratori e la lotta divampa più impetuosa di prima. Con l’indicazione che “il miliardo va speso subito”, viene allargata la piattaforma rivendicativa che prevede, insieme al completamento dell’acquedotto del Ruzzo, la costruzione del serbatoio idrico del comune di Teramo e la costruzione dell’acquedotto in Pesaro di Castelli. Anche qui la CGIL può salutare la vittoria come una importante conquista popolare per la realizzazione di strutture civili e per il lavoro ai disoccupati, obiettivi strettamente connessi allo spirito e alle indicazioni del Piano del Lavoro lanciato l’anno prima.

   Quel che avviene nel Chietino non è dissimile da quel che avviene nel Fucino e nel Teramano. Qui la disoccupazione è quanto mai massiccia: 18.000 disoccupati gravanti nell’area che ingloba Vasto, Casalbordino, Torino di Sangro, Cupello, S. Salvo, Lentella. Anche qui le rivendicazioni di fondo sono quelle dei lavori pubblici per dotare la zona di strutture civili e assorbire almeno in parte quote dei 18.000 disoccupati. Viene richiesta l’urgente applicazione dei provvedimenti legislativi per l’imponibile di manodopera. Il 21 marzo 1950, a Lentella, nel corso di una manifestazione popolare come le tante che si susseguono da giorni, viene tesa una imboscata poliziesca: in una sparatoria cadono due braccianti, Cosimo Mangiocco e Nicola Mattia.

   La CGIL è presente in tutte le lotte che hanno caratterizzato la storia abruzzese della seconda metà del secolo XX°.  In una rapida cavalcata di storia e di memoria, voglio ricordare:

le raccoglitrici di uva e di olive, le tabacchine, le camiciaie in provincia di Chieti;

-    gli zuccherieri e i cartai della Marsica;

i lavoratori impegnati nella costruzione delle centrali  idroeletriche nella Valle Roveto;

i mezzadri del Teramano e del Pescarese,

i dipendenti del polo elettronico dell’Aquila;

i boscaioli di tutte le zone montane della regione e, in particolare, quelli del Parco Nazionale d’Abruzzo;

i metalmeccanici della FIAT della Val di Sangro e del Sulmontino;

gli edili dei cento e cento cantieri di tutte le province abruzzesi;

le lavoratrici e i lavoratori della Monti di Montesilvano;

i dipendenti della Micron di Avezzano;

gli scioperi contro il taglio della scala mobile;

le iniziative in tutta la regione per rapportare il servizio sanitario alle esigenze di una società civile;

la mobilitazione sindacale contro le repressioni antisindacali alla FIAT, specialmente quelle messe in atto nella sede di Atessa e di Sulmona;

le appassionate proteste contro il supersfruttamento che è alla base delle “morti bianche” nei cantieri edili;

l’attiva presenza nei movimenti culturali in difesa dell’ambiente e per la valorizzazione delle zone interne;

la massiccia partecipazione alle manifestazioni in difesa dell’Art. 18.

Spicca nella storia del sindacalismo abruzzese, la nascita del Circolo dei Ferrovieri a Sulmona che diverrà più tardi, nel 1906, Sezione  Sindacale dei Ferrovieri.  Siamo ai primi del ‘900 e già a L’Aquila, nel 1905, raccogliendo la spinta crescente di più categorie di lavoratori, si discute della costituzione della Camera del Lavoro che, in effetti, nascerà nel 1907, un anno dopo la costituzione della Confederazione Generale del Lavoro a Milano. Sostegno di grande importanza al sindacato dei ferrovieri viene dal periodico “Il Germe”, diretto da Carlo Tresca il quale, nella emigrazione americana di qualche anno dopo, viene assassinato dalla mafia antisindacale. “Il Germe” ha a Sulmona la stessa funzione di sostegno al movimento dei lavoratori che ha a L’Aquila “L’Avvenire”, periodico di ispirazione socialista. Nella pubblicistica sindacale, tenuto conto della importanza che va assumendo la stazione di Sulmona come snodo ferroviario, vede la luce l’importante pubblicazione “La Locomotiva” , portavoce diretta dei ferrovieri aperta a testimonianze e contributi anche di lavoratori di altre sedi. Le principali rivendicazione intorno alle quali si enuclea il movimento di lotta dei ferrovieri sono: il miglioramento normativo della condizioni di lavoro; l’assegno mensile per gli alloggi ai ferrovieri provenienti da fuori sede.

   Come a Sulmona l’importante nodo ferroviario è motivo di forte aggregazione dei ferrovieri, così a Popoli lo è la presenza di alcune fabbriche come quella chimica di Bussi e alcune fonderie in città. Nel primo decennio del secolo scorso, vivo è il fermento sindacale nella zona, tanto che la Camera del Lavoro di Popoli è data più forte di quella dell’Aquila. Ed è proprio la Camera del Lavoro di Popoli a esercitare una forte pressione perché si costituisca a L’Aquila la Camera del Lavoro con funzione provinciale. Come lo Zuccherificio di Avezzano, anche la fabbrica chimica di Bussi caratterizza tutta un’epoca: è l’avvio di un processo di industrializzazione, sia pur lento, in rapporto al quale cresce la coscienza di classe di centinaia di lavoratori. E la fabbrica diviene l’aspirazione di molti lavoratori a trovarvi un posto di lavoro.

