Associazione Presenza Culturale

amici di Romolo Liberale

QUALCHE FLASH DI CRITICA SU ROMOLO LIBERALE

 

“Da queste poesie che il Liberale ha raccolto, scritte nella sua terra per la sua terra in un chiuso ardore, sembra veramente levarsi la voce talora rassegnata e talora disperata dei contadini del Fucino: si staglia in ognuna di esse la vicenda delle loro miserie, delle loro aspirazioni. delle loro lotte che hanno avuto momenti di epopea. Romolo Liberale non racconta: sono le persone che parlano e vivono; la sua poesia è azione tanto è immediata e tanto è vera tanto è piena di sofferta umanità: E sono questa verità e questa immediatezza, segni sicuri dell’arte, che hanno richiamato l’attenzione dei Commissari del “Premio Cattolica nella loro segnalazione”.

 

                                               Annibale Luigi Corvi nella prefazione a “Ce vo’ ‘ne munne gnove”)

 

 

“I suoi canti sono squilli di schietta poesia. Sembrano scaturiti improvvisi da una fornace ardente di puro metallo incandescente. Chiunque si appresi a questo libro, e lo scorra dalla prima lirica all’ultima; o ne legga una pagina sola, non può non restarne ammaliato”.

 

                                                                    ( Filippo  Fichera nella prefazione a “Parole all’Uomo”)

 

 

“I suoi versi si snodano liberi come il volo di una farfalla in cerca del primo fiore, mentre le parole scorrono velocemente – anche quando è la morte a bruciare le ferite – sui riflessi germinati da limpide acque...In Liberale vita e poesia coincidono. L’azione e la lotta, vissute in prima persona, sono evocate; diventano così cronaca scritta su fragili fogli dei giorni macchiati dal rosso sangue dei contadini ammazzati”.

 

                                                              Antonio Gasbarrini nella prefazione a “Fucino mio paese”)

 

 

 

“Ignazio Silone ha cantato il Calvario del cafoni del Fucino. Romolo Liberale ne ha cantato la Resurrezione”.

 

                          (Bruno Corbi in presentazione di “Fucino mio paese” nella Sala Patini a L’Aquila)

 

 

 

“Due versi dal Canto della sequoia di Walt Whitman, scelti come epigrafe a questo Discorrendo di Silone, esprimono bene il convincimento di Romolo Liberale su quali siano la funzione e lo scopo che i valori morali, le idealità politiche e le solidarietà sociali debbono ispirare all’uomo, perchè ne vengano guidati – e trovino quindi una giustificazione esistenziale – i tempi e i gesti del cammino tra gli uomini”.

 

                                                       Pasquale Petricca nella prefazione a “Discorrendo di Silone”

 

 

 

 

“E tuttavia la forza dei valori di pace, tolleranza, solidarietà; e dell’amore, soprattutto, al quale è ispirata la poesia conclusiva, prevale ostinatamente. Il fatto è che il mondo poetico di Romolo Liberale, in questa raccolta, è silenziosamente dominato e sublimato dall’Utopia, che leggo chiaramente negli ultimi versi di “Esodo”:

 

                                       Ma ancora un ostinato umanesimo

                                      mi grava il pensiero di sogni

                                      in attesa che venga la città universale

                                     dove tutto come è scritto è di tutti

 

                                                                  Giampiero Nicoli nella prefazione a “Io dico Buon Anno”

 

 

 

“Si può far poesia moderna, a nostro avviso, anche conservando alla parola il senso e il valore comuni. Romolo Liberale, ad esempio, conosce e utilizza tutte le risorse tecniche del gusto novecentesco: l’uso dell’analogia e della metafora, la risonanza suggestivo-musicale dell’immagine, la polivalenza evocativa delle allusioni simboliche, la dizione scarna e essenziale. E tuttavia egli non rinuncia a quello che ritiene un principio fondamentale della sua scelta di vita e di arte: la fedeltà al vero e insieme al bello”.

 

                                                                Vittoriano Esposito in “Note di letteratura abruzzese”

 

 

“I poemi di Romolo Liberale paiono spesso attendere di essere diffusi, prima che attraverso la scrittura, oralmente, quasi a rinnovare la memoria degli antichi cantori “ingenui”, immediata espressione della loro gente, malgrado egli sia un intellettuale raffinato e attrezzatissimo...Ecco perchè il tema vero – talora esplicito talaltra solo affiorante – del suo discorso in poesia, è quello del riscatto, dell’ansia di giustizia e di libertà a favore degli oppressi. E su questo piano, gli “ultimi” della sua terra e gli “ultimi” del mondo, fanno una cosa sola che attende di farsi soggetto attivo di storia”.

 

                                                                 Mario Lunetta in “La poesia si fa teatro” a proposito della

                                                                     messa in scena di “Fucino mio paese” a L’Aquila in una

                                                                     collaborazione tra il Lanciavicchio e il Teatro Stabile

 

 

 

“Leggendo queste parabole, molti vi ravviseranno anche accenti populisti, ma questi non potevano mancare in chi al cogito ergo sum cartesiano (penso quindi sono) ha sostituito una ontologia classista, maturata nelle lotte per la vita, per cui il contadino non può permettersi il lusso di dimenticare il suo stato con la droga o con l’alcool, ma, se vuole vincere la sua battaglia di liberazione e di emancipazione, egli ha bisogno di ricordare in ogni istante quello che gli sta intorno per essere quello che, ormai, è: figlio di contadino diventato uomo”.

 

                                                                     Alceste Santini nella prefazione a “Parabole”