Associazione Presenza Culturale

amici di Romolo Liberale

Romolo Liberale, scrittore, poeta, sindacalista e politico

 

L'AQUILA 30 OTTOBRE 2014

relazione di Andrea Borghesi

 

 

Ringrazio per l'opportunità che mi è data di poter con questa comunicazione onorare la memoria di Romolo Liberale.

Per tutti quelli di sinistra della mia generazione ha rappresentato un uomo di riferimento.

Per me, per i miei interessi di studioso di storia del movimento operaio e contadino i suoi libri, quelli di carattere storiografico, hanno rappresentato un punto di riferimento ineludibile da cui partire. Lo dico perché è proprio questo quello che mi è stato chiesto: provare a dare una lettura del lavoro di Romolo come intellettuale e studioso di storia del movimento operaio e contadino, e non solo, come vedremo.

La personalità poliedrica di Romolo, che, come abbiamo visto ed è noto, si è espressa nella poesia raggiungendo i livelli che abbiamo potuto apprezzare anche oggi qui e nel giornalismo come collaboratore per decenni per l'Unità, ha trovato nello specifico campo degli studi storici un terreno di azione importante fin dal primo studio dal titolo Profili di fatti e figure del movimento contadino nel Fucino dal prosciugamento del lago all'avvento del Fascismo.

Quell'articolo pubblicato nel 1956 da Movimento Operaio, la rivista fondata da Gianni Bosio nel 1949, si situa a cavallo dei due filoni principali di studi storici del nostro, quello su uomini e figure della sinistra e del partito comunista nella Marsica e quello relativo alla storia del movimento contadino in Abruzzo e nella Marsica di cui parlerò più diffusamente più avanti.

Quel primo articolo su Movimento Operaio descrive e ricostruisce da una parte la condizione delle popolazioni del Fucino sotto il giogo torloniano e, dall'altra, delinea la formazione delle prime organizzazioni di resistenza, leghe di mutuo soccorso in tutta la Marsica che si costituiscono attorno alle problematiche legate al sistema del Principe Torlonia. Dal prosciugamento del lago, processo durato dal 1854 al 1876, in poi si realizzò appunto questo sistema economico e di potere:

100 ettari direttamente coltivati da Casa Torlonia;

1250 ettari affidati a famiglie di coloni fatte venire da Marche e Romagna;

12,000 ettari di terreno prosciugato furono affidati in affitto a famiglie di signori locali, cosiddetti gabellotti.

Questi 12.000 ettari furono poi subaffittati alle famiglie contadine con appezzamenti da 10, 20, 30 coppe (da mezzo ettaro ad un ettaro e mezzo).

È proprio il subaffitto a queste famiglie di piccoli fittavoli ad essere il cuore dello sfruttamento torloniano: piccoli appezzamenti a canoni elevati, assenza di attrezzature idonee ad uno sfruttamento redditizio, conseguente indebitamento. Accanto ad essi, in condizioni altrettanto disperate, i braccianti fucensi, l'altra parte della popolazione che, tolti i pochi commercianti e artigiani che Francesco Ippoliti descriverà poveri come i contadini, insisteva sul territorio fucense.

Una struttura di potere quindi che da casa Torlonia e dalla sua Amministrazione si dipanava attraverso i gabellotti, gli affittuari, le guardia torloniane e che nel 1901 si arricchisce con la realizzazione dello Zuccherificio e nel 1923 con la nascita della Banca del Fucino. Il mostro a tre teste si era completato.

È evidente come la questione della terra rappresentasse per le prime organizzazioni contadine e bracciantili il punto di snodo per il superamento di una condizione di subalternità, sociale, politica ed economica. Liberale ci dà conto in quello studio di come si iniziasse a costruire attorno ad uomini di varia estrazione sociale, borghese Ernesto Trapanese di Pescina, Antonio Jatosti e Luigi Vidimari di Avezzano e contadina come i fratelli Rocco e Luciano Amadoro di Luco dei Marsi, Panfilo Sclocchi di Pescina, Francesco Ippoliti di San Benedetto dei Marsi, Angelo Gualtieri di Aielli, Filippo Carusi di Celano solo per citarne alcuni, come attorno ad essi appunto si formassero nuclei di contadini e braccianti che si proponevano di modificare l'assetto sociale del territorio attraverso la costituzione di Leghe contadine, prime Camere del lavoro (ad Avezzano nel 1903), circoli socialisti.