   Non vanno dimenticate, mentre ripercorriamo i cento anni della storia della CGIL in Italia e in Abruzzo, le vertenze di questi giorni tutte per salvare la fabbrica e il lavoro: la Oliit, la Finmek, il polo elettronico dell’Aquila, lo Zuccherificio di Avezzano. Ecco solo alcune fabbriche che o hanno chiuso i battenti o rischiano di chiuderli gettando sul lastrico centinaia di famiglie. Significativo è lo striscione che campeggia in alcune vie cittadine a L’Aquila: “Benvenuti nella città dei disoccupati”. E non bisogna dimenticare, nel contempo, la tante vertenze aperte nei settori pubblico e privato rispetto ai quali il sindacalismo confederale è punto essenziale di riferimento così come la CGIL è marcatamente presente in tutte le lotte democratiche e civili quali il divorzio, l’aborto, la sanità, la casa, i trasporti, la viabilità. E ancora: una scuola aperta alla società e la elezione degli organi collegiali come fattore di crescita democratica delle istituzioni scolastiche.

 

 = IL XV° CONGRESSO DELLA CGIL HA RADICI PROFONDE IN QUESTA STORIA CHE  ATTRAVERSA CENTO ANNI DI STORIA D’ITALIA. DA QUESTA STORIA NASCONO LE TESI CONGRESSUALI E NASCE IL SENSO DELLA PAROLA D’ORDINE: RIPROGETTARE IL PAESE.

 

= UNA PAROLA D’ORDINE CHE SUGGERISCE L’IMMAGINE DI UNA ITALIA RIPROGETTATA INTORNO AI VALORI DEL LAVORO, ALLA CENTRALITA’ DEI SAPERI, ALLA GARANZIE DEL PIENO GODIMENTO DEI DIRITTI CIVILI, ALLA LIBERTA’ NON SOLO PROCLAMATA, MA EFFETTIVAMENTE OPERANTE.

 

= E’ QUESTO L’ALTO CONTRIBUTO CHE LA CGIL OFFRE AL PAESE PERCHE’ IL PRINCIPIO COSTITUZIONALE DI “UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO”  DIVENGA UNA COMPIUTA REALTA’.

 

Romolo Liberale

 

 

SU “ATTRAVERSANDO LE LINEE”

DI JOHN LINDSAY ALEXANDER

     (Civitella Roveto – 27 gennaio 2013)

 

 

 

Mister Charles,

 

                        a Lei, figlio del soldato John Lindasay Alexander, i miei più fervidi sentimenti di gratitudine per la Sua presenza, nel cuore di questa generosa terra rovetana, in cui teniamo a battesimo un corpus di memorie nel quale il filo narrativo-cronachistico evoca nobiltà di sentimenti, altitudini di valori, modo e senso di pensare e comportarsi e, innanzitutto, consapevolezza di essere dentro una storia che da personale si fa collettiva.

Il Suo papà, in questo libro che nella letteratura memorialistica merita un posto di tutto rispetto, raccontando le cento e cento peripezie della vita militare, mi ha riportato alla mente la dolente, e ammonitrice, sintesi che della guerra fa il nostro poeta Giuseppe Ungaretti:

                                              Si sta

                                              come d’autunno

                                              sugli alberi

                                              le foglie.

Il Suo papà è stato una di queste foglie che la tormenta della guerra ha trascinato in uno scenario lungo quattro anni. Pensi, il secolo XX, che è stato definito il “secolo breve”, ha avuto, con la guerra, i quattro anni più lunghi, durante i quali disperazioni e speranze, lunghi patimenti e brevi gioie, nubi oscure e rapide schiarite, hanno segnato la vita di interi continenti.

 Leggendo – e ancora leggendo, meditando – mi sono sentito preso per mano in una cavalcata nel corso della quale il soldato John mi ha fatto da guida come Virgilio fa con Dante nella Divina Commedia, ma non per i prati sereni del Paradiso, ma per gli  orrori dell’inferno. Il Suo papà, raccontando, mi ha fatto vedere la vostra e la nostra  guerra; mi ha ricordato, con immagini goyane, quali mostri possono proliferare nella mente e nelle azioni dell’aggressore quando si fa lungo il sonno della ragione. E quali abissi ha sofferto l’Europa prima che la belva fosse domata e distrutta.

Nel Diary del Suo papà convivono abbandoni e aneliti; lo sconcerto di un destino mai immaginato e la lotta per cambiarlo; la durezza del dovere militare e la fugace gioia di un passo – sia pure uno solo – verso la vittoria; l’esperienze del prigioniero e il sogno della libertà. E’ dentro questo amalgama di condizioni che è maturato, nonostante tutto, l’uomo che ci lascia le memorie al centro di questo incontro.