Si realizzano le rime occupazioni di terre, prime vittorie e arretramenti spesso connessi anche al momento politico nel più ampio scacchiere nazionale e internazionale, la guerra, il suffragio universale maschile, il biennio rosso, i decreti Visocchi del 1919, l'avanzata del fascismo e l'alleanza con Casa Torlonia e a fatti che impattano sulla società marsicana fortemente come il terremoto distruttivo della Marsica del 13 gennaio 1915.

E' questo il contesto sociale e politico in cui si sviluppano le prime lotte e nel quale si inserisce il saggio.

Che cosa lasciano nel giudizio di Liberale quelle prime lotte e quelle prime forme organizzative di resistenza? Un nucleo di classe dirigente, un'esperienza delle lotte, alcuni primi risultati e la consapevolezza che il problema non era fare buoni accordi con Torlonia, cosa peraltro difficile se non impossibile, ma rivendicare un assetto prioritario diverso dell'intero agro fucense. La questione è la cacciata di Torlonia!!!

Si può abbinare l'altro lavoro quello edito più di trent'anni dopo nel 1989 dal titolo La formazione del gruppo dirigente comunista marsicano: il seme del liceo. Quel volumetto, come altri ma forse più di altri di facile lettura, tratteggia, con una leggerezza che mai diventa approssimazione, il percorso di costituzione di un'avanguardia politica capace nel secondo dopoguerra di esprimere dirigenti sindacali nazionali come Renato Vidimari e Nando Amiconi, parlamentari e dirigenti di rilievo del partito comunista a livello nazionale e abruzzese come Ernesto Zanni, Bruno Corbi, Giulio Spallone, Umberto Scalia, Alberto Mancini per citarne solo alcuni. Un gruppo dirigente formatosi, nel significato della parola legato all'acquisizione di una determinata fisionomia culturale o morale, durante il fascismo certamente grazie a letture marxiste per quel che riusciva in quel periodo a passare attraverso canali clandestini, ma anche grazie a letture che allegoricamente rimandavano ad un mondo di divisione di classe e di  subordinazione come Il tallone di ferro di Jack London. Circostanza questa confermata a chi vi parla da Alberto Mancini, il più giovane del gruppo, nel corso di un intervista che gli feci per la mia tesi di laurea.

La chiave di lettura che sceglie per provare a spiegare come in un piccolo centro di periferia si fosse creato un gruppo dirigente di quel livello che il fascismo, in particolare tra la fine degli anni '30 e l'inizio degli anni '40, represse con estrema durezza comminando  attraverso il Tribunale speciale pene che andarono dai 20 anni per Amiconi ai 3 anni per Mancini, dicevo la chiave di lettura che trova è originale: il liceo classico costituito ad Avezzano nel 1932 grazie all'insistenza del professor Ercole Nardelli direttore del Ginnasio della città. Proprio il liceo fu centro di irradiazione delle idee antifasciste presso la borghesia della città e dei dintorni grazie anche al fatto che Amiconi fu chiamato ad occupare la cattedra di Storia dell'Arte. Se posso permettermi una nota personale, mi sorprese un po' questo fatto quando lessi il libro in occasione della mia tesi di laurea: quell'istituzione che per me che l'ho frequentata alla fine degli anni '80 ha sempre rappresentato il luogo del conformismo, negli anni del Fascismo fu il luogo dove albergarono idee di anticonformismo politico!! Ma le cose cambiano....evidentemente.

In un altro piccolo saggio pubblicato nella Rivista abruzzese di studi storici dal Fascismo alla Resistenza nel 1984 Liberale ricostruisce la vicenda dolorosa del giovane Romolo Tranquilli, fratello di Ignazio Silone. Tranquilli viene arrestato nell'aprile del 1928 per aver partecipato all'attentato del 12 aprile di quell'anno contro re Vittorio Emanuele III e muore per le sevizie e le condizioni carcerarie patite 4 anni dopo il 27 ottobre 1932 nel carcere di Procida affetto da TBC. In realtà, come l'articolo rileva, il giovane pescinese non sarebbe in alcun modo stato coinvolto nell'attentato che avrebbe avuto una matrice interna al fascismo al fine di liberarsi del re e mettere nelle mani di Mussolini il pieno controllo del paese. Un capro espiatorio, una vittima da sacrificare con la quale, aggiungo io, colpire anche il fratello più famoso, Secondino Tranquilli, ricercato dalla polizia essendo in quel periodo siamo nel 1928 ancora uno dei massimi dirigenti del Pci dell'esilio.

 

Ma il “fantasma”, passatemi il termine, di Silone torna nell'opera di Liberale. Dico fantasma perché questa figura è evocata nell'intervista ideale di Liberale a Silone “ti ho cercato lungamente. Finalmente sei venuto. Sapevo che saresti venuto” contenuta nel volume recente (del 2006), Discorrendo di Silone, le cui caratteristiche non sono affatto quelle di un saggio storico e quindi formalmente estranee alla presente relazione. Ma qualcosa a mio parere va detta.

Va detta perché nessuno come Ignazio Silone, in Fontamara e non solo in Fontamara, ha saputo raccontare il mondo degli oppressi, degli ultimi del Fucino, dei cafoni e perché quello è il medesimo contesto, la medesima ragione, la medesima esperienza che ha modellato e sostenuto la vita politica e intellettuale di Romolo. È questo quello che traspare in quel volume: per un uomo come Romolo, pur nella differenza delle posizioni politiche, Silone non poteva essere liquidato come l'anormale politico ma doveva e poteva essere compreso nella sua inquietudine a partire da una comune esperienza di vita.

 

Non mi dilungo oltre ma l'argomento meriterebbe una maggiore riflessione. Vengo al secondo filone degli stufi storiografici di Romolo, quello sull'epopea contadina del secondo dopoguerra.

In questo campo si annoverano il maggior numero di lavori concentrati in particolare tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 con i quali Romolo Liberale ha dato un contributo rilevante di conoscenza, riflessione e analisi rispetto ad un movimento, mi riferisco in particolare a quello dei contadini del Fucino, celebrato politicamente ma poco approfondito dal punto di vista storiografico.

Studi, si nota, frutto anche di discussioni collettive realizzate nei comitati dei quali fece parte, in particolare il Comitato scientifico per una storia del movimento contadino meridionale coordinato dal professor Francesco Renda e sostenuto dalla Federbraccianti, dalla Confcoltivatori e dall'Associazione nazionale delle cooperative e che portò ai due volumi pubblicati da De Donato nel 1979 Campagne e movimento contadino nel Mezzogiorno. Il suo Movimento contadino e lotte popolari in Abruzzo dal 1944 ad oggi apriva quella pubblicazione.