 

Mister Charles, mi consenta di parteciparLe una coincidenza non tanto singolare, quanto emblematica degli accadimenti che venivano maturando. E che spiega la mia particolare emozione nel leggere il Diario. Il Suo papà, in uno scenario di guerra, scendeva verso il sud della Penisola; io, allora soldato nei pressi di Caserta dove fui sorpreso dall’armistizio dell’ 8 settembre 1943, disertai l’esercito che era impegnato in una guerra che non era la mia, per risalire verso il nord passando per Cassino, Sora, Avezzano. Due soldati fuggiaschi – uno verso il sud e uno verso il nord – dentro lo stesso destino, con addosso la guerra, e nel cuore il sogno della pace. Come Suo padre, dovetti ingegnarmi ad evitare i numerosi posti di blocco disposti dai tedeschi che, nel giro di poche ore, si erano trasformati da alleati a nemici. Due esperienze, un unico destino: la guerra e la fuga verso la libertà. L’armistizio cambiò radicalmente il teatro di guerra. Il nazista che mi fu imposto come alleato, divenne occupante e nemico, l’inglese che un regime scellerato mi aveva imposto come nemico, mi divenne amico. E per uscire  dal groviglio di questa condizione, per noi resistenti, come per il Suo papà, decisivo fu il soccorso dei contadini, specialmente delle donne - queste meravigliose “madri coraggio” di brechtiano conio, tra cui vanno annoverate le nostre splendide Fiorina Mollicone e Angelina Margani - le quali, combattendo una loro particolare guerra contro la miseria, la fame, le tante e tante privazioni, e la paura, trovavano modo di compiere  gesti di solidarietà che portavano il segno di un prezioso contributo alla conquista di un pezzo di arcobaleno nella tempesta di una guerra che proprio qui, nella terra rovetana, ha lasciato indelebili tracce, insieme, di particolari crudeltà e di luminosi eroismi.

Questa terra rovetana, di cui Lei è gradito ospite, custodisce, come è stato ricordato,  memorie di efferatezze, di resistenza, di martirio. Qui abbiamo vissuto la drammatica contrapposizione tra la barbarie e la civiltà. Qui, in particolare nel mondo agro-pastorale, il sentimento della solidarietà, come ha raccontato il Suo papà, ha illuminato immensamente quel patrimonio, splendido e palpitante di valori, che il nostro Premio Nobel Salvatore Quasimodo ha definito “umanesimo di razza contadina”.

Mister Charles, signore e signori della sala, non ho voluto raccontare, nelle sue sequenze cronachistiche, la trama del libro; né ho voluto fare una minuta esegesi sulle coinvolgenti, e spesso dolenti, immagini che esso ci trasmette. Ho cercato solo di cogliere lo spirito, il clima, la dimensione dei sentimenti, le riflessioni che esso stimola. E l’ho fatto come fervido e partecipato indirizzo di omaggio, e di saluto, al qui presente Mister Charles, figlio dell’autore. Convinto come sono, e che ripeto sovente, che un libro, in sede di presentazione pubblica, non si racconta, ma si invita a leggere, il resto lo affido alla vostra sensibilità e alla vostra cortesia.

Grazie.

 

                                                                                                              Romolo Liberale

 

ANNO INTERNAZIONALE DELLA MONTAGNA

SECINARO 2002

ROMOLO LIBERALE

 

MONTAGNE E MONTI NEL DIR DELL’UOMO

 

   Credo che, fin dal “pargoletto mondo”, nella storia degli uomini e delle cose, mai parole furono pronunciate con più profusione quali montagna e monte. Le due parole sono state usate sia per indicare l’aspetto geofisico di riferimento, sia per fornire all’immaginazione il concetto di grandezza, di imponenza, di maestosità. E a questo concetto hanno riccamente attinto tutte le arti maturate dal pensiero e dalla geniale manualità dell’uomo. Il riferimento alla montagna e al monte è largamente presente nelle descrizioni di ambienti, nella narrativa, nella poesia, nella musica, nella pittura, nella scultura. Si pensi soltanto quante e quante volte nella narrativa fiabesca incontriamo le parole montagna e monte per riempire di suggestioni la immaginazione dei bambini che cerchiamo di incantare sia con racconti tratti da pagine scritte, sia da racconti passati oralmente, e dalla notte dei tempi, di generazione in generazione. Quel che più mi ha sorpreso – e sorprendendomi mi ha coinvolto – è la ricchezza di richiami comparativi che associano la montagna e il monte ad una idea, a uno stimolo immaginativo, a un paragone, a un modo di dire per esplicitare una assimilazione. In una nota che cortesemente mi ha fatto pervenire Franco Dino Lalli è contenuta l’acuta osservazione secondo cui “le immagini simboliche e mitiche delle interpretazioni che la montagna ha avuto nel corso dei secoli, rappresentano proprio le caratteristiche della cultura delle nostre popolazioni”. Come dire: noi gente di montagna pensiamo quel che la montagna ci fa pensare. Solo per fare un esempio, dirò che quando il Pulci parla di Morgante, dice che “era come una montagna” per poi insistere su un palafreno/ quartato che pareva una montagna. Fatta questa citazione del Pulci, mi par giusto avvertire che quanto vado esponendo, va considerato come una sorta di brogliaccio da cui ricavare uno studio organico da mettere al centro di un auspicabile Convegno su quanto la montagna e il monte racchiudono in fatto di valori, di storia, di risorse per i connessi destini della natura e dell’uomo. Farò solo rapidi riferimenti al complesso delle mie ricerche, e ciò anche per tener fede al tempo che mi è stato assegnato per questa comunicazione.