In quello studio, che rimane un punto di riferimento per chiunque abbia successivamente affrontato quel periodo e quel tema, si tracciano i profili delle lotte che si realizzarono nel secondo dopoguerra in tutto l'Abruzzo attraverso l'arma dello sciopero a rovescio e delle occupazioni di terre in una regione che è prevalentemente a vocazione agricola. Il tributo di sangue dei contadini e braccianti abruzzesi è pesante. Durante scioperi a rovescio, occupazioni di terre e manifestazioni per ottenere l'imponibile di manodopera muoiono: Domenico Spera di Ortucchio, troppo spesso dimenticato, detiene il triste record di essere tra i primi caduti delle lotte durante un occupazione di terre incolte per mano di un plotone di carabinieri, guardie campestri e forestali il 16 ottobre 1944 (i decreti Gullo sono del 19 ottobre 1944), giorno in cui, cacciati i tedeschi, la provincia dell'Aquila torna sotto la giurisdizione del governo italiano; il 21 marzo 1950 due braccianti di Lentella, Cosimo Mangiocco e Nicola Mattia cadono durante una manifestazione per l'imponibile di manodopera; il 30 aprile 1950, a Celano venivano uccisi Agostino Paris e Antonio Berardicurti durante un'analoga manifestazione per ottenere l'imponibile per mano di facisti e guardie di Torlonia.

Le lotte del Fucino, su cui spenderò qualche parola in più successivamente, le lotte per il completamento degli impianti idroelettrici del Vomano da parte della società Terni che interessavano un'area vasta tra le province di Rieti, L'Aquila e Teramo, rappresentarono inoltre due esempi di lotte per il lavoro e per lo sviluppo del paese e vanno annoverate tra gli esempi più limpidi di azioni per la realizzazione del Piano del Lavoro lanciato da Di Vittorio alla fine del 1949.

Rispetto a questo corposo saggio, che amplia e assorbe il suo precedente (del 1977) Il movimento contadino del Fucino dal prosciugamento del lago alla cacciata di Torlonia nella parte relativa appunto alle lotte del Fucino, proverò a fare alcune brevi riflessioni.

Liberale, dapprima ricostruisce il contesto del sistema-Torlonia, mostro a tre teste, proprietario e padrone (con tanto di guardie) della terra, della Banca che concede prestiti e strozza i contadini e dello Zuccherificio a cui i contadini sono costretti a  fornire le bietole a prezzi sconvenienti, poi dà conto in maniera esaustiva dell'epopea della lotta, le rivendicazioni per il lavoro attraverso lo sciopero a rovescio e l'imponibile di mandopera, la costruita unità grazie al lavoro della CGIL e dei partiti antifascisti tra piccoli coltivatori, braccianti, affittuari; le lotte che crescono negli anni che vanno dal 1944 al 1950 approdano alla legge stralcio di riforma agraria pubblicata in gazzetta ufficiale il 1° marzo 1951 con la quale veniva espropriato Torlonia.

Liberale poi affronta in maniera problematica gli esiti di quella lotta, il ruolo dell'Ente di riforma, quello della Dc, della Coldiretti di Bonomi, provando a tirare, a trent'anni di distanza, qualche conseguenza: il movimento contadino ha vinto la principale battaglia, la cacciata di Torlonia e la liberazione dal suo giogo ma il governo dei risultati di quella lotta è stato detenuto fuori dal movimento in una logica di stabilizzazione politica e sociale gestita dalla Democrazia Cristiana, saldamente posizionata al governo del paese (dove ha sempre espresso il ministro dell'Agricoltura) e  al governo dell'Ente Fucino assegnatario delle terre e gestore anche delle iniziative di valorizzazione tra cui la promozione della cooperazione. Se le porzioni di terra assegnata, infatti, risultavano da un massimo di 4 ettari ad un minimo di 1 ettaro, è evidente come la cooperazione a fini di valorizzazione, messa in comune di attrezzature meccaniche e quant'altro, risultasse elemento nodale in grado di fare la differenza.

In questo contesto Liberale offriva due campi di ricerca interessanti che, a oltre 40 anni di distanza, andrebbero ancora oggi raccolti: un'analisi storico-sociologica di coloro che, in particolare braccianti senza terra esclusi di fatto dalle assegnazioni, vennero “sostenuti” dall'Ente a trasferirsi in Maremma, e una ricerca sulle politiche attuate dall'Ente e le conseguenze sulla distribuzione della proprietà nel Fucino sull'assetto socio-politico del territorio.

Al filone più su descritto appartengono gli articoli pubblicati nel 1980 e nel 1981 negli Annali dell'Istituto Alcide Cervi. Essi costituiscono relazioni che Romolo Liberale tenne ad Urbino nel marzo del 1979 e a Salerno nel marzo dell'anno successivo in convegni nazionali di studio rispettivamente sul Ribellismo, protesta sociale, organizzazione di resistenza nelle campagne dell'Italia mezzadrile. Secoli XVIII-XX  e Le condizioni delle campagne italiane e la politica agraria dei governi di coalizione antifascista. 1943-1947.

Nei due brevi saggi si affrontavano rispettivamente le tematiche del ribellismo all'epoca del prosciugamento del lago (la cosiddetta guerra dei massi e delle madonnine), e quello della politica agraria dei partiti antifascisti nel secondo dopoguerra.

Il breve saggio La condizione contadina del Fucino in un canto del medico anarchico Francesco Ippoliti pubblicato in Rassfr nel 1985 è una breve  dimostrazione del come si possa far storia attraverso una fonte spuria, un canto anarchico del medico sambenedettese Francesco Ippoliti. Il canto di Ippoliti permette al nostro di poter richiamare tutti gli elementi di vessazione tipici del potere torloniano: la durezza del lavoro aggravato dal non poter costruire ricoveri nei campi, la fame, i debiti crescenti e il sequestro dei prodotti da parte delle guardie di Torlonia, gli speculatori che subaffittavano i terreni, il confronto con il principe che mangia  a sbafo; la liberazione dal borghese sfruttator è la fine del canto.

Un altro prodotto storiografico è il volume Pastorizia e tratturi in Abruzzo pubblicato nel 1984.

E' un agile e densa ricostruzione della vicenda economica e, come sempre nei saggi di Romolo, umana legata alle vie, i tratturi appunto, che portavano le greggi abruzzesi fino al tavoliere delle Puglie. La transumanza delle greggi abruzzesi attraverso le tre strade che conducevano nel foggiano, da L'Aquila, Celano e Pescasseroli  affonda le sue origini fin all'epoca romana, trova alla fine del '400 una sistemazione normativa con la costituzione di un ente amministratore e esattore e va ad esaurirsi in un lungo arco temporale che attraversa tutto l'800 ed è ancora presente all'inizio del '900 (testimonianza nella poesia I Pastori di D'Annunzio Settembre andiamo è tempo di migrare del 1903). Vicenda umana dei pastori abruzzesi che da metà settembre a giugno emigravano  lungo i tratturi lasciando a casa la famiglia per accudire e portare verso il mite tavoliere l'altra famiglia le greggi appunto.

Mi avvio a concludere parlando dei due lavori in cui attraverso le fotografie si narra efficacemente una storia, la storia di una lotta, quella dei contadini e braccianti del Fucino, la storia del dolore per l'eccidio di Celano, la storia della vittoria con la cacciata di Torlonia. Mi riferisco a Fucino 1950-1951: Storia iconografica di una lotta del 1988 e alla Mostra fotografica Contro Torlonia: la lotta, l'eccidio, la riforma. I contadini del Fucino e il principe agrario che ho avuto l'onore di curare insieme a Romolo nel 2007 per il Centenario della CGIL dell'Aquila ed esposta ad Avezzano nell'aprile maggio di quell'anno. Ricordo con affetto il tempo passato con Romolo a interpretare le foto (tra le quali ricordo anche quelle sulle manifestazioni per la pace nella Marsica negli anni '50)  a provare a datarle laddove non ci fosse un'indicazione precisa nel retro delle stesse, i racconti connessi a quelle vicende che lui mi faceva per averle vissute. Ricordo con emozione l'inaugurazione della Mostra e l'intervento teatrale del Lanciavicchio  e le testimonianze Gianni Cantelmi, Antonio Rosini e Ciccuccio Presutti.

Altri importanti lavori di Romolo che impattano sempre con quella storia che ha segnato la sua vita, le vicende del Fucino e dei suoi cafoni, e che quella storia raccontano sono la produzione dei testi del film l'Incantesimo del lago di Fabrizio Franceschelli con musiche di Paolo Capodacqua (dove c'è una bellissima intervista a Ciccuccio Presutti, nobile contadino del Fucino), e il dvd che raccoglie L'ode ai 33 martiri di Capistrello con l'elaborazione video di Angelo Melchiorre e Francesca Romana Letta e l'introduzione di Pietro Masci.

Quella lirica come quella del Fatto del 4 giugno 1944 che descrive la belva dal volto umano Camerata Matthias Defregger (capo del commando nazista che a Filetto il 7 giugno del 1944 uccise per rappresaglia 17 cittadini del paese del chietino) parlano di due episodi resistenziali in cui le vittime sono inermi cittadini.

Finisco davvero con l'ultimo saggio di Romolo quello pubblicato per il centenario della Camera del lavoro dell'Aquila. Romolo che aveva partecipato, nonostante l'età già molto avanzata, attivamente con la determinazione e la pacatezza con lo contraddistinguevano, alle riunioni del Comitato scientifico di cui anche io facevo parte, fu incaricato di scrivere un saggio sulle lotte e sul Fucino. Il saggio che consegnò a me e Fabrizio Loreto che curavamo la pubblicazione del volume all'inizio ci sorprese un po'. Romolo non aveva descritto le vicende delle lotte contadine del Fucino ma ci aveva inviato una riflessione sulle vittorie e sulle sconfitte di quelle lotte e sul come la liberazione da Torlonia avesse impollinato l'intera società marsicana trasformatasi in società a due facce, agricola e industriale. Il Fucino dalle lotte contadine allo sviluppo industriale il titolo di quel saggio. Al primo disorientamento - del quale per rispetto non lo mettemmo a parte - seguì una più attenta valutazione: Romolo aveva narrato in vari scritti quelle vicende a cui nel volume si rimanda e si concedeva una riflessione intellettuale diversa e densa di significato. Quale l'eredità di quelle lotte, quali i punti di forza e di debolezza dell'assetto venutosi a creare, quale sviluppo per l'agricoltura, quale sviluppo per l'industria, queste le domande che si pone. Ad alcune di esse Romolo risponde facendo un bilancio degli esiti della Riforma, la ricostituzione di grandi fondi nel Fucino, il fallimento del progetto cooperativistico, le responsabilità dell'Ente ma anche le mancanze della risposte della politica, la crescita non ordinata e altalenante (si veda la vicenda dei due Zuccherifici marsicani...) di un industria di trasformazione dei prodotti non inserita in un progetto di sviluppo del territorio, la riproposizione di meccanismi di sfruttamento non più dei cafoni del Fucino ma degli immigrati affluiti nella nostra terra in cerca di pane e lavoro. Altre le lasciava al dibattito pubblico, a coloro che avrebbero potuto (dovuto) raccoglierle.

La cosa che oggi viene da pensare è: che direbbe Romolo oggi, quando la Cartiera, nata da una costola del gruppo Torlonia, annuncia di voler chiudere i battenti ad Avezzano? Cosa direbbe dopo la soppressione del 2011 dell'Arssa erede dell'Ente Fucino?

Cosa direbbe della frantumazione di quel mondo che si era costruito attorno alla vicenda Torlonia, a quel sistema economico e sociale, al riscatto attraverso le lotte degli anni'50? Alla frantumazione insomma del suo mondo?

Credo avrebbe risposto con un sorriso bonario e detto: c'è tanto da studiare e da lavorare. Per provare ad invertire una rotta che sembra indirizzare un intero territorio in un terreno di incertezza, le classi dirigenti o quelle più avvertite del territorio, anche del sindacato dico io, dovranno provare a fare - con strumenti diversi magari - quello che migliaia di contadini e braccianti del Fucino hanno dimostrato di saper fare con le loro lotte: cambiare il proprio futuro.

 

Un saluto affettuoso e grato a Romolo.