   Penso di non sbagliarmi se ricordo come il richiamo alla montagna nella letteratura ha antichissime radici se fu Esopo il quale, ricordando il verso di Orazio “Parturiunt montes, nascetur ridiculus mus”, volle tramandarci l’usato ed abusato modo di dire: la montagna ha partorito il topo. Ciò per sottolineare che è ben poco quel che si è ottenuto con una grande impresa che qualcuno aveva magnificato come suprema, audace, decisiva.

   Mi sovvengono, nel dir di montagna e monti, le ragioni di spirito e di intelletto che hanno guidato gli eremiti di tutti i tempi a scegliere non gli abissi, ma le alture dove meglio raccogliersi nel silenzio e nelle meditazioni. Se, come si evince dalle Sacre Scritture, Gesù dovette salire, partendo da Cafarnao, sulle alture di Ain et-Tabhiga per pronunciare quello che è conosciuto come Discorso della Montagna per indicare i fondamenti della sua missione nel mondo, la letteratura religiosa è ricca di richiami all’immagine di Montagna Sacra indicante generalmente luoghi devozionali ritenuti, per tradizione, sedi di deità o, comunque, di fatti attinenti alla religiosità per lo più popolare. Non so se la dizione, nella Bibbia volgare, secondo cui “tutta la montagna di Judea era ripiena  di  queste cose e divulgavano  queste  parole”,  ha un  diretto  riferimento  al  Sermone della Montagna: posso dar per certo che una stretta attinenza c’è, tanto è esplicita la parentela tra quel che  è detto e quello che viene divulgato. Ma lasciatemi dire che già nel Vecchio Testamento, laddove il racconto popolare del diluvio universale diviene forma scritta, si indica il celebre Monte Ararat come quello dove si fermò l’Arca di Noè. Quello di Ararat è, invero, uno strano monte, quasi isolato dall’altopiano unito dell’Arasse, che culmina in due vette a mo’ di due gigantesche mammelle che poi si congiungono in una cresta arrotondata e stretta detta di Sandar Bulogh. Deve essere passato in questi pressi l’attento e instancabile viaggiatore Arnaldo Cipolla il quale ne parla con ammirazione in un suo diario di viaggio. “Quando vi affacciate – egli dice – all’altipiano che digrada dal colossale Erboz o costeggiate i piedi del mitico Ararat, distinguendo le rosse mura della cittadella mongola di Tabriz, voi penetrate nella terra di un popolo ritenuto comunemente arretrato, ma che viceversa è così raffinato e dolosamente civile, d’aver fatto delle guerre unicamente per riconquistare o conservare un libro prezioso”. E a noi, abruzzesi di montagna, non può non affascinare la testimonianza secondo cui gente che “ha fatto delle guerre unicamente per riconquistare o conservare un libro prezioso”, è gente, come noi, di montagna.

 

   Le alture, siano esse montagne o monti, hanno sempre affascinato gli spiriti eletti. In fondo, le stupende costruzioni del Partenone, cioè il massimo tempio dell'Acropoli di Atene dedicato alla Vergine Athena Parthenos, furono innalzate su un rilevo che mostra ancora oggi al mondo tutta la sua splendida magnificenza. E’ noto, del resto, che gli Arcadi amavano riunirsi nell’ideale Monte Parrasio isolandosi nel silenzio sereno di un monte, per i loro conversari e le loro meditazioni. E anche se oggi porta il nome meno bello di Monte Liakura, nulla toglie al fascino del Monte Parnaso di essere stato, nell’antichità classica, dimora delle nove Muse e del Dio Apollo. Ma già Roma, nella leggenda di Romolo e Remo e del famoso cerchio, era nata come città che doveva partorire tanta storia, non su uno, ma addirittura su sette colli che sono sempre stretti parenti di monti e montagne. Si pensi anche al fatto che, nell’immaginario dei popoli credenti, alla collocazione del Paradiso nell’alto dei cieli si contrappone la collocazione dell’Inferno negli abissi della terra. A questo proposito trovo molto suggestiva la ricerca di David Rohl, studioso che si muove tra sapere archeologico e parola biblica, il quale, nel suo bel volume “La Genesi aveva ragione”, dimostra che il giardino dell’Eden, cioè il Paradiso Terrestre, si trovava in una stupenda valle dell’Iran data la stretta identità del luogo studiato e la descrizione che da del Paradiso l’Antico Testamento. Il monte certamente più ricordato nella letteratura religiosa, è il Monte Calvario dove, nella congiunta  congiura ebraico-romana, Gesù consuma, tra ignominia e gloria, gli spasimi della morte salvifica e della resurrezione. Ed è ciò che fa dire al Savanarola In su quell’aspro monte/ dove contempla Magdalena/ andiam con dolci canti…; al quale fa eco il sensibilissimo Poerio che così drammatizza: Di Cristo sospeso sul monte/ piegossi per morte la pallida fronte/ e il sole scurossi, la terra tremò. Il ripetuto detto “Se la montagna non va a Maometto, Maometto andrà alla montagna”, è ispirato al racconto islamico secondo cui un giorno Maometto, ordinato a un monte perché si avvicinasse a lui, non ottenne gesto positivo. Allora prese lui l’iniziativa e andò verso il monte affermando così che quando si vuole stabilire un contatto con cose e uomini, non bisogna menar per le lunghe l’attesa per cui ci si muove verso le cose e gli uomini  dove sono per incontrarli. Leopardi, in una gustosa lettera all’amico Giordani, riprende l’immagine di Maometto e la montagna. E dopo aver constatato che il Giordani non si muove per andar da lui, così scrive: “Io sono come la montagna di Maometto, che tutto si può muovere eccetto lei, e bisogna venire a trovarla”.

   Quando si mettono a confronto le indicazioni  bibliche e le cognizioni geofisiche su quel che comunemente viene chiamato Monte Sinai, sarebbe più corretto dire “catena del Monte Sinai”. E’ in questa catena che giganteggia il Gebel Musa, detto anche Monte di  Mosè o Monte Horet. Ed è qui che Mosè, secondo l’Antico Testamento, sarebbe salito per ricevere il Decalogo e le Dodici Tavole. Ha incuriosito molto gli storici e i teologi la teoria dell’archeologo e teologo Sayace il  quale ha formulato l’ardita ipotesi che Jave, cioè Dio, non fosse il sommo creatore, ma semplicemente un Dio vulcano. In questo modo, viene messa in discussione la teofania mosaica che è uno dei fondamenti della verità biblica.

 

   Sono immensi i rivoli attraverso i quali la parola montagna e la parola monte sono arrivate fino a noi per documentare la vita, il pensiero, il sentimento degli uomini nei millenni della loro storia. Ci piace ricordare come il De Amicis dilata in termini civili e laici l’idea di Montagna Sacra, e lo fa parlando di un libro che è passato, certamente, per le mani di ognuno di noi: il Vocabolario. Su di esso il De Amicis così si esprime: “Ma è il grande Museo, il tempio nazionale, la montagna sacra, sul cui vertice risplende il genio della razza”.  Vi  è,  nell’ultimo  accenno,  una caduta razzista,   ma questo voleva essere solo un omaggio alla fatica di quanti avevano concorso a dare sistemazione e dignità alla nostra lingua nazionale. Nel dir di montagne e monti, sia per concreta indicazione, sia per motivi simbolici o di similitudine,  si è parlato di montagna ardente o montagna gettante fuoco quando si è voluto dire vulcano; si è parlato anche di montagna morenica, come ha fatto lo Stoppani in una sua narrazione “per mostrare all’amico come quella montagna morenica fosse distintamente tripla”. L’Ariosto si occupa di confini di Stato e per farsi capire parla di armati i quali saliron verso la montagna/ che divide la Francia dalla Spagna. E lo dice precisando quel che aveva già accennato il Malaspini nel ricordare come “Feciono la via di Borgogna e di Savoia e passarono per le montagna di Monsanis”. Ed eccoci ai melanconici pensieri che il Manzoni mette nella mente di Lucia quando la sventurata fanciulla tristemente si allontana dal borgo natìo: è l’addio a quei “monti sorgenti dall’acqua ed elevati al cielo”. E’ un addio amaro nel quale poco alita il respiro lirico di Lorenzo De’ Medici quando si scioglie  in indicibili emozioni guardando il lieto gregge che belando in torma/ torna all’alte montagne, alle fresche acque. E come non dire ancora dell’Alighieri del Convivio il quale riferisce incantato che “vedemmo certe piante lungo l’acque quasi constarsi, e certe sopra li giochi de le montagne, e certe ne le piogge da più monti”. Più prosaicamente il Tommaseo si occupa della montagna con l’impegno dello storico e del linguista. E dice che “dalla denominazione che nell’Assemblea di Francia presero nella rivoluzione i più arditi, la montagna, e in Francia e altrove, dice il partito che più osa o dice di voler osare, e sovente osa meno, appunto perché troppo dice”. Ed è noto che nell’Assemblea francese, i montagnardi così si chiamavano perché occupavano i seggi più alti collocati a sinistra. Fa riferimento in una deliziosa schermaglia polemica riferita all’Assemblea di Francia, Giosuè Carducci il quale, indicando un suo contraddittore nelle dispute politiche del suo tempo e di casa nostra, così si esprime: “Tu, probabilmente, andresti a finire, come una specie di Rivarol, tra l’aristocrazia emigrante; io, come Chamfort, piglierei parte per la montagna e anche un po’ per Babeuf”. Per rendere l’idea di quel che vuole affermare, l’evocazione della montagna viene usata a robusto sostegno della tesi. Il Rajbert ci ricorda, per esempio, che la Francia “paga con una montagna d’orgoglio fiumi di sangue”, mentre, riferendosi a quel che gli era capitato nella sua vita di relazione, Italo Calvino lamenta il fatto che “il peso di questa montagna di falsità, ha distorto il corso naturale della mia vita”.

 

   Immensi sono i suggerimenti della letteratura, della storia, delle arti, della religione, della mitologia, della scienza, finanche degli usi e dei costumi, intorno alle evocazioni che hanno radici nei rapporti dell’uomo con le montagne e i monti. Ricchissima, per esempio, è la radice del nome di cose, uomini, pensieri che assumono la parola montagna a riferimento. E vi sono nomi di località, di paesi e di città; e vi sono nomi di casati, in particolare dal IX secolo in poi, quando l’adozione del cognome entrò nell’uso generalizzato;  e  vi  sono espressioni  comparative che meglio esplicitano il valore di quel di cui si sta discorrendo. Il pensiero si fa egli stesso viaggiatore. E viaggiando, come non sostare al cospetto dell’incanto – e delle emozioni che si rinnovano in noi ogni qualvolta torniamo su quelle pagine – che le cime del magico Machu Picchu suscitarono nell’animo del grande Neruda? Furono queste cime, perle superbe della Cordigliera Vilcabamba, a mettere le ali ai sentimenti, alle parole, alla poesia del poeta cileno in uno dei canti più alti del suo poetare per dirne la maestosità e dire, nel contempo, l’accorata testimonianza del destino di un popolo impegnato ad ascendere, di dolore in dolore, verso la meta delle proprie sofferte speranze. E mi vien voglia di andare a bearmi, nello spirito e nel corpo, della superba maestosità delle misteriose cime dell’Everest e dell’Himalaja. E mi vien voglia, ancora, di salire su quelle Cime tempestose  di Emily Bronte per sentire tutti gli scuotimenti della natura e tutte le tempeste dei sentimenti appena appena placati da quella Montagna incantata di Thomas Mann in cui lo spirito umano si identifica con i doni che molti definiscono del creato. Ma il discorso, se dovessi insistere, prenderebbe molto tempo. Mi si permetta solo di non dimenticare – meditando il fatto che l’universo ci diede la montagna, la montagna ci diede l’albero e l’albero pregò l’uomo – i moduli di quella preghiera, semplice nelle parole e profonda nei valori, tramandataci da Luigi Fenaroli che di monti e piante ne sapeva: O uomo! Io sono il calore della tua stanza nelle fredde notti invernali/ e l’ombra protettrice dai dardeggianti raggi del solleone./ Io sono il tetto della tua casa e l’asse del tuo desco./ Io sono il letto dove dormi e il legno delle tue navi:/ Io sono il manico della tua zappa e la porta della tua capanna./ Io sono il legno delle tua culla e della tua bara./ Io sono il pane della bontà e il fiore della bellezza./ Ascolta la mia preghiera: proteggimi e difendimi.

 

    Lasciatemi dire quanto diletto mi ha procurato quella testimonianza tratta dal Tramater il quale, partendo dalla mano, si ingegna a descrivere quanti monti vi sono nel corpo umano. E’ così che ne scrive: “Il Monte di Marte sta sotto il pollice, il Monte di Giove sotto l’indice, il Monte di Saturno sotto il medio, il  Monte di Venere (qui forse si era un pò distratto, ma poi qualcuno lo corregge) sta sotto il mignolo, il Monte di Mercurio fra il pollice e l’indice, il Monte della Luna nella parte opposta”. E il Moretti, come a chiosare questa attenta catalogazione, ma spostandone maliziosamente la collocazione, aggiunge: “Una croce posta molto in basso, sul Monte di Giove, mi promette un matrimonio d’amore, tardivo e felice”. E giù a discorrere di donne e d’amore citando a profusione, e non senza ammiccamenti, quella parte muliebre che viene detta anche Monte di Venere o Monte Nero.

   Ricercando e spulciando tra archivi, documenti e vecchie carte per dare una prima sistemazione a questo mosaico per dir di montagne e monti, mi sono imbattuto nella immensa selva in cui la parola monte viene utilizzata, molto più finalizzata a motivi pratici, per indicare patrimoni, gestioni economiche, attività di lucro, sodalizi solidaristici. Ed ecco le dizioni di Montepremi, Monte cedole, Monte imperiale, Luoghi di Monte, Patrimonio in Monte. Seguendo questo filone di ricerca, si spazia poi per Monte della Mensa,  Monte delle graticole, Monte dell’impresto, Tramuta del monte, fino ad arrivare a Credito di Monte, Denari di Monte, Monte contante. Alla gradevole suggestione dei profitti economici che possono derivare dalle attività di un Monte per il quale corrono fiumi di danaro, non sfuggono personaggi altolocati del tempo se, come ci tramanda il Siri, “il già duca Ranuccio ottenne nell’anno 1600 da papa Clemente VIII la facoltà di fondare un Monte di capitale di  ducento  mila  scudi  sopra  certe  sue  tenute dette del Piano della Badia, sicchè li luoghi di detto monte fossero di prezzo di cento scudi”. E il Sacchetti, attento osservatore dei destini umani, così annota: “Se alcuno cittadino non per suo difetto è venuto in povertà, e non si puote reggere con la sua famiglia, ha un podere e vendelo, e compra prestanza o monte per poter vivere, non per avanzarne, è tenuto che non sia peccato”. E il Panzini, volendo documentare le radici di una delle più celebri istituzioni creditizie, ci informa che “il Monte di Paschi, cioè pascoli”, è il “nome di istituto  di  credito  di  Siena,  sorto  nel  1624, a compimento di altri più antichi istituti più di quella città”. Per indicare natura e funzione dei diversi Monti, ricca è la selva delle denominazioni: Monte della farina, Monte di matrimonio, Monti frumentari, Monte di Pietà, Monte dei Pegni. Ho rintracciato un curioso riferimento al grande Galilei in fatto di monti e di pegni. Suppongo si tratti di un investimento in  quanto  la  nota  così  recita  nello  scritto del fondatore della scienza moderna indirizzata a qualcuno che aveva le mani dentro la gestione di un Monte: “Io mi sono mosso a supplicarla a farmi grazia ch’io possa mettere sul Monte di Pietà scudi 700”. Ed è risaputo che – come dice il Sarpi – “li Monti di Pietà sono soggetto al governo delli vescovi se ben istituiti da laici”.

 

    Mi sia consentito, a questo punto, chiamare in causa il fecondo rapporto tra la montagna e la musica. Qui ci muoviamo in una sterminata prateria. Non so dirvi se è stata la musica a conquistare la montagna o viceversa. Sono portato a credere che la montagna e la musica si siano conquistate vicendevolmente. Ma non voglio correre per tutti gli sterminati attraversamenti che il tema comporta. Voglio solo limitarmi a considerare tre testimonianze - una nel versante leggero, due nel versante classico – di quel che la musica ha saputo dare a fatti, cose, uomini di montagna. Credo che tutti, e non solo in ambito montano, abbiano sentito salire l’intensità dei propri sentimenti nell’udire la lenta, solenne, coinvolgente melodia di quel canto montanaro noto semplicemente come La Montanara che è, e rimane, montanaro per eccellenza. Nel versante del classico abbiamo quell’inquietante poema sinfonico di Modesto Mussorgski Una notte su Montecalvo ispirato al sabba delle streghe, alla glorificazione di Satana, alla messa nera: tutti momenti dell’oscurità dello spirito che solo la campana della chiesa di un villaggio di montagna, suonando e annunciando l’alba purificatrice, disperde riscattando l’umanità. E abbiamo, nella terza parte della Sinfonia n.16 di Hector Berlioz, più nota come quella dell’Aroldo in Italia, una chicca che ci riguarda come abruzzesi. Si tratta dell’evocazione, appunto, di un montanaro abruzzese il quale, in un tempo allegro che sta tra il saltarello e la tarantella, canta la serenata alla sua amata. E quando i compagni del montanaro innamorato vogliono accompagnare il canto con la chitarra, anche l’Aroldo, venuto sui monti d’Abruzzo non si sa da dove, decide di partecipare per sentirsi anche lui un po’ abruzzese e un po’ montanaro.

 

    A questo punto mi tenta parlar di cime, come quella che ricorda le felici imprese sportive di Fausto Coppi o quelle che ricordano i caduti di tutte le guerre e di tutti gli eserciti. Ma voglio rimanere  nella nostra regione la quale - anche se definita terra di larghe piane, di mare e di monti – rimane pur sempre una terra montanara per le tante storie pastorali che hanno radici nei pascoli montani e che ancora oggi, per il tracciato dei Tratturi, parla dell’antica civiltà della transumanza che il D’Annunzio ricorda quale lungo viaggio che va dall’Adriatico selvaggio/ che verde è come i pascoli dei monti. E sono monti che motivano la presenza nell’articolato sistema delle autonomie locali di  quelle  associazioni  di  comuni che,  in ragione della omogeneità del territorio, chiamiamo Comunità Montane le quali, istituite per tutelare ambiente e popolazione degli ambiti di riferimento, tanto più qualificano la propria funzione quanto più sanno interpretare la storia da cui provengono, il presente in cui operano, il futuro che intendono costruire. E sono monti che hanno dato ricovero all’esteso movimento degli eremitaggi tra i quali rifulge quello dei fraticelli spirituali di Pietro Angelerio il quale provò la delizia della solitudine e della preghiera nelle grotte del Morrone e avvertì, come egli stesso confessa, il pericolo della perdizione dell’anima una volta divenuto, più per  intrigo  dei  regnanti  angioini  che  per  volontà  del  Sacro  Collegio,  papa Celestino V.  Mi si permetta  qualche citazione riferita alle montagne e ai monti della nostra terra che non hanno nulla da  invidiare  alle  cime  alpine e ai  più celebri Monte Rosa o Monte Bianco.  Voglio dire del nostro Appennino, le cui quote sono le più elevate del sistema. Ti si presenta una sorta di acròcoro a contorni molto irregolari e per questo particolarmente suggestivi. Ecco  i  Monti  della Laga,  ecco il Gran Sasso, ecco la Majella, ecco il Velino, ecco il Sirente, ecco il Morrone, ecco il Cornacchia, ecco il Meta, ecco il Viglio. Ed ecco il misterioso Pizzo Deta e, più giù, tra il Liri e il Volturno, appena visibili le carsiche Mainarde. Mi voglio qui concedere una breve digressione  sui  due  monti  più  importanti  d’Abruzzo:  il Gran Sasso  e  la Majella.  Se per il Gran Sasso la denominazione esprime la possanza del massiccio e il fascino della grandiosità, mi son sempre domandato se la Majella non stia ad evocare una piccola Maja, grazioso diminutivo della bella figlia di Atlante e di Pleione, poi sposa di Giove e quindi madre di Mercurio e nutrice di Arcade. Come s’è visto, non potevo mancare di citare il Gran Sasso. Non so quanti sono coloro che sanno che le cime del nostro “gran padre” mossero la mano dell’immenso Leonardo da Vinci quando, nel 1501, compiendo un viaggio in Abruzzo per accompagnare il mercante di lana Paulo Trivultio da Firenze, rimase affascinato dai profili, appunto, del Gran Sasso di cui fa graziosi “schizzi” che poi vanno a finire sulle coperte di lana dei tessitori abruzzesi e finanche – così confessa colui che è destinato ad affermarsi come massimo maestro del Rinascimento – “sopra a le maioliche che se fa fabbricare (lui, il Trivultio) a Castelli de li Abruzzi dove se fabbricano le maioliche più belle de lo munno”. Lo “schizzo” è negli archivi della Royal Library di Windsor ed è una preziosa testimonianza dell’ammirazione del Maestro per i monti d’Abruzzo. E va citato anche il più importante pittore del ‘400 abruzzese, il geniale affrescatore della Cattedrale di Atri, Andrea de Litio, nell’opera del quale spiccano i profili dei monti della nostra regione che egli, nei ripetuti attraversamenti per rispondere alla committenza di nobili e ecclesiastici, aveva quotidianamente davanti agli occhi e che tanta parte occupano nella sua arte. C’è da perdersi, tanto è grande lo scenario che si apre. Per cui mi aiuti chi di me più sa, e più di me sapendo, più può dire.

    E abbiamo in Abruzzo i passi che sono pur sempre locazioni di montagna: le gole di Popoli, Sella di Corno, Piano delle Rocche tra Ovindoli e Rocca di Cambio, Forca Caruso, Forca d’Acero, Piano delle Cinquemiglia. E’ tra questi monti, e tra questi passi, che storia e leggenda si son data la mano per narrarci fatti d’armi, di agguati, di aggressione in cui tornano le imprese degli eserciti, le interminabili liti tra baronie e contee, le disperate gesta dei briganti, la fatica e le mille avventure dei nostri meravigliosi pastori. Si pensi – limitando la nostra ricerca solo all’Abruzzo – a quante località hanno assunto, ispirandosi al monte, i propri nomi. Si va da Montebello di Bertona in provincia di Pescara a Montebello nel Sangro, Monteferrante, Montelapiano, Montenerodomo, Monteodorisio in provincia di Chieti;  si va da Montefino, Montegualfieri, Montepagano in provincia di Teramo, a Montereale, Montesabinese, Monticchio in provincia dell’Aquila. E si pensi a quante altre denominazioni le quali non in testa, ma in coda mettono il monte. Dal celebre Castel del Monte, nell’area di Andria, il cui castello federiciano, eretto non si sa  se per dimora o caccia o per entrambi gli usi  -  simbolo  di  regalità,  ma  ancor più di ardita architettura per dire possanza da sfidare i secoli e i cieli – è finito sul nostro minutissimo eurocentesimo. Si pensi al più umile Castel del Monte, a ridosso del Gran Sasso, forte terra di pecorai, legnaiuoli e carbonai. Si pensi al  celebre Capodimonte, prestigiosa capitale artistica di quella porcellana con cui sovente abbelliamo le nostre case per ammirarne e decantarne la grazia delle forme e delle sapienti dosature cromatiche.

 

   Ho detto di monti e montagne. Per i tempi che corrono, ha ragione Franco Dino Lalli, uomo di montagna, il quale scrive che “sbiadisce l’immagine della montagna-simbolo e la sua leggendarietà” aggiungendo che “come ultimo momento della relazione uomo-montagna rimane spesso solo la sfida sportivo-alpinistica, l’escursionismo, a testimoniare ancora lo sforzo, la fatica dell’uomo per la conoscenza e il superamento di sé”. E non è poco, anche se sovente il pensiero corre a quella particolare attenzione di Ignazio Silone quando volle dire come la montagna ha modellato gli abruzzesi. Lo scrittore di Pescina, tracciando la connessione tra l’ambiente e l’uomo in Abruzzo, dopo aver osservato come “la conoscenza delle montagne abruzzesi ha una importanza primordiale, non solo per chi si reca nella regione per diporto, ma per chiunque voglia capirne la storia e la gente”, afferma che “il destino storico e sociale degli abruzzesi è stato infatti largamente determinato proprio dalle montagne”. Voglio concludere dicendo – servendomi di un verso di Dante rubato al Paradiso per confessare l’intento che mi ha guidato nel dir quel che vi ho detto, che anch’io quasi di valle andando al monte, ho vagato idealmente e letterariamente per monti e montagne solo per dare un umile contributo a questo 2002 – albore inquieto del Terzo Millennio - proclamato Anno Internazionale della Montagna